I vescovi italiani. La messa e la fede

scritto da RICCARDO CRISTIANO
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La sera del 26 aprile 2020, dopo il varo del nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri con le norme sulla fase 2, la Conferenza episcopale italiana ha emesso un comunicato nel quale si afferma: “I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.” 

Nelle ore immediatamente successive molti siti cattolici, come tanti utenti del social media, hanno cominciato a citare quanto disse nel 1985 don Tonino Bello, il vescovo di cui tanto ha parlato papa Francesco e del quale è cominciato il processo di beatificazione, sulla Chiesa:

Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa, così come accade per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio. Una Chiesa che pur cosciente di essere il sale della terra, non pretende una grande saliera per le sue concentrazioni o per l’esibizione delle sue raffinatezze. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il Vangelo.

Molti hanno scritto che “questo è il linguaggio della Chiesa del Concilio Vaticano II.” E le parole di don Tonino Bello tra la sera del 26 e le prime ore del 27 aprile sono diventate uno tsunami. A stridere per molti, oltre al collegamento tra impegno per i poveri e rivendicazione dell’immediato ritorno alla celebrazione pubblica erano anche altre parole, queste: “la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.”

Don Cristiano Mauri alle prime ore del 27 aprile ha scritto:

l’azione pastorale non si è mai interrotta, anzi, per certi versi si è persino potenziata e molti, tra l’altro, si sono trovati a inventare modalità che difficilmente avrebbero considerato.

È semplicemente il vicario pastorale della comunità pastorale di Meda, vicino a Monza, che con il contributo di altre due sacerdoti ha sotto lineato sul blog la bottega del vasaio:

Il culto cristiano, grazie a Dio, è ben più dell’Eucaristia e questo va detto con chiarezza, pur preservando l’importanza di quest’ultima. La Messa non è l’unica risposta ai “bisogni spirituali” dei credenti. Chi lo sostiene dimostra una visione di Chiesa e di vita cristiana estremamente limitata e riduttiva. Perché, altrimenti, tutti i discorsi che si fanno a chi non può ricevere l’Eucaristia, dove finiscono? È vero che manca molto il poterci radunare a pregare insieme, ma si tratta di una situazione temporanea. In queste settimane credo si sia davvero visto che il culto cristiano non è solo l’Eucaristia e negarlo o comunque spazzarlo via con un comunicato così è disperdere un patrimonio.

Curato, apprezzato, non può essere considerato però un sito di riferimento nazionale: eppure il rivelatore delle condivisioni ha cominciato presto a impennarsi. Qualche difficoltà d’accesso, poi un’indicazione che si trova più facilmente sui grandi giornali: 49K. Era ancora domenica 27 aprile, terza di Pasqua, quando un altro blog di indiscussa qualità, Vinonuovo, pubblicava un’altra riflessione firmata:

pensando alla Chiesa di cui mi sento membro, la domanda vera che mi turba in questo tempo è: quando ricominceremo, saremo cambiati? Ci saremo convertiti? Vi sarà un conversione delle pastorali delle nostre parrocchie in molti casi incentrate sui sacramenti? Questa domanda la abito proprio oggi, in questa terza domenica del tempo di Pasqua, la domenica dei discepoli di Emmaus in cui vengono annunciati i primi provvedimenti della Fase 2 riguardanti anche la vita ecclesiale.

Passate poche ore il reverendo Rocco D’Ambrosio, docente alla Pontificia Università Gregoriana, ha firmato su Formiche una riflessione ampia, che contiene però una frase cruciale:

La nostra fede non andrà in crisi perché non abbiamo messe, se la perdessimo vuol dire che non l’abbiamo avuta.

Come per gli altri è stato un boom di contatti, di consensi, espressi in tantissimi modi: con un semplice mi piace, o con una condivisione sui social, o con commenti. Sono solo alcuni esempi di voci del cattolicesimo conciliare, che non dimentica don Tonino Bello. Così il laicato si è coinvolto sempre di più: sono quei battezzati che Francesco ricorda sempre come protagonisti della sua Chiesa, avversa al clericalismo. Voci del “popolo fedele di Dio” che ha voluto farsi sentire, non “delegare” ad altri la parola e la voce della Chiesa. Come quel medico che ha voluto manifestare così la sua idea:

Da medico e da cattolico testimonio il primato del valore e del diritto alla vita umana sul diritto di libertà di culto. E oggi la difesa della vita umana passa dal rendere sicure le nostre comunità e le nostre chiese prima di riaprire a celebrazioni liturgiche con fedeli. Sono pronte le nostre comunità parrocchiali? Da medici ritenete che le nostre comunità parrocchiali tutte sono pronte o non lo siamo e stiamo giocando con la vita propria e altrui? Io se mi guardo attorno direi che non siano affatto pronti. Il mio desiderio di riprendere la partecipazione comunitaria alla Eucaristia è grande, come il vostro, ma il desiderio di Dio è oggi prioritariamente questo o è il desiderio che nessuno si ammali e muoia “nel suo nome”?

Sono troppe le voci da citare, scelgo quelle che mi hanno colpito, come questa.

in un momento unico di emergenza, come quello in atto, non mi aspettavo le polemiche nate intorno alla sospensione delle celebrazioni eucaristiche pubbliche. Mi sorprende, ancora di più, il comunicato della Cei che alza i toni contro il Dpcm del Governo, insistendo sulla ripresa delle stesse celebrazioni. Non era, forse, questa l’occasione per riscoprire il valore della Parola di Dio? Non era, forse, il momento di evitare polemiche e riscoprire il ruolo della famiglia, chiesa domestica? Non era, forse, il momento di aiutare a vedere e scoprire il Corpo di Cristo sofferente nei poveri, in coloro che hanno perso un familiare, in chi ha perso il lavoro e sentirci uniti nella solidarietà? Non era, forse, il momento di intensificare la preghiera umile e silenziosa, anche nascosta nelle case o nelle chiese comunque aperte, e scoprire il senso di “Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano?”

E i vescovi? Beniamino De Palma, dalla sua Nola, sempre nelle ore calde ha scritto:

Se al centro sta davvero l’umanità e la cura per l’uomo, come l’incarnazione dovrebbe insegnarci, allora possiamo riscoprire in modo fresco, propositivo, senza contrapposizioni, che la vita ecclesiale non può essere concentrata in modo esclusivo sul momento cultuale. La Chiesa c’è, eccome, là dove sta riemergendo la forza e la profondità della Parola di Dio, là dove storie bellissime di solidarietà, spesso nascoste, tengono in piedi la nostra socialità ferita, là dove le famiglie, le associazioni custodiscono la luce del Vangelo con la loro quotidiana testimonianza di vita. Mi piacerebbe che nei comunicati ecclesiali istituzionali risuonasse questa freschezza, che per altro già è presente in abbondanza nel sostrato di tanti cristiani; vorrei che se ne parlasse di più, che ci raccontassimo di come la nostra attuale “Eucaristia” sia questo coraggioso “stare accanto”, come ha fatto Gesù con i due discepoli di Emmaus. 

Insomma, il comunicato della Cei ha aperto un confronto, la Chiesa che non accetta anche con chi non vuole si “riduca tutto alla ritualità, perdendo di vista anche il ruolo del laicato che il Concilio Vaticano II auspica. Forse è l’occasione propizia per dire che la nostra vita di fede è piuttosto fragile, non matura, e che come Chiesa dobbiamo investire tutte le forze per un “nuovo umanesimo” auspicato dal Convegno di Firenze? Personalmente preferirei sostenere la fatica del non poter celebrare con il popolo, come fatto finora, pur di non rendermi strumento di diffusione di contagio, di tutelare la vita ora per poter tornare a nutrire il popolo del pane di vita dalla mensa, oltre che della Parola di Dio, anche del Corpo di Cristo. Nei territori di missione, in Amazzonia ad esempio, non tutti hanno la possibilità di nutrirsi del Corpo di Cristo ogni giorno, eppure mostrano una fede più solida della nostra. Il tempo futuro ci offrirà occasioni per riprendere, come Chiesa, un cammino nuovo e, spero, più autentico.” 

Importante a mio avviso l’opinione di tanti parroci, come quello che ha scritto

sarebbe stato opportuno che la Cei avesse sottoposto a noi parroci un questionario per avviare la Fase 2 a livello ecclesiale, prima di presentare il pacchetto di indicazioni al governo. Sarebbe chiedere troppo?

Era ancora quella domenica 27 aprile quando un vescovo si è trovato le mani una lettera:

Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti. 

Questo confronto avrebbe meritato un racconto diverso. Ma l’osservazione che mi ha portato più in là è venuta da un semplice tweet che ho notato per il gran numero di persone che lo hanno ritwittato: diceva che il governo è “sempre percepito da buona parte degli italiani come un padrone dispotico che affama e insidia la libertà individuale.” Così è molto più facile capire chi c’è dall’altra parte della barricata rispetto a questo cattolicesimo. Certamente c’è una destra cattolica, dogmatica e arcigna, intrisa di devozionalismo. E basta? O questa destra oggi si incontra con una “sinistra- sinistra”? Quel testo ritwittato mi ha fatto soffermare su un articolo illuminante nel quale il professor Massimo Borghesi ha ritratto lo sposalizio tra queste culture.

Al cattolicesimo anticonciliare ha dato voce il “grande accusatore” di papa Francesco, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. La sua citazione da parte di Borghesi è ampia, imperdibile questo passaggio:

Mi permetto di rivolgermi ai miei confratelli nell’Episcopato: credete che, quando in Messico o in Spagna chiusero le chiese, proibirono le processioni, vietarono l’uso dell’abito religioso in pubblico, le cose siano iniziate diversamente? Non permettete che con la scusa di una presunta epidemia si limitino le libertà della Chiesa! […] I vostri sacerdoti non sono pavidi, ma eroici testimoni, e soffrono per gli ordini arbitrari che impartite loro. I vostri fedeli vi implorano: non restate sordi al loro grido!” Il grande accusatore è arrivato ovviamente a dire che “sono prove tecniche di dittatura […] Cosa ancor più grave, tutto questo avviene con l’avvallo di parte della Gerarchia.

Avallo… Dunque il vero obiettivo è il papa! Di Conte gli interessa poco…

Borghesi ha visto il filo che dimostra l’unione tra questa destra nostalgica, a cui piace tanto il passato, e la laica sinistra-sinistra:

Viganò sta usando qui lo stesso linguaggio che, in questi giorni, sta adoperando un illustre filosofo italiano proveniente dall’area di sinistra, Giorgio Agamben. Una coincidenza ideale che pone, inevitabilmente, una serie di interrogativi. Come è possibile che un monsignore, punta di diamante della reazione conservatrice mondiale, possa esprimere posizioni coincidenti con quelle di un pensatore progressista come Agamben? La coincidenza dei giudizi è impressionante.

Per Agamben

di fronte alle frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza per una supposta epidemia [per Viganò “presunta epidemia”, ndr] dovuta al virus corona, occorre partire dalle dichiarazioni del Cnr, secondo le quali non solo “non c’è un’epidemia di Sars-CoV2 in Italia”, ma comunque “l’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’ottanta-novanta per cento dei casi. Nel dieci-quindici per cento può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il quattro per cento dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva”. Se questa è la situazione reale, perché i media e le autorità si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato di eccezione, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni?. 

Ovviamente il Cnr a metà marzo ha scritto tutt’altro. Ma non conta questo. Conta la convergenza. E infatti anche Agamben, come il “grande accusatore”, attacca Francesco:

La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede.

Dire questo di Francesco fa davvero sgranare gli occhi: come è possibile? È possibile perché Francesco è il leader morale del mondo proprio per questo. La sua leadership unisce tutti i diversamente credenti ed i diversamente non credenti in nome dell’incontro, della tutela del bene comune, della fratellanza: dall’altra parte non ci sono solo i cattolici anticonciliari, ma tutti gli opposti estremismi, fanatismi, integralismi, antagonismi, negazionismi, complottismi, nazionalismi. Non a caso “la sinistra così sinistra da essere diventata rossobruna, quella di Diego Fusaro, converge contro Bergoglio, “il papa del vangelo di Soros”.

Sì, intorno a Francesco si gioca la partita culturale del mondo d’oggi, e di domani. E la qualità delle critiche all’autoreferenzialità dei vertici della Cei ci dimostra che a differenza di quanto si dice Bergoglio non è un leader solo. Direi tutt’altro. Anche per questo è circondato dai lupi. 

I vescovi italiani. La messa e la fede ultima modifica: 2020-05-02T18:39:57+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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