Comincia da Riyadh l’azzeramento della rete internazionale di Trump

“Recalibrate”, parola-chiave nel vocabolario di politica estera dell’amministrazione Biden. “Ricalibrare”, “rimodulare”: soft power diplomatico per dire “smantellare” i capisaldi della precedente presidenza in termini di alleanze, priorità, approccio ai dossier più caldi sullo scacchiere globale.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Recalibrate, parola-chiave nel vocabolario di politica estera dell’amministrazione Biden. “Ricalibrare”, “rimodulare”: soft power diplomatico per dire “smantellare” i capisaldi della precedente presidenza Trump in termini di alleanze, priorità, approccio ai dossier più caldi sullo scacchiere globale. Voltare pagina, dunque, con l’occhio rivolto anche ai riverberi delle scelte nella politica internazionale sulla politica domestica, come fa qualsiasi amministrazione che entri in carica, certo, questa volta, con marcata, ostentata, discontinuità.

Dice Denis Ross, un veterano della politica internazionale americana, grande esperto di Medio Oriente, commentando la recente misura adottata nei confronti dell’uomo forte di Riyadh, Muhammad Bin Salman:

Penso che l’amministrazione Biden voglia dimostrare che è un nuovo giorno dopo l’amministrazione Trump… e anche inviare un messaggio ai sauditi che la relazione andrà ricalibrata.

L a famiglia regnante saudita

Tutti i grandi player internazionali contano, a Washington, su lobby ben organizzate che agiscono nel Congresso, con pressioni mirate su singoli senatori o su caucus parlamentari, e servendosi di think tank specializzati, per orientare a proprio favore le scelte di politica internazionale degli Usa, anche ovviamente con i dovuti lauti finanziamenti per ingraziarsi la benevolenza del Congresso. Le petromonarchie, sauditi in testa, sanno bene come muoversi nella capitale federale. Stesso vale per un paese come Israele, che ha con gli Usa una special relationship. Benjamin Bibi Netanyahu, che molto più di tutti i suoi predecessori, ha grande dimestichezza con gli ingranaggi del potere washingtoniano, anche personale, da insider del potere americano, ha saputo usare le leve di cui dispone con grande spregiudicatezza. Bibi, come il giovane Muhammad bin Salman ha costruito un rapporto personale, stretto, con Trump e i suoi sodali. Anche Vladimir Putin è stato personaggio di spicco nel Trumpworld. Così come lo erano i leader sovranisti europei. E Jair Bolsonaro in Brasile, AMLO in Messico. E in Italia Giuseppe Conte. Con cui si sviluppò un relazione che, negli intenti di Trump, avrebbe dovuto portare a uno stretto rapporto bilaterale Usa-Italia, come quello con Boris Johnson, l’architetto della Brexit, in grado di allontanare l’Italia dall’Unione europea, un progetto che avrebbe però richiesto un secondo mandato per Trump. Conte non è più a Palazzo Chigi, sostituito da un convinto e europeista e atlantista, e questa è indubbiamente una coincidenza interessante.

Washington, 30 luglio 2018

Biden sta mettendo mano a questa rete di relazioni, mirando non ai governi interessati, ma a singoli personaggi con cui Trump e i suoi accoliti hanno intessuto rapporti di reciproco interesse. Destrutturare la rete internazionale costruita dal predecessore, significa anche, per Biden, contribuire a rendergli più complicato il recupero di essi da parte sua, e degli agganci domestici di questa rete, e relative risorse finanziarie, relazioni con comunità legate a questi poteri, ragnatele di influenze nei campi del complesso militare industriale e in quello energetico. 

Leggere, dunque, in chiave geopolitica la discontinuità tra Biden e Trump con la dicotomia sovranismo/multilateralismo è una semplificazione fuorviante. Quanto a Biden, la sua ispirazione multilateralista non va declinata come perdita di centralità degli interessi americani ma come bussola per rimodulare alleanze e indirizzare politiche globali e/o regionali. Certo, Biden ridarà fiato (leggi finanziamenti) a quelle Agenzie delle Nazioni Unite mazzolate da Trump (Unrwa, Unesco e via elencando), così come non oltraggia, diversamente dal suo predecessore alla Casa Bianca, l’Europa e la Nato. Ma, sia chiaro, il Dragone cinese resta per gli Stati Uniti, anche nell’era Biden, come un avversario (se non un nemico) strategico al quale non va fatto alcuno sconto nella guerra commerciale in atto.

Il lavoro di rottamazione condotto da B&B (Biden e Blinken) non poteva che iniziare dal Grande Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. O, sarebbe più corretto dire, il principe ereditario del regno saudita, Mohammed bin Salman, per i media internazionali MbS, e l’eterno primo ministro israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu.

Indubbiamente la manovra iniziata da Biden avviene entro un perimetro angusto. Anche per questo, come si è detto, il nuovo presidente prende di mira singole personalità, non certo l’intero regime saudita, e neppure lo stesso MBS con l’intento anzi di alimentare le dinamiche conflittuali al suo interno. s Secondo Politico, il governo Usa non applicherà alcuna sanzione nei confronti del principe, limitandosi a colpire, tra gli altri, il generale Ahmed Al -Asiri, ex numero due dell’intelligence.

La sconfitta dell’amico Donald nelle elezioni presidenziali ha gettato nel panico la leadership israeliana che aveva avuto in Trump e nei suoi più stretti consiglieri sul Medio Oriente – a cominciare dal suo consigliere-genero Jared Kushner – una specie di bancomat politico-diplomatico da cui attingere in continuazione. Con Biden si cambia. Il bancomat chiude. Il premier israeliano sa che con la nuova amministrazione Usa non potrà usare la minaccia iraniana come paravento dietro al quale nascondere forzature unilaterale in Palestina. Netanyahu questo lo sa bene, come ha lasciato intendere qualche giorno fa, quando ha dichiarato che “non bisogna tornare all’accordo sul nucleare del 2015”. Ma questo è esattamente ciò che conta di fare (o di provare a fare) Antony Blinken, futuro segretario di Stato americano che faceva parte dell’amministrazione Obama quando l’accordo era stato concluso. I giochi si riaprono. E nessuno potrà contare su vecchie rendite di posizione. Neanche il più longevo primo ministro nella storia d’Israele.

Nel suo primo briefing ufficiale con la stampa, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha ribadito il precedente elogio di  Blinken dei patti di normalizzazione, il cosiddetto Patto di Abramo, aggiungendo che “gli Stati Uniti continueranno a sollecitare altri paesi a normalizzare le relazioni con Israele”.

Tuttavia, ha aggiunto Price, la normalizzazione

non è un sostituto della pace israelo-palestinese… Speriamo che Israele e altri paesi della regione si uniscano in uno sforzo comune per costruire ponti e… contribuire a progressi tangibili verso l’obiettivo di avanzare una pace negoziata tra israeliani e palestinesi.

Price ha anche confermato che gli Stati Uniti intendono ripristinare gli aiuti ai palestinesi “molto rapidamente”, dicendo che è “nell’interesse degli Stati Uniti farlo”.

La sospensione degli aiuti al popolo palestinese non ha prodotto progressi politici né ha ottenuto concessioni dalla leadership palestinese. Naturalmente ha solo danneggiato palestinesi innocenti”, ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti si sforzeranno di “sollecitare la comunità internazionale per adempiere suoi obblighi umanitari, anche nei confronti del popolo palestinese.

Se non è “ricalibratura” questa…

E molto più di una “ricalibratura” soft, è la sfida lanciata da Biden allo “zar” del Cremlino, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Europa, Nato, diritti umani, libertà civili e politiche: la sfida lanciata dal presidente dem all’autocrate di Mosca è a tutto campo. Illuminante a tal proposito è il discorso, in video conferenza, tenuto da Biden (27 gennaio) alla Munich Security Conference, il principale forum mondiale per discutere le sfide più pressanti alla sicurezza internazionale

Un terreno, aspro, di confronto-scontro tra la nuova amministrazione americana e la Russia è la Siria. Un terreno minato. Biden, concordano gli analisti di politica mediorientale a Washington, punta su una maggiore presenza politico-militare degli Stati Uniti in Siria (una conferma è nel recente raid aereo Usa contro postazioni di milizie jihadiste nel paese mediorientale, con un bilancio di almeno 17 morti). In funzione principalmente anti-russa, innanzitutto, ma anche come segnale a tutti i player della regione che gli interessi americani non sono dati in appalto a nessuno, tanto meno al giro degli amici di The Donald.

Comincia da Riyadh l’azzeramento della rete internazionale di Trump ultima modifica: 2021-02-27T19:49:56+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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