Regno Unito. Lo scenario politico dopo il SuperGiovedì

Un voto locale e parziale, quello del 6 maggio scorso, che ha avuto il valore di una consultazione nazionale, con forti riverberi sulla situazione ancora fragile nel Partito laburista del dopo-Corbyn e sulla questione scozzese.
scritto da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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Il 6 maggio si è votato in Gran Bretagna. Anche se non erano elezioni politiche, bensì locali e regionali, si è trattato di votazioni importanti per vari aspetti. Innanzitutto costituivano una valutazione sulla leadership di Boris Johnson, nell’anno che è stato caratterizzato dal doppio “esame” Brexit/pandemia; secondariamente è stato il primo test elettorale per Keir Starmer, da un anno leader di un Partito laburista dato in recupero a livello nazionale dopo il disastro dell’ultimo Corbyn. Inoltre il voto era un’importante cartina di tornasole per valutare la questione scozzese e i rischi che un largo successo dei partiti indipendentisti potesse esercitare sull’esistenza stessa di un Regno Unito nel futuro. La consultazione, peraltro, si è tramutata in un vero e proprio “Super-Thursday” elettorale dato che ha accorpato alle elezioni già programmate per questo maggio quelle inizialmente previste un anno fa e rimandate causa pandemia, con il risultato di avere un numero di aventi diritto pari a ben 48 milioni.

Il conteggio dei voti è stato lento a causa delle stringenti misure anti-Covid. Il primo risultato ad essere annunciato è stato quello del seggio parlamentare di Hartlepool, nel Nord-Est dell’Inghilterra, in cui si è votato in elezioni suppletive a seguito delle dimissioni del deputato laburista, accusato di molestie sessuali. Il seggio era sempre stato laburista (dal 1974, anno della creazione della constituency); e anche nelle elezioni generali del 2019 il partito si era confermato con un margine di quattromila voti. D’altronde tutta la zona del Nord-Est dell’Inghilterra era tradizionalmente conosciuta come “red wall”, data la tendenza da parte dell’elettorato di votare a sinistra e a sostenere convintamente i laburisti anche durante il periodo del New Labour blairiano; ma tale muro si era già sgretolato nell’ultima consultazione nazionale, in cui Hartlepool aveva tuttavia resistito. Prima di queste ultime elezioni la domanda era dove si sarebbero diretti gli oltre diecimila voti ottenuti nel 2019 dall’ormai disciolto Brexit party.

Il leader Labour Keir Starmer

I sondaggi facevano temere ai laburisti una sconfitta; ma la risposta dell’elettorato è andata molto al di là delle più pessimistiche previsioni, poiché il loro candidato si è fermato al 29 per cento, contro il 52 per cento della rappresentante conservatrice, risultata dunque ampiamente eletta. Nelle liti post-voto interne al Partito laburista, tra le accuse mosse alla dirigenza del partito vi è stata anche quella di aver scelto un candidato fortemente pro-UE in un’area che nel referendum per la Brexit del 2016 ha votato per il leave con un margine di 70 a 30 per cento. Addirittura si parla ora di spostare il quartier generale laburista fuori dalla capitale, per cercare di riprendere contatto con l’elettorato del Nord, sempre più ostile a un partito che considera eccessivamente Londra-centrico. A Hartlepool i primi scricchiolii per i labour si eranocomunque già manifestati nel 2002, quando il loro rappresentante era stato battuto – nella corsa alla neo-istituita carica di mayor – dalla mascotte della squadra di calcio (sic!).

Il disastro di Hartlepool si accompagna ai risultati dei 143 councils, nei quali si eleggevano circa cinquemila consiglieri: è stato chiaro il travaso di voti dai laburisti ai conservatori (con una diminuzione di 327 consiglieri da parte dei primi e un aumento di 236 da parte dei secondi). Non sono bastati a compensare questo fiasco i risultati ottenuti dai laburisti nelle elezioni di alcuni mayors. Il voto per il mayor (non esattamente traducibile con il nostro “sindaco”, dato che può riguardare sia città che aree metropolitane/regionali) segue un sistema detto di “supplementary vote”, in cui gli elettori indicano una prima e una seconda preferenza. Se con le prime preferenze un candidato ottiene il 50 per cento + 1 dei voti, viene eletto. Altrimenti restano in lizza i due candidati più votati, ai cui voti si aggiungono le seconde preferenze di coloro che avevano scelto i candidati eliminati. Sulle tredici elezioni del mayor i laburisti ne hanno vinte undici, confermandosi dove già governavano e sostituendo un mayor conservatore in due casi. Andava al voto anche Londra, dove Sadiq Khan, mayor uscente e largamente favorito, ha tuttavia dovuto attendere il conteggio delle seconde scelte per sconfiggere il candidato conservatore.

Starmer, considerato competente ma privo di carisma, dovrà agire in fretta anche per arginare le critiche della sinistra del partito che, dopo la fine della leadership di Corbyn, ha visto i labour tornare verso posizioni più centriste. Soprattutto gli viene imputata una mancanza di visione per il futuro, ora che l’uscita del Regno Unito dall’UE è cosa fatta. Capire anche i valori dell’ex bacino elettorale del Nord operaio che ha votato Brexit e prendere atto della nuova situazione devono dunque rientrare tra i compiti del partito, come sottolineato da Lord Mandelson, ex deputato proprio di Hartlepool, grande architetto del New Labour e convinto sostenitore del remain durante il referendum; egli comunque non ha risparmiato critiche neppure a Corbyn, vedendo nel risultato elettorale la conseguenza della sua precedente leadership.

Se è vero che il Covid-19 ha messo in secondo piano un “normale” dibattito politico, è anche vero che Starmer non ha ancora indicato la direzione verso cui vuole portare il partito (e il paese); l’ultimo manifesto è del 2019 e prevedeva, tra le altre cose, la nazionalizzazione di industrie chiave. La recente sconfitta elettorale ha inasprito i conflitti interni al partito, portando a un rapido rimpasto; in particolare i toni si sono fatti molto duri a causa della rimozione di Angela Rayner dal ruolo di presidente del partito. Rayner, ben vista dall’ala sinistra del partito, è stata comunque confermata come vice-segretaria ed è stata nominata ministra ombra del Chancellor of the Duchy of Lancaster, ruolo ricoperto da Michael Gove, uno degli esponenti di spicco del partito conservatore. La contrapposizione diretta a quest’ultimo servirà a Rayner ad avere visibilità e a mantenere un ruolo rilevante nel partito, tanto che secondo alcuni si è trattato in pratica di una promozione.

Jeremy Corbyn

Ancora più importanti – a causa della loro portata potenzialmente disgregativa per il Regno Unito – erano i risultati delle elezioni del parlamento regionale della Scozia, un’area che a sua volta era stata tradizionalmente laburista (sia a livello nazionale sia a livello regionale), ma che negli ultimi dieci anni ha sposato decisamente le istanze indipendentiste dello Scottish National Party (SNP).

Inghilterra e Scozia sono formalmente unite dal 1707, anno di entrata in vigore di quel Treaty of Union che sancì che Inghilterra e Galles (già unite) sarebbero state, con la Scozia, “United into One Kingdom by the Name of Great Britain”. Di fatto i regni (assieme all’Irlanda) erano già sotto la stessa Corona dal 1603, anno in cui, dopo la morte di Elisabetta I, era salito al trono Giacomo VI di Scozia (I di Inghilterra), figlio di Maria Stuarda. Un secolo e mezzo dopo la fine della Auld alliance stretta in chiave anti-inglese con la Francia (1295-1560), la Scozia entrò dunque nell’orbita inglese, anche se alcune resistenze si manifestarono per qualche decennio ancora. Movimenti indipendentisti si sono poi succeduti a ondate tra metà Ottocento e il secondo dopoguerra, ma la questione dell’indipendenza scozzese è tornata decisamente al centro del dibattito politico a partire dagli anni Sessanta.

Nel 1979 un primo referendum per la devoluzione fallì a causa del basso numero di votanti (la cui maggioranza si era comunque espressa a favore); sarebbe stato il secondo referendum, nel 1997, a portare invece alla creazione del parlamento scozzese, a cui furono attribuiti poteri in alcune materie locali. Si trattava comunque di devoluzione all’interno del Regno Unito. È storia recente invece il referendum del 2014, in cui una vera e propria indipendenza fu rifiutata dal 55 per cento degli elettori scozzesi. Il referendum sulla Brexit del 2016, tuttavia, ha riaperto la questione, dato che in Scozia il 62 per cento dei votanti si è espresso per rimanere nell’Unione europea. Lo SNP, ormai dominante a livello locale, cercava in questa tornata elettorale i voti che gli dessero la forza necessaria per ottenere un nuovo referendum sull’indipendenza, che può essere concesso solo dal governo centrale.

Nicola Sturgeon

L’affluenza alle elezioni scozzesi è stata del 63 per cento, in crescita rispetto alla tornata precedente. Lo SNP ha conquistato 64 seggi, uno in più che nel 2017, ma uno in meno di quanto gli sarebbe stato necessario per avere la maggioranza assoluta (i seggi totali sono 129). L’ottima performance dei Verdi, che sono passati da sei a otto seggi, fornisce una maggioranza alla causa indipendentista, che essi hanno apertamente dichiarato di voler appoggiare. Va detto, tuttavia, che i più recenti sondaggi sul voto a un eventuale referendum vedono gli elettori divisi e non danno agli indipendentisti quella chiara maggioranza che renderebbe anche per loro conveniente forzare la mano. Nicola Sturgeon, first minister e leader dello SNP, esalta il successo del suo partito, ma non ha ottenuto il risultato che sperava (la maggioranza assoluta), anche se è riuscita a disinnescare agevolmente la concorrenza portata da Alba, nuovo partito indipendentista fondato da Alex Salmond, suo antico mentore e ora rivale. Quest’ultimo, che non è riuscito a ottenere alcun seggio, ha dal canto suo criticato lo SNP di non aver voluto fare accordi per scelte di desistenza tattica; una strategia attuata invece con un qualche successo dal fronte pro-unionista, in cui conservatori e laburisti hanno appoggiato alternativamente il candidato dell’altro partito laddove aveva più possibilità di vittoria.

Guardando ai risultati in generale si può dire che, pur con diverse sfumature, chi era al governo (a livello locale o nazionale) durante questi lunghi mesi di pandemia, ha mantenuto il proprio ruolo. In Galles si è confermata la guida laburista (anche se dei sette seggi precedentemente ottenuti dall’UKIP, l’UK Independence Party, cinque sono andati ai conservatori, uno solo ai laburisti e uno al Playd Cimru, un partito socialdemocratico ed europeista che mira all’indipendenza del Galles); in Scozia lo SNP continua a essere di gran lunga il primo partito; a Londra e in altre grandi città molti dei mayors sono stati rieletti. Nelle elezioni locali del resto dell’Inghilterra, infine, i conservatori, saldamente al governo nazionale e forti dei risultati di una campagna vaccinale molto efficace, hanno incrementato sensibilmente la propria rappresentanza.

Dopo il “Super Thursday” elettorale, dunque, non c’è dubbio che Boris Johnson abbia consolidato la propria leadership e possa quindi – a ragione – cantare vittoria. I conservatori hanno tolto molti seggi locali ai laburisti e, in Scozia, lo SNP non ha vinto quanto sarebbe stato necessario per rendere insostenibile la pressione per un nuovo referendum (che comunque il primo ministro non aveva intenzione di concedere). Johnson, inoltre, pare immune dai vari piccoli scandali in cui è coinvolto, come quelli legati alla provenienza dei fondi per le ingenti spese di ristrutturazione del suo appartamento a Downing Street o per le vacanze fatte ai Caraibi.

Nel commentare i risultati il primo ministro ha sottolineato come il suo governo abbia portato a compimento Brexit e sia ora pronto ad altre sfide, quali la continuazione della campagna vaccinale e la crescita economica. Le recenti tensioni fra Regno Unito e Francia sui diritti di pesca al largo dell’isola di Jersey (Canale della Manica), che hanno condotto a una rumorosa manifestazione di pescatori francesi e all’invio di imbarcazioni della Royal Navy da parte degli inglesi, evidenziano tuttavia come molti nodi siano tutt’altro che sciolti, data l’indeterminatezza di vari aspetti (soprattutto commerciali) legati all’uscita del Regno Unito dall’UE.

Come già avevamo sottolineato, la strada per raggiungere una piena e pacifica cooperazione post-Brexit è ancora lunga.

Regno Unito. Lo scenario politico dopo il SuperGiovedì ultima modifica: 2021-05-12T13:15:05+02:00 da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI

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1 commento

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Stefania Salvadori 15 Maggio 2021 a 15:17

Ottimo articolo, informativo sulla situazione

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