Palestinesi. Tante voci, nessuna voce

La tragica ripetitività della quarta guerra di Gaza consiste nella frantumazione del campo palestinese - come del resto di quello israeliano.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
Condividi
PDF

La guerra è preferibile al voto. Perché col nemico israeliano si combatte, si mettono in conto morti e feriti, a migliaia, ma alla fine si arriva a una tregua (hudna). E la tregua è meglio del voto. Anche se significa ricostruire la catena di comando militare parzialmente distrutta. Ma era già accaduto nelle precedenti tre guerre di Gaza. La guerra è il male minore. Perché col voto si rischia di perdere quello a cui si tiene di più: il potere. Vale per Hamas e, sia pure in forme più soft, per la vetusta e screditata nomenclatura dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Specie per il Fatah, il movimento fondato da Yasser Arafat, dilaniato da insanabili faide interne. 

La violenza come surrogazione della politica. Un primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che cerca di sopravvivere politicamente alle inchieste giudiziarie che lo chiamano in causa, giocando l’unica carta a sua disposizione: la sicurezza minacciata di Israele. Un movimento armato palestinese che ha fallito la prova di governo e che cerca una nuova legittimazione cavalcando la rabbia e la sofferenza, cercando nella resistenza all’”occupante sionista” il recupero della sua centralità. Hamas vince politicamente anche quando perde (ma neanche tanto) militarmente. Una popolazione in gabbia, ostaggio di due nemici che si sorreggono l’un l’altro, perché, da fronti opposti, conoscono e praticano lo stesso linguaggio: quello della forza. 

Il sangue versato a Gaza racconta una storia che non nasce ieri ma che si dipana nel corso di decenni e che ha nella Striscia uno dei suoi più tragici luoghi di attuazione. È la storia di quattro guerre, di bombardamenti, razzi, invocazione al diritto di difesa (Israele) e alla resistenza armata contro l’“entità sionista” (Hamas). È la storia di punizioni collettive, di quindici anni di assedio. Ma è anche la storia di un movimento islamico che, fallita l’esperienza di governo, cerca nuova legittimazione scagliando contro l’occupante con la Stella di Davide la rabbia e la sofferenza di una popolazione ridotta allo stremo. La guerra del 2014 andò avanti per 67 giorni, furono uccisi più di duemila palestinesi e 73 israeliani, soprattutto soldati. Al termine del conflitto, Hamas si dichiarò vincitore mentre Israele si ritirò con la convinzione di avere fatto danni sufficienti da garantirsi qualche anno di tranquillità. La storia si ripete.

1. Da quando Netanyahu è salito al potere nel 2009, ha firmato “un patto non scritto con Hamas”, rimarca Haim Ramon, ex vice primo ministro e ministro della Giustizia, già laburista, poi di Kadima. L’accordo è stato progettato per contrastare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) e il suo screditato leader Mahmud Abbas (Abu Mazen), perpetuando la spaccatura tra Hamas a Gaza e Anp in Cisgiordania, e per mantenere il congelamento diplomatico, basato sull’affermazione che nessuno rappresenta tutti i palestinesi.

Netanyahu ha mantenuto questa posizione durante l’offensiva aerea del novembre 2012 e la guerra di Gaza del 2014, durante la quale ad Hamas è stato offerto un cessate il fuoco non meno di dieci volte. Inoltre, dal 2012, Netanyahu ha lasciato che il Qatar trasferisse un miliardo di dollari a Gaza, di cui almeno la metà è andata a Hamas, compresa la sua ala militare. Per Netanyahu, c’è una ragione per tenere i cittadini di Israele ostaggio di Hamas: impedire che l’Anp torni a governare Gaza. Questo farà sì che il “disastroso” processo diplomatico non riprenda. 

Nel suo libro Contro il vento, Haim Ramon fornisce prove sostanziali che sostengono la sua affermazione su questo patto non scritto tra Netanyahu e Hamas. Le motivazioni di Netanyahu sono legate al suo impegno per l’idea della Terra d’Israele (ErezIsrael) indivisa e al suo sforzo per prevenire la creazione di uno Stato palestinese. Il Jerusalem Post ha riportato il 12 marzo 2019 che Netanyahu, parlando al gruppo del Likud alla Knesset, ha detto che

chi è contro uno Stato palestinese dovrebbe essere a favore del trasferimento di fondi a Gaza, perché mantenere una separazione tra l’Anp in Cisgiordania e Hamas a Gaza aiuta a prevenire la creazione di uno Stato palestinese.

In un’intervista al sito Ynet (5 maggio 2019), uno stretto collaboratore del primo ministro, il generale Gershon Hacohen, ha detto che

la verità deve essere affermata: la strategia di Netanyahu è quella di impedire un’opzione a due Stati, quindi Hamas è il suo partner più stretto. Apertamente, Hamas è il nemico. Segretamente, è un alleato.

Il mausoleo dedicato a Yasser Arafat a Ramallah

2. La tragica ripetitività di questa quarta guerra di Gaza consiste nella frantumazione del campo palestinese – come del resto di quello israeliano. Proviamo ad esplorare le faglie palestinesi con l’aiuto di una autorevole guida locale: il professor Bishara A. Bahbah, che ha insegnato all’Università di Harvard, è stato membro della delegazione palestinese ai colloqui di pace multilaterali sul controllo delle armi e la sicurezza regionale, ed è fondatore del Palestine Center di Washington D.C. Bahbah distingue tre fazioni principali nel campo palestinese. Riportiamo di seguito la sua analisi. 

La prima è guidata dallo stesso Mahmud Abbas e da quattro aspiranti successori: il segretario generale di Fatah, Jibril Rajub; Majed Faraj, capo delle forze di sicurezza dell’Anp e principale garante palestinese della sicurezza di Israele; Hussein al-Sheikh, ministro incaricato del Coordinamento degli affari civili con Israele; e Mohammad Shtayyeh, primo ministro con una lontana speranza di succedere ad Abbas quale presidente dell’Anp. 

La sfida più seria a questo gruppo viene dalla seconda fazione, diretta da Marwan Barghuti e Nasser al-Kidwa. La paura di Abbas di essere scalzato da Marwan Barghuti ha portato il suo stretto confidente Hussein al-Sheikh a visitare Barghuti in prigione per offrirgli di guidare la lista di Fatah insieme a dieci dei suoi candidati. Barghuti ha rifiutato l’offerta. Nasser al-Kidwa, nipote di Yasser Arafat, ex ministro degli Esteri palestinese, rappresentante di lunga data dell’Olp all’Onu e membro del Comitato centrale di Fatah, ha poi dichiarato (con un certo coraggio) che stava formando una lista di Fatah a sostegno di Marwan Barghuti. Poco dopo, il Comitato centrale lo ha espulso. Barghuti, secondo gli ultimi sondaggi, ha le migliori possibilità di battere Abbas o il candidato di Hamas, presumibilmente Ismail Haniyeh, e diventare presidente dell’Anp. Il fatto che si trovi in un carcere israeliano condannato a più ergastoli non gli impedirebbe di essere eletto. Una vittoria potrebbe produrre la pressione internazionale sufficiente per farlo rilasciare.

La terza fazione è guidata da Mohammed Dahlan, nemesi di Abbas ed ex alto funzionario di Fatah, che ora vive in esilio autoimposto negli Emirati Arabi Uniti. Dahlan è stato squalificato dalla candidatura alla presidenza dell’Anp con la scusa inventata di essere stato condannato da un tribunale palestinese in un caso inventato da Abbas. Tuttavia, Dahlan ha in programma di mettere in campo una lista denominata Movimento di riforma democratica, che probabilmente sarà pesantemente sostenuta dai suoi compagni di Gaza – civili, ex funzionari della sicurezza, e molti abitanti dei campi profughi sia nella Striscia che in Cisgiordania. Dahlan è stato “condannato” con l’accusa di corruzione e appropriazione indebita di fondi, poi espulso da Fatah. Prove: zero. Qualsiasi fondo Dahlan abbia ora accumulato è grazie al suo lavoro per Mohammed bin Zayed, capo degli Emirati Arabi Uniti. I figli di Abbas, invece, hanno accumulato più di un miliardo di dollari in beni, depositati in banche e investimenti in tutto il mondo.

Le fonti di questi fondi sono società palestinesi che beneficiano di servizi forniti ai palestinesi. Chi avrebbe dovuto essere condannato per appropriazione indebita – Dahlan o Abbas, grazie al suo nepotismo? In un incontro zoom ospitato dalla Birzeit University, Nasser al-Kidwaha ha dichiarato Dahlan persona non grata nella sua lista congiunta con Marwan Barghuti perché costui ha aiutato a facilitare la normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. A parere di al-Kidwa, un atto squalificante. Da astuto diplomatico, al-Kidwa dovrebbe saperlo bene: se non fosse stato per l’intervento degli Emirati Arabi Uniti, Netanyahu avrebbe già annesso il trenta per cento della Cisgiordania. Dahlan vanta il sostegno geopolitico e finanziario di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, oltre che dell’Egitto (ma senza capacità di erogare fondi). Rifiutare Dahlan è un errore per la lista al-Kidwa-Barghuti: un’alleanza tripartita avrebbe facilmente ottenuto ampio sostegno all’interno di Fatah e Hamas, godendo di un cruciale sostegno geopolitico e finanziario regionale. Infine, la lista dell’ex primo ministro Salam Fayyad attirerà presumibilmente gli indipendenti, specialmente i tecnocrati e alcuni uomini d’affari palestinesi. Tuttavia, sarà senza dubbio la scheggia più debole delle liste legate a Fatah.

La Mukata’a

3. È abbondantemente chiaro che il conflitto israelo-palestinese non è in cima alle priorità di Biden. Ma gli Stati Uniti sono così coinvolti nella sicurezza di Israele che disconnettersi non è possibile. È probabile che le prossime elezioni palestinesi, quando mai fossero fissate, solleveranno questioni serie. Una dozzina di mine legislative, dalle sanzioni ad Hamas al Taylor Force Act, già minacciano le intenzioni dichiarate del presidente americano Joe Biden di ripristinare i legami con l’Autorità nazionale palestinese, riaprire l’ufficio di Washington della delegazione dell’Olp, riprendere gli aiuti urgentemente necessari e rinnovare gli sforzi statunitensi per la pacificazione. Ma se le elezioni palestinesi prima o poi si terranno, la lista di Hamas potrebbe ottenere almeno il secondo più grande blocco di seggi nel Consiglio legislativo. Se Hamas è incluso in qualsiasi ramo del nuovo governo palestinese, le norme statunitensi che lo designano come organizzazione “terroristica” potrebbero forzare il taglio di alcuni o tutti gli aiuti destinati ai palestinesi (350 milioni di dollari all’anno all’Unrwa, duecento milioni di dollari per gli aiuti economici e umanitari). A meno che non si usino deroghe presidenziali per superare provvisoriamente le leggi statunitensi vigenti. Conclude Bahbah:

I circa quindici anni di governo inefficace e autoritario di Abbas faranno senza dubbio precipitare la disintegrazione di Fatah dopo il voto, quando che sia. Come molti altri palestinesi, sono stanco di essere guidato e rappresentato da un dittatore. Siamo un popolo intelligente, sminuito nella sua statura da cosiddetti leader autoproclamati, ignoranti, egoisti e non eletti. E ci sono troppi idioti ambiziosi che sperano di succedere ad Abbas. Al geriatrico Abbas non dovrebbe essere permesso di candidarsi alla presidenza. I palestinesi hanno bisogno di una leadership giovane, energica e creativa non segnata dalle accuse di corruzione dell’era Abbas, dalla mancanza di trasparenza e dalla distruzione dei valori democratici e delle istituzioni palestinesi. Ancora peggio, Abbas ha agito come esecutore della sicurezza di Israele nelle aree controllate dall’Autorità e ha completamente fallito nel far avanzare il processo di pace o l’indipendenza palestinese di una virgola. I palestinesi di tutte le fazioni politiche non dovrebbero permettere ad Abbas di candidarsi alla presidenza dell’Autorità o a qualsiasi altra cosa. Il suo atto finale dovrebbe essere quello di dimettersi volontariamente. E se rifiuta di farlo, i palestinesi dovrebbero deporlo, anche contro la sua volontà e quella dei suoi surrogati.

Mohammed Dahlan con Yasser Arafat

4. Secondo al Jazeera, i capi dell’intelligence giordana ed egiziana hanno cercato in aprile di convincere Abbas a fare la pace con Mohammed Dahlan – che il presidente ha rimosso da Fatah nel 2011 – in modo che una lista unificata di Fatah corra contro Hamas. Abbas ha rifiutato. Meglio rinviare il voto. Perché oggi quasi certamente porterebbe alla vittoria di Hamas. 

Il mandato del Consiglio legislativo palestinese è ufficialmente di quattro anni, ma le ultime elezioni legislative si sono svolte nel lontano gennaio 2006, quelle presidenziali l’anno prima. Quando la politica e la diplomazia abbandonano il campo, il vuoto è riempito subito dalle armi. Senza progetto e una leadership autorevole perché riconosciuta da chi dovrebbe rappresentare, c’è solo spazio per la disperazione.

Se viene meno ogni prospettiva di dialogo, se a Gerusalemme Est prosegue la “pulizia etnica” della popolazione araba – ci dice Hanan Ashrawi più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, sostenitrice della protesta non violenta e della disobbedienza civile – ciò che resta è solo il desiderio di vendetta. È tragico, ma è così.

Per i giovani protagonisti delle proteste della Porta di Damasco, le tradizionali leadership politiche non hanno presa. Non sono modelli da seguire. E a funzionare non è neanche più il mito oramai sbiadito dal tempo di Yasser Arafat, né la chiamata alle armi da parte di Hamas e del Jihad islamico. “Sono i figli del disincanto, della perdita di speranza in un futuro normale”, riflette Sari Nusseibeh, il più autorevole intellettuale palestinese, già rettore dell’Università al-Quds di Gerusalemme Est:

Di Israele hanno conosciuto solo le barriere di filo spinato, i checkpoint che spezzano in mille frammenti la Cisgiordania. I più sono animati da un misto di rabbia e di delusione. Avrebbero bisogno di un progetto in cui credere, di segnali concreti che dicano loro che un’altra via è percorribile. Niente di tutto questo.

Secondo Khalil Shikaki, direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr), i giovani palestinesi sposano valori più liberali di quelli dei loro anziani e sono insoddisfatti della loro leadership politica. I giovani palestinesi sono anche più propensi a sostenere la resistenza armata all’occupazione e a favorire la soluzione di uno Stato unico, poiché per loro “la richiesta di indipendenza e sovranità è meno importante della richiesta di uguali diritti”, rimarca Shikaki. In un recente sondaggio del Pcpsr, i palestinesi che hanno indicato la disoccupazione e la corruzione come i problemi più seri che la società palestinese deve affrontare oggi sono più numerosi di quelli che hanno puntato il dito contro l’occupazione israeliana.

Ma come fecero i Fratelli musulmani egiziani nell’Egitto di Piazza Tahrir, dopo essere stati spiazzati da una rivolta giovanile tutt’altro che “islamista”, così nella Gerusalemme della rivolta della Porta di Damasco e di Sheikh Jarrah Hamas ha infiltrato il movimento di protesta, ha alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e soprattutto ha superato esplicitamente quella che il governo israeliano considera una linea rossa, cioè la sicurezza degli ebrei israeliani che abitano a Gerusalemme e Tel Aviv, prese più volte di mira dai razzi di Hamas.

L’espediente sembra avere già funzionato. Sui media israeliani diversi analisti sostengono che Hamas avrebbe vinto. Le immagini del panico scatenato dalle sirene che annunciano l’arrivo dei razzi palestinesi e del parlamento israeliano evacuato per timore di un attacco hanno permesso ad Hamas di ottenere una vittoria mediatica nel dibattito interno palestinese.

A spiegarlo al meglio è una delle firme di punta di Haaretz, ZviBar’el:

Molti alti dirigenti di Hamas che l’Idf ha ucciso dimostrano che Hamas non è una ‘organizzazione effimera’, come molti analisti hanno sostenuto. Alcuni di questi uomini occupavano posizioni di primo piano – il comandante della brigata di Gaza City, il capo dell’unità informatica e dello sviluppo missilistico di Hamas, il capo del dipartimento progetti e sviluppo, il capo del dipartimento di ingegneria, il comandante del dipartimento tecnico dell’intelligence militare e il capo della produzione di attrezzature industriali. Si tratta di un esercito con un bilancio serio, gerarchizzato e organizzato, formato da professionisti, con il know-how necessario per gestire le infrastrutture sia per la sopravvivenza che per le offensive. Un esercito soggetto a una leadership politica e civile eletta, che ha filiali in Libano, Turchia, Qatar e persino in Arabia Saudita. Ha un Consiglio consultivo che detta i suoi princìpi strategici, un’amministrazione civile incaricata di gestire il sistema educativo e sanitario, il commercio, l’approvvigionamento idrico ed elettrico. Questa è un’organizzazione che riesce ampiamente a radicare il suo monopolio sulla violenza, conosce i limiti della sua forza militare e gestisce le sue guerre di conseguenza. Hamas è ora percepito come il grande difensore della sacra al-Quds, è riuscito ad escludere l’Autorità nazionale palestinese e la Giordania dallo status di padroni di casa. 

Zaki Chebab, uno dei più importanti giornalisti del mondo arabo, conclude così il suo libro Hamas. Storia di militanti, martiri e spie:

La realtà è che Hamas, a prescindere dalle sue fortune politiche, non scomparirà nel nulla, e nessuna azione militare riuscirà a sradicarlo. L’idea che l’esercito israeliano possa distruggere Hamas a suon di missili e carri armati riporta alla mente un raccapricciante commento degli americani durante la guerra in Vietnam: ’Abbiamo distrutto quel villaggio per salvarlo’. Questa strategia non funzionò in Vietnam e non funzionerà con Hamas. Hamas non è una forza guerrigliera venuta da un mondo alieno. Hamas è il fratello, è il vicino, o l’uomo che dà a tuo figlio i soldi per la sua istruzione. Fintanto che queste persone rappresenteranno il popolo palestinese nelle urne, l’Occidente e qualsiasi futuro governo dell’Anp dovrà accettarle per quello che sono – il lupo perde il pelo ma non il vizio – e dovrà trattare con loro.

Il libro di Chebabi è del 2007. Quattordici anni dopo, le sue conclusioni reggono ancora.

Fonti palestinesi rivelano che la decisione di aprire le ostilità con Israele è stata subita dal capo politico di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, messo in minoranza dai suoi co-leader più radicali: Mohammed Deif, comandante dell’ala militare, e i capi “all’estero” Ismail Haniyeh e Saleh al-Arouri. Hamas si è ora posizionato come guida di fatto della causa palestinese, scavalcando il “silenzioso” Abbas. Il prezzo: centinaia di vite palestinesi – civili e combattenti di Hamas – e gravi danni alla fragile economia e alle infrastrutture di Gaza. Ma dalle piazze palestinesi nessuno ha rimproverato a Hamas questo sacrificio.

Intanto le petromonarchie del Golfo hanno sancito un patto d’azione che mira, tra l’altro, all’eterodirezione condivisa della questione palestinese. E non è certo un caso che nei giorni della quarta guerra di Gaza, il “primo ministro” di Hamas, Ismail Haniyeh, abbia trovato un accogliente rifugio in Qatar. A differenza di Iran e Turchia, Qatar e Arabia Saudita possono mettere sul tavolo quello che oggi serve ai palestinesi per sopravvivere: i dollari. Dollari a palate. Torta miliardaria, quella della ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania, una fetta della quale andrebbe anche all’Egitto di al-Sisi, alle prese con una crisi economica che potrebbe sfociare in rivolta sociale.

5. La vera novità di questo conflitto è stata la rivolta dei palestinesi di Israele. Il fronte interno che tanto preoccupa lo Stato ebraico. Gli arabi israeliani sono oggi due milioni. Considerando lo spazio fra Mediterraneo e Giordano, alcuni demografi prevedono che entro il 2030 in Palestina gli ebrei israeliani saranno minoranza. 

Per gestire il fronte interno, con l’abilità tattica che non ha eguali tra i politici israeliani, “Bibi” Netanyahu ha cercato di dividere il campo politico arabo-israeliano. E c’era riuscito, con la scissione della Lista Comune, e la formazione della Lista Araba Unita di Mansur Abbas (quattro seggi conquistati nelle elezioni del 23 marzo). Netanyahu ha provato a corteggiare Abbas. Ma neanche il grande manovratore della politica israeliana è riuscito a far digerire il sostegno di un partito arabo, sia pur moderato, agli ultrafondamentalisti ebraici della sua coalizione. Ma i voti di Abbas e quelli della Lista Comune di Ayman Odeh e Ahmed Tibi (sei seggi) sono decisivi anche per il fronte “anti-Bibi”. I numeri lo dicono: Yesh Atid di Yair Lapid ha 17 seggi; Kahol Lavan di Benny Gantz, otto; Yamina di Naftali Bennett, sette; Labor, sette; Nuova Speranza, sei; Meretz, sei. Totale: 51. Per conquistare i 61 seggi necessari a governare c’è bisogno dei dieci voti delle due liste arabe. Per spaccare il fronte avverso, occorreva radicalizzare la situazione. Spaccare ancora di più la società israeliana. 

La quarta guerra di Gaza si distingue dalle tre precedenti per le ricadute dentro Israele. Gli scontri, con morti e feriti, a Gerusalemme come nelle altre città miste israeliane – Haifa, Lod, Giaffa, Akko – e la tensione che ha investito anche gli insediamenti beduini, coinvolgendo perfino la comunità drusa, la più legata alla destra israeliana, sono il prodotto di un azzardo di Netanyahu che rischia di avere effetti che vanno al di là delle intenzioni stesse del suo autore. A Lod, cittadina non lontana dall’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, sono scoppiati violenti scontri tra cittadini della comunità araba e di quelli della comunità ebraica. Tumulti tra cittadini israeliani. Materializzazione di uno degli incubi più ricorrenti tra i dirigenti dello Stato ebraico: una guerra civile latente tra ebrei e arabi interni. Lod è solo un esempio, forse quello più tragico. Secondo il presidente della Repubblica Reuven Rivlin, qui è stato attuato un vero e proprio pogrom contro i cittadini ebrei. Sinagoghe date alle fiamme, famiglie messe in fuga, negozi distrutti, lo scenario è grave. Anche perché non sono mancate le vendette: proprio a Lod un uomo ha aperto il fuoco contro un gruppo di arabi, uccidendo almeno una persona. E a Lod è subito calato Netanyahu, dichiarando lo stato di emergenza. Non solo. Il premier israeliano ha promesso dura repressione se le violenze non dovessero arrestarsi: “Non c’è minaccia peggiore di questi pogrom e non abbiamo altra scelta che ristabilire l’ordine pubblico con l’uso determinato della forza”, ha dichiarato ai giornalisti presenti a Lod. Non è escluso, tra le forme di deterrenza, anche l’applicazione della cosiddetta detenzione amministrativa, misura solitamente applicata in Cisgiordania. 

La faglia si è allargata. Radicalizzando lo scontro interno, “Bibi” mette in difficoltà i suoi avversari personali, i Bennett, i Sa’ar, i Lieberman. Il messaggio è chiaro: pur di farmi fuori politicamente siete disposti a rinnegare il vostro ebraismo alleandovi con coloro che sono votati dagli assaltatori di sinagoghe, quelli della “Notte dei cristalli” di Lod.

Il leader di Hamas Ismail Haniyeh e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in un incontro a Istanbul, 20 agosto 2020

6. Il fatto che i palestinesi della Striscia e della Cisgiordania e gli arabi israeliani abbiano trovato ragioni per unirsi e protestare insieme contro Israele è fatto di per sé rilevante, oltre che inusuale. Nel corso degli ultimi decenni, infatti, queste comunità sono state separate geograficamente, sottoposte a regole diverse, e governate da entità diverse, spesso in competizione tra loro. Hanno quindi in parte sviluppato identità differenti.

Il fuoco della rivolta, di cui i giovani sono stati protagonisti, è tutt’altro che domato. Perché, anche dopo la tregua con Hamas, la realtà nelle città miste israeliane è quella della “nuova normalità” di Giaffa: posti di blocco, granate stordenti e brutalità della polizia. Una “normalità” che non marchia solo Giaffa.

Della comunità arabo-israeliana, Ahmed Tibi, è una delle figure storiche, parlamentare della Lista Comune, già vice presidente della Knesset:

Noi siamo, noi ci sentiamo arabi israeliani. E per questo continuiamo a batterci perché Israele sia lo Stato degli israeliani. Ma nessuno può chiederci di chiudere gli occhi di fronte a ciò che avviene nei Territori occupati, ad una repressione che si fa sempre più brutale, all’instaurazione di fatto di un regime di apartheid. Le nostre critiche non sono diverse, e neanche più dure, di quelle che si leggono su Haaretz o che sono contenute in appelli di intellettuali israeliani, ebrei, o in documenti dell’Onu o delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali. Solo che se queste critiche le facciamo noi, noi arabi israeliani, scatta in automatico l’accusa di sempre: ‘Ecco, vedete, di costoro non possiamo fidarci, sono il cavallo di Troia dei palestinesi in Israele’. È una critica preconcetta, strumentale. È da israeliani che affermiamo che la pace è l’unica strada percorribile per diventare un paese normale, totalmente integrato nel Medio Oriente. Da israeliani diciamo che la sicurezza d’Israele e il diritto dei palestinesi ad uno Stato indipendente sono le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta, e proprio perché tale, durevole.

Una pace improbabile. Almeno fino a quando a dettar legge in questa “faida barbarica” (copyright Avishai Margalit, tra i più autorevoli analisti israeliani) saranno i nemici-sodali: Netanyahu e Hamas. Per loro il tempo è potere. Tra una tregua e una guerra, ognuno celebrerà, nei rispettivi campi, il cessate il fuoco come una vittoria da far valere nei regolamenti di conti interni. Ma niente sarà risolto, perché il silenzio delle armi non è la pace.

Da La Questione Israeliana, numero 5/21 di Limes, nelle librerie e nelle edicole

PS La quarta guerra di Gaza non è servita a Benjamin Netanyahu per restare alla guida d’Israele. Dopo dodici anni ininterrotti, il premier più longevo nella storia d’Israele è costretto all’opposizione. Una composita maggioranza di 8 partiti ha dato vita al governo Bennett-Lapid. Il voto di domenica alla Knesset, 60 sì, 59 no, 1 astenuto, dà conto solo in parte delle difficoltà che il “governo del cambiamento” incontrerà sulla sua strada. Difficoltà non solo numeriche. Perché a unire la destra di Bennett e la sinistra pacifista di Meretz, passando per gli altri due partiti di destra, oltre Yamina – New Hope del fuoriuscito dal Likud Gideon Saar e Yisrael Beiteinu del “russo” Avigdor Lieberman – per arrivare ai centri di Yesh Atid e Kahol Lavan e al Labour di – è, ad ora, lo slogan che ha segnato una stagione di protesta: “Tutti, tranne Bibi”. Il governo “anti Netanyahu” è nato, e questa è comunque una svolta politica “storica” per un paese che per dodici anni di fila (quindici in complesso) si è affidato a “King Bibi”. Ma per essere davvero un “governo del cambiamento” ce n’è di strada da fare. 

Palestinesi. Tante voci, nessuna voce ultima modifica: 2021-06-14T20:08:59+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento