Anarco-valute e sovranità monetaria. Nubi sul Crypto World

RAFFAELLA CASCIOLI
Condividi
PDF

La parola chiave del prossimo numero della rivista Arel è “rivolta”. Se la pandemia ci aveva colti all’improvviso, svuotando le piazze che nel 2019 erano tornate a riempirsi e a esprimere la voglia forte di partecipazione, ora che ha allentato la presa i fermenti, le proteste, quando non le vere e proprie manifestazioni di ribellione, hanno riacquisito cittadinanza un po’ ovunque. E allora, rivolta sia.
Da lunedì 28 il numero web sarà in vendita sul sito di Arel e tra una decina di giorni la versione cartacea nelle principali librerie Feltrinelli di Roma e Milano e attraverso il sito stesso.
Proponiamo qui di seguito uno degli articoli del numero.
Ringraziamo la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

Chi di rivolta ferisce, di rivolta perisce. E, così, nelle ultime settimane tra un cinguettio e un altro è andato in fumo circa un terzo della capitalizzazione del mercato delle criptovalute, una minaccia hacker ha tenuto in scacco la costa orientale degli Stati Uniti fino al pagamento del riscatto quasi in tempo reale in bitcoin (neanche a dirlo!), mentre la Banca centrale cinese ha vietato a banche e società finanziarie di effettuare transazioni in criptovalute facendo precipitare il bitcoin ben al di sotto della soglia dei 40mila dollari.

Mondo crypto, dunque, in fibrillazione. Perché anche chi è il paladino delle rivolte, chi insegue l’utopia di anarco-valute sganciate dal controllo delle banche centrali, rischia di essere vittima a sua volta di una rivolta con attacchi che arrivano sia dall’esterno sia dall’interno. Anzi, questi ultimi forse sono, paradossalmente, i più difficili da respingere.

In un mondo sempre più digitale, mentre l’organizzazione criminale DarkSide ha sferrato il suo attacco hacker alla Colonial Pipeline, uno dei più grandi oleodotti a stelle e strisce che copre il 45 per cento del fabbisogno della costa orientale americana, è bastato un tweet di Elon Musk a far crollare il valore della criptovaluta per eccellenza. L’eccentrico imprenditore, autoproclamatosi TechnoKing di Tesla, ha detto chiaro e tondo che non accetterà più bitcoin come forma di pagamento per l’acquisto dell’auto elettrica:

Siamo preoccupati per il rapido aumento dell’uso di energie fossili collegato alle transazioni di bitcoin, specialmente il carbone – ha cinguettato Musk. – La criptomoneta può avere un futuro promettente, ma ciò non può avvenire a spese dell’ambiente.

Settimane pesanti per i bitcoin usati per il pagamento di un riscatto e rifiutati per l’acquisto dell’auto con la A maiuscola. Mentre gli hacker criminali provocavano con il ricatto alla Colonial Pipeline un’impennata del costo del carburante fino al pagamento del riscatto di 75 Bitcoin pari a 5 milioni di dollari, le ripercussioni del tweet di Musk si sono abbattute immediatamente sui bitcoin, la criptomoneta lanciata nel 2009 e autogestita da una comunità di pari che tuttavia ha il bisogno di un costante monitoraggio sulle transazioni anche per impedire che un utente usi lo stesso bitcoin per acquistare prodotti diversi. Tre mesi assolutamente nelle stelle delle cripto prima di crollare: tre mesi da quell’8 febbraio quando lo stesso Musk, che in precedenza aveva investito 1,5 miliardi di dollari di liquidità in bitcoin, ha comunicato di essere disposto a scommettere sulla regina delle criptovalute iniziando ad accettarla come sistema di pagamento per l’acquisto della Tesla; tre mesi prima che il patron della Tesla “scoprisse” l’impiego massiccio di computer e il dispendio di un ingente quantitativo di energia per monitorare i movimenti dei bitcoin tanto da portarlo a ripudiare, in nome della causa ambientale alla base del marketing dell’electriccar, i pagamenti in cryptocurrency.

Sarebbe tuttavia sbagliato attribuire alla decisione di Musk una motivazione “esclusivamente” ambientale nonostante, stando ai calcoli del Cambridge Centre for Alternative Finance, il consumo di energia delle criptovalute sia molto elevato, con un livello almeno pari a quello consumato in un anno dalla Svezia. È anche vero che Musk parla esplicitamente di carbone e, quindi, di fonti inquinanti visto che il 60-70% delle connessioni avviene in Cina; tuttavia c’è chi è pronto a scommettere, cifre alla mano, che il 75% del “mining”, ovvero l’attività di verificare le transazioni in criptovalute, sia alimentato da fonti rinnovabili.

In realtà, la dismissione del “tesoretto” accumulato da Musk in bitcoin è iniziata paradossalmente molto prima dell’annuncio di non accettare pagamenti in bitcoin per l’acquisto della Tesla. Di certo, la Tesla non è stata la prima grande azienda a scommettere sulle crypto, prima la stessa scelta oltre oceano era stata condivisa anche da Dell Technologies, da Microsoft, da Overstock. Scelte che, tuttavia, non sono durate a lungo e il motivo principale è la scarsa stabilità dei bitcoin il cui valore oscilla in modo pauroso tra grandi perdite e grandi guadagni consumati nel giro di qualche giorno per non dire qualche ora. Una mancanza di stabilità che mal si coniuga con l’impiego di beni durevoli.

Se per l’economista Nouriel Roubini i bitcoin sono un fake, al momento non è possibile neppure dire quante siano le criptovalute in circolazione: per alcuni 4mila per altri 5mila, la maggior parte con valori irrisori. Nate come una rivolta al potere costituito delle banche centrali, le criptovalute oggi per molti versi assolvono al compito che nel secolo scorso era affidato ai conti cifrati svizzeri, con un’unica, grande differenza: non sono stabili. E, questo, nonostante anche il gigante di Cupertino sembra sia tentato dalla cripto-mania: nelle scorse settimane la Apple ha messo un annuncio di lavoro perché interessata ad assumere chi per almeno cinque anni ha lavorato con o all’interno di un’azienda di fornitori di servizi di pagamento alternativi.

Se quindi in molti scommettono sul prossimo tuffo delle Big Tech nel mercato delle criptovalute, il rischio più evidente è quello dell’anarchia valutaria a fronte di uno sviluppo di valute private accettate come mezzo di pagamento. E così, mentre il mondo crypto è sempre alla ricerca di primati con Ethereum che ha superato in termini di capitalizzazione la Visa tanto che sulla sua blockchain vengono effettuate circa 1,5 milioni di transazioni al giorno, si stanno sperimentando nuove criptovalute chiamate stablecoins, perché ancorate a riserve di dollari o di euro al punto che c’è già chi sta invocando una nuova Bretton Woods per queste criptomonete.

Sarebbe riduttivo però considerare lo scontro già in atto una guerra tra valute vecchie e nuove perché in ballo c’è molto di più: c’è la perdita di sovranità monetaria da parte delle banche centrali a favore dei privati con inevitabili ripercussioni non solo sulle economie ma anche sulle società. È anche per questo che la banca centrale cinese è arrivata a vietare transazioni in bitcoin, mentre le grandi banche centrali del mondo, dalla FED alla BCE alla BOJ, stanno attivamente esplorando come creare valute digitali e i governi, a cominciare dall’Unione Europea, intendono regolamentare il mercato anarchico delle criptovalute.

Secondo una ricerca della Banca dei regolamenti internazionali effettuata lo scorso anno su 66 banche centrali, rappresentative di oltre il 90 per cento del Pil mondiale, l’80 per cento di queste ha allo studio la creazione di valute digitali, nonostante appena il dieci per cento abbia già avviato un progetto pilota. E questo perché i problemi da risolvere e le incognite da affrontare sono molti.

A fronte di una stablecoins che è una valuta digitale ancorata a un cambio fisso 1:1 a una valuta scambiata sul mercato Forex, come il dollaro o l’euro, le banche centrali stanno pensando a tradurre in digitale le loro monete. Ad esempio, per il momento l’euro digitale è ancora solo un progetto che tuttavia potrebbe tradursi in realtà nei prossimi cinque anni: l’operazione ha come sempre i suoi pro e i suoi contro. Da un lato l’euro digitale consentirebbe di sfruttare le enormi potenzialità di difesa e rafforzamento dell’Eurozona affrancando dal dollaro la denominazione dello scambio di materie prime, ma dall’altro la disintermediazione delle banche finirebbe per consentire ad ogni cittadino di avere un deposito digitale in euro direttamente presso la BCE.

Non si tratta, dunque, solo di una risposta al progressivo declino del contante, ma di una mossa difensiva di fronte all’avanzare delle criptovalute e dei sistemi di pagamento privati delle grandi Big Tech. Se al momento la guerra valutaria ai pagamenti digitali in varie aree del mondo contrappone il dollaro e lo yuan digitali, che futuro può avere l’e-euro? La scommessa può essere quella di fare della BCE una banca prestatrice di prima istanza nei confronti delle banche commerciali a fronte della possibilità per i cittadini europei di trasferire parte o tutti i loro risparmi direttamente a Francoforte.

Anarco-valute e sovranità monetaria. Nubi sul Crypto World ultima modifica: 2021-06-26T15:30:32+02:00 da RAFFAELLA CASCIOLI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

Lascia un commento