Che c’entra la crisi dell’Inpgi con l’avvento di Metaverso

Astuzia della storia o banale coincidenza cronologica? Nello stesso giorno in cui s’annuncia un cambio radicale delle modalità di comunicazione digitale, la cassa pensionistica dei giornalisti è assorbita da parte dell’Inps.
MICHELE MEZZA
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Sarà una sottile manifestazione dell’astuzia della storia o una banale coincidenza cronologica il fatto che nello stesso giorno si annunci un cambio radicale delle modalità di comunicazione digitale, con la programmata trasformazione di Facebook in Metaverso, il nuovo avvolgente ambiente virtuale che ospiterà le nostre relazioni sociali, con l’assorbimento dell’Inpgi da parte dell’Inps?

Sono due segnali forti della cosiddetta mediamorfosi che, con un ritmo sempre più incalzante, sta trasformando completamente il nostro modo di vivere, mutando i codici delle nostre relazioni comunicative. 

Un cambiamento che incide proprio sulla natura della specie umana che, come ci spiega Manuel Castells nella sua monumentale opera sulla Società in rete del 2000, “si contraddistingue proprio per la sua attitudine a raccogliere e scambiare informazioni”. 

Delle due funzioni, la raccolta e lo scambio delle informazioni, è la prima che dà il timbro e la natura della nostra specie. Sono molte infatti le tipologie animali che scambiano informazioni, come sappiamo, ma nessuna ha la capacità di organizzare e strutturare sistemi di raccolta che producano memoria e generino organizzazione sociale come appunto l’essere umano. Il valore aggiunto della comunicazione sta nella raccolta e nell’organizzazione dei contenuti.

I giornalisti, come artigiani di questa funzione antropologica di mediare le notizie, hanno goduto negli ultimi tre secoli di uno status privilegiato, che ha connotato l’esercizio del mestiere. 

Il potere ha subito capito che ingraziarsi quel ceto artigiano che poteva gestire l’accesso alle informazioni, era meglio che reprimerlo o intimorirlo, benché le due tentazioni siano sempre rimaste come carta di riserva per soggiogare gli informatori. 

L’evoluzione della professione è sempre stata determinata dalle forme di produzione, in sostanza dalla tecnologia, che ha sempre risposto alla domanda sociale di accesso diretto alle fonti e, soprattutto, di una sempre maggiore velocità distributiva. Notizie più aderenti alla necessità degli utenti e sempre più rapide. Questi i due motori che hanno portato alla società dell’informazione, che ha reso la comunicazione essenziale per vivere, ma i comunicatori accessori nella vita.

Dal passaggio dalla pergamena al libro, con la prima personalizzazione del sapere, attraverso la lettura singola, alla grande rivoluzione di Gutenberg, che moltiplicava all’infinito le copie di un contenuto, creando l’opinione pubblica, e poi la proliferazione delle tipografie, superate successivamente dalle prime forme di trasmissione a distanza, con il telegrafo ottico e poi senza fili, per arrivare a radio e televisione. Sempre più veloce, e sempre più diversificate. Le notizie correvano nel mondo. Il problema non era tanto la ricerca delle fonti – l’abbiamo sempre pensato come giornalisti – ma l’ottimizzazione della raccolta e della distribuzione, punto a punto nello spazio. Le ambizioni degli utenti aumentano con l’incremento del benessere.

Già nel 1927, nella seconda edizione del suo celeberrimo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin analizzando le prime rubriche di lettere al direttore che pubblicavano i quotidiani in Francia e Germania prevede che “il lettore si siederà accanto al direttore”.

Con la trasformazione sociale, prodotta dalla crisi del fordismo, che alle masse sostituiva le moltitudini di infiniti individui, i mass media si sono ulteriormente scomposti. Internet nasce come risposta e non causa dell’insoddisfazione di sottostare al dominio di una casta editoriale che decideva cosa , come e quando sapere.

Nel suo tomo Mercanti di verità (Sellerio) Jill Abramson, la prima donna a dirigere il New York Times descrive dettagliatamente la mutazione genetica dei grandi giornali americani sotto la pressione delle piattaforme. Per ogni notizia che pubblichiamo, dice l’Abramson, emerge dalla rete sempre un lettore che ne sa più di noi. La pagina si diluisce nei social. Nessun testo è più chiuso, nessun programma televisivo è più conclusivo: ogni notizia è solo l’inizio di una conversazione.

Qui ritroviamo il punto di snodo fra la crisi dell’Inpgi e la svolta di Facebook. 

Il vero protagonista di questa fase, che governa e modula le nostre relazioni diventando arbitro di ogni nostra decisione, è solo l’algoritmo, ossia la potenza di calcolo che, mediante un flusso incontenibile di dati, è in grado di ricostruire necessità, ambizioni fantasia ed emozioni di ognuno dei circa cinque miliardi e mezzo di frequentatori abituali dei sistemi digitali. Il sistema top down, dalla redazione alla massa dei lettori, si infrange proprio su quella domanda del singolo utente di sedersi accanto al direttore, che intuì Benjamin alla fine degli anni Trenta, e che invece i giornalisti continuano ad esercitare.

Come è stato possibile che fino a qualche settimana fa, ancora in questi giorni con le elezioni dell’ordine nazionale della categoria, ci fossero autorevoli e inamovibili dirigenti sindacali e degli apparati previdenziali che pontificavano sull’autonomia previdenziale in un quadro in cui ormai siamo a circa quindicimila redattori impiegati con un contratto di lavoro a tempo indeterminato che devono mantenere circa diecimila pensionati. In ogni sistema previdenziale quando il rapporto fra occupati e pensionati scende sotto 4 a 1 arriva la guardia di finanza. Qualcuno è oggi in grado di prevedere nei prossimi anni la proliferazione di testate e l’assunzione di legioni di giornalisti, o invece vedremo ancora espulsioni di massa dalle redazioni come ci stanno mostrando Repubblica e il Corriere della sera, solo per parlare dei giganti?

Ma il nodo non è solo la malaccorta e sciatta gestione di una trasformazione socio antropologica, annunciata da decenni, è proprio capire come riassestare il sistema senza perdere quella scia di valori che comunque la testimonianza di migliaia e migliaia di esperienze professionali hanno prodotto in termini di garanzie e di tutele anche per il lettore. Mark Zuckerberg ci aiuta in questo. Dal mondo levigato della rete viene un maleodorante puzzo di corruzione e di speculazione senza controllo. Non è il regno di camelot, dove tutto è libertà e trasparenza. Siamo nel dominio, come scriveva nel suo ultimo libro remo bodei, di incontrollati proprietari di potenze di interferenza inaudite. Hanno in ostaggio la voglia di individualizzazione degli utenti, che scambiano per la capacità di controllarli e condizionarli.

Ora si ipotizza una nuova mossa del cavallo. Zuckerberg pensa probabilmente a quel proverbio americano che dice When in trouble, go big, quando sei in difficoltà rilancia più in grande, o buttala in caciara si direbbe più prosaicamente a Roma. Ma insieme alla necessità di sottrarsi al tiro al piccione ormai in voga contro di lui sia in America sia in Europa, si pone ormai il tema di un superamento delle attuali forme di comunicazione diretta, mediante sia mobile sia computer. Sono disponibili quantità di memorie e di calcolo sufficienti a creare opportunità virtuali per molti dei miliardi di utenti. Un salto epocale che mira a riprogrammare le attività più elementari dell’umanità, dal contatto fisico allo scambio diretto di emozioni.

Metaverso rovescia la vecchia metafora di Second Life, dove si proverà l’ebbrezza di travestirsi digitalmente mediante un avatar che frequentava ambienti di realtà virtuale. Ora si pensa di andare incontro a ogni singolo utente, avvolgendolo di tecnologie per mediare ogni sua necessità riproducendola in infiniti scenari computazionali. Dal casco a 3d, ai nuovi occhiali RayBan, alle forme di realtà aumentata sperimentata con il giochetto dei Pokémon, stiamo riproducendo all’infinito il pianeta. Ma chi guida questa trasmigrazione neurale? Chi determinerà linguaggi e forme delle nuove relazioni sociali mediate da Metaverso ?

I giornalisti possono tornare sulla scena, senza ambizioni nobiliari, ma proprio come lavoratori dell’etica professionale. Hanno ancora memorie delle battaglie civili, codici di diritti e garanzie, esperienze di negoziazioni di sistemi informativi. Un bagaglio da socializzare e diffondere, facendo della normalità previdenziale, dell’essere lavoratori come gli altri una forza e non una paranoia.

Che c’entra la crisi dell’Inpgi con l’avvento di Metaverso ultima modifica: 2021-10-29T14:03:03+02:00 da MICHELE MEZZA

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