Perché un intellettuale come Eribon sostiene Mélenchon

LUCIO FAVARETTO
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Didier Eribon è tra i migliori sociologi contemporanei. Avendo studiato e dato voce a tutta l’opera di Michel Foucault amplificandone le pieghe, anche le più sottili, in modo certosino, ha scritto anni fa (durante la prima elezione di Macron) Ritorno a Reims. Un libro così acuto e sottile da doverlo leggere e rileggere prima di poterne scrivere qualcosa. 

Didier Eribon nasce da una famiglia così povera, che il suo rapporto con la “vergogna” e la “paura” non nasce dal suo essere un gay affermato e pubblico, ma dalla difficoltà di riconciliare se stesso con un passato familiare che è quanto di più lontano da ciò che consideriamo una famiglia “tradizionale”.

La povertà, per non dire la miseria, ha fatto sì che non parlasse a nessuno delle sue origini, se ne andasse a vivere a Parigi (molti gay, se possono, vivono da esuli). Dove ha avuto un successo di pubblico e di critica – pubblicazioni, interviste televisive, trasmissioni radio – tanto da essere considerato ai livelli più alti, in grado di rimettere in piedi tutta la filosofia francese del Novecento, con un impianto marxista (non comunista) di raro intuito.

La madre di Didier Eribon nel 1950

Abbiamo detto che provava vergogna per le sue origini. Il suo unico rapporto era con la madre, che andava a trovare. Una donna che aveva lavorato sino a consumarsi, senza farne parola a nessuno, per sopperire alle difficoltà di un padre operaio in una fabbrica, poi in due fabbriche diverse. Lei, di nascosto, lavava lenzuola a mano nell’acqua fredda perché aveva intuito le capacità del figlio e voleva, cosa rara se non impossibile, permettergli di studiare, sino a sfornare un sociologo tra i più illuminanti degli ultimi anni.

Eribon credeva (fuori da qualsiasi gioco psicoanalitico) di essere riuscito a distaccarsi da un ambiente della cui miseria aveva orrore. E la miseria non porta nulla di buono nella struttura delle relazioni parentali. Il padre era un uomo autoritario, sempre nervoso per la stanchezza, la madre si era accoppiata con lui come oggi si acquista un elettrodomestico. Si sta con un succedaneo di marito, dove l’amore non è quello che intendiamo oggi, è frutto della situazione di classe: ci si “sistemava”. Le donne che avevano ancora la forza di divertirsi, sfornavano necessariamente figli, che poi in qualche modo dovevano essere sfamati. 

Il padre faceva lunghi percorsi in bicicletta pur di dare qualcosa da mettere sotto i denti alla propria famiglia. Una delle fabbriche in cui lavorava aveva costruito un quartiere popolare dove anche loro vivevano. Non c’era nulla di filantropico in tutto questo, ma semplicemente il desiderio di controllo dei lavoratori in tutto l’arco della loro vita. D’altronde vivevano senza nemmeno un bagno, con l’acqua gelida all’esterno di quelle che si chiamavano case popolari. 

Didier temeva di non essere accettato da un padre nevrotico, che l’osteggiava nello studio. Non conosceva nemmeno un membro della sua famiglia (cugini, parenti, nulla) e d’altronde non lo desiderava. Si rifugiava nello studio, nonostante la contrarietà del padre. La prole come perpetuazione della propria situazione economica (Marx). La cultura allora non dava pane. 

La situazione peggiorò ancora con il cosiddetto outsourcing e il padre, distrutto nella psiche, faceva lavoretti saltuari per cercare di portare qualche soldo a casa. 

Va capita a fondo la situazione “famigliare” di Eribon, la vergogna sociale che provava, contrapposta alla popolarità parigina di cui poi godrà, altrimenti non si colgono appieno gli aspetti politici dei suoi scritti.

Manca, in questa rapida descrizione, la figura della nonna. In sostanza Eribon da adulto conosceva madre, padre (morto giovane) e la nonna, per quei tempi una libertina, che se ne andava a godersi un po’ la vita attraverso la sessualità. Non si usavano gli anticoncezionali e per ciò i suoi cugini erano una sconosciuta legione. 

C’è un passo bellissimo quando scrive: “pensate che sia la borghesia ad aver formato le famiglie allargate?” La sua era piena di parenti mai visti, dovuti al senso di libertà di questa nonna. 

Prima dell’outsourcing nelle fabbriche in cui il padre lavorava, il sindacato e il Pcf avevano cominciato a fare un lavoro di quartiere rivendicando qualcosa in più del magro salario, delle condizioni di vita, delle case. Erano riusciti, anche se non completamente, a dare un minimo di coscienza di classe agli “ultimi” con rivendicazioni che miglioravano, anche se di poco, la qualità della loro vita. Il padre tentò perfino di studiare “tecnica” alla scuole serali, ma non riusciva, privo di basi e con troppa stanchezza per avere davanti agli occhi una penna e un foglio di carta.

Troppo dolore lì, poi, finalmente Parigi, dove nascondersi, pur essendo diventato una figura pubblica e altamente stimata nel mondo intellettuale. 

Il film documentario di Jean-Gabriel Périot, “Retour à Reims (Fragments)”,  nella selezione della Quinzaine des Réalisateurs del Festival de Cannes 2021

Pensava di essere esule e di avere tagliato nettamente con il passato grazie al successo professionale. Ma non si taglia con un passato che riemerge come un vapore che appanna la coscienza di sé, i diritti della propria classe sociale, la consapevolezza strutturale della propria vita. Didier Eribon si vergognava. Pensava di dovere la propria latente vergogna alla sua condizione di gay, che spesso si trasforma in rabbia e lontananza, in una parola, in solitudine. Invece, mano a mano che la sua opera procede (sta scrivendo XY), scopre che in verità si vergognava non per le convenzioni sessuali, ma per le sue origini sociali, che erano divenute, dopo la chiusura delle fabbriche, quelle di sottoproletario abbandonato a se stesso con tutte le patologie che questo comporta. 

Il lavoro era sparito, rimaneva soltanto il segreto e duro lavoro della madre. Eribon non era riuscito a parlarne con nessuno perché “poveri ma belli” non esiste (oggi è la chiesa a occuparsi di chi non ce la fa a sopravvivere dignitosamente con nuovi milioni di lavoratori sottoutilizzati e sottopagati, nuove forme di sottoproletariato, anche se dotati di moto per portare una pizza a domicilio).

Essere nati in un ambiente così povero crea una forma di passività totale. Foucault fu una grande passione, lo liberò dalle sue paure.

Di bello c’erano i balli del quartiere, dove ci si poteva appartare per un minuto di piacere. La liberazione sessuale non era la sana rivendicazione di un diritto, piuttosto un modo per stare insieme in collettività.

A un certo punto Eribon decide di rompere i silenzi, la vergogna, la paura e di mettere su carta tutta la sua storia passata. E pone alcune domande alle quali nessuno ha una risposta esauriente e plausibile: come si migliora il proprio status economico, e, soprattutto, come ci si riconcilia con un passato senza colpe se non quella di essere nati a caso in un posto o in un altro? Decide dunque di scrivere della povertà, senza alcuna retorica. Racconta di come non ha mai amato il padre, pieno di tic nervosi, di violenza verbale, di rabbia.

Diffusosi l’outsourcing, il proletariato si frantumò in mille rivoli e la gente sostituì alla coscienza di classe, che tentava di dare un minimo di dignità sociale a chi produceva, l’isolamento, con il risultato che tutti si trovarono soli, accompagnati al più da qualche processione cattolica e dalle canoniche che allora fungevano da uffici di collocamento.

Reims, la fabbrica dove lavorava la madre di Didier Eribon [© Archives personnelles Didier Eribon]

La mia domanda, le mie domande leggendo e rileggendo il suo libro è: perché nessuno ha avuto il dono dell’anticipazione, comprendendo quello che stava per succedere? Perché la madre di Eribon al primo turno ha votato per la le Pen, per poi passare al flebile Macron?

La destra, quella vera, sta cercando di dare risposte fasulle e semplificate a questi problemi, la sinistra brancola nel leaderismo. Si scelgono i presidenti e non i partiti (si veda la scomparsa del partito socialista con Macron). Nessuno dei politici che si sono succeduti aveva capito che il proletariato e il sottoproletariato era in mano alla destra e che solo le città, nella loro versione più colta, votavano a sinistra?

Perché in Italia non si è dato tutto il riconoscimento meritato a chi raccoglie cibo a prezzo di schiavitù, bruciando nelle baracche? Perché non ci si riappropria dei mezzi di produzione, e quelle che erano le feste dell’’Unità sono appannaggio della Lega?

 Che cosa è cambiato e che cosa non si è capito, se una menzogna come la Le Pen è lì lì per rappresentare il proletariato, Putin, e tutti i satrapi della terra?

Confesso di avere paura. 

C’è una guerra in Europa, con una suddivisione inaccettabile tra tipologie di immigrati. Siamo in mano a mediatori come gli ungheresi che erigono muri per chi si mutila camminando scalzo nella neve, alcuni posso entrare, altri sono abbandonati nei boschi per chilometri di torture. Fino alla morte per assideramento.

La Libia del dopo Gheddafi è un lager, un luogo di tortura. il primo ministro britannico vuole creare delle vere e proprie deportazioni di classe in Africa. Il Libano era una piccola Svizzera ricca di cedri che costeggiavano il mare, ora è al collasso. Penso ad Aleppo dove, come fa ora Putin, si radevano al suolo le città e si aspettavano i soccorsi per poi ammazzare anche i soccorritori.

La destra anche da noi (non è centro destra, è destra) fa campagna elettorale a battute. Dei morti nel Mediterraneo non se ne parla più, o molto poco. Le primavere arabe si sono rivelate un disastro. Prima le guerre erano lontane. Ora sono tra noi.

Forse volevate una recensione più ottimista, ma leggete Ritorno a Reims di Didier Eribon. La storia insegna anche se a volte sembra così lontana da non appartenerci. 

In compenso stiamo litigando sul rifacimento del catasto (che è stato censito mille anni fa) per paura che aumentino un po’ le tasse. 

Speriamo che, sempre nel male minore, ma molto minore, domenica ce la faccia Macron. Ascoltando magari i suggerimenti di Mélanchon. Ci vuole più sinistra, non quella sovietica, ma quella che consenta di vivere decorosamente alla gente. 

Ma è un’utopia. E Aleppo insegna.  

Perché un intellettuale come Eribon sostiene Mélenchon ultima modifica: 2022-04-20T17:24:17+02:00 da LUCIO FAVARETTO

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