Gullit, Nedved e i ricordi dell’infanzia

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Due anniversari che profumano di nostalgia, d’infanzia, di memoria. Compie sessant’anni Ruud Gullit, faro del Milan olandese che, tra il finire degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, abbagliò il mondo intero con un gioco sensazionale. Insieme a Rijkaard e Van Basten compose il trio olandese che rese immortali le squadre di Sacchi e di Capello, conquistando trofei a ripetizione e dando spettacolo ovunque, raggiungendo l’apice la notte del trionfo di Barcellona contro la Steaua Bucarest, peraltro dopo aver eliminato il Real Madrid in semifinale con un pareggio riduttivo (1 a 1) al Bernabéu e un indimenticabile 5 a 0 a San Siro. Con quelle treccine al vento, quel sorriso magnetico, una visione di gioco senza eguali e una classe che faceva la differenza in ogni circostanza, Gullit è stato il cervello del Milan e dell’Olanda di quel periodo. Se fosse stato un dipinto, sarebbe stato un Van Gogh, tanta era la sua bellezza. Un ricamo senza fine, una visione di gioco fuori dal comune, un talento purissimo che rendeva facili le cose più difficili e possibile l’impossibile. In un contesto spaziale, riusciva a svettare grazie alla sua capacità di generare armonia, di rendere la trama rossonera una gioia per gli occhi, di aggiungere poesia a un collettivo già praticamente perfetto.

Se una generazione tifa Milan, è anche merito suo. E pure alla Samp, in una compagine di gran lunga inferiore, la sua grandezza ha fatto la differenza, quando ancora una squadra che oggi riterremmo di provincia, per quanto espressione di una grande città come Genova, poteva permettersi di ingaggiare un mito planetario. Sei decenni e non ci pare vero, specie da quando si è tagliato le trecce e ha accantonato quel fare un po’ guascone che lo rendeva unico nel suo genere e per questo amatissimo anche dagli avversari.

Pavel Nedved in campo era l’opposto. Cinquant’anni di solidità ceca, di potenza senza pari, di forza fisica al servizio del gruppo. Pallone d’oro a sua volta, al termine dell’anno di grazia 2003, il nostro spiegò fin da subito all’ambiente juventino di non essere Zidane, di non possedere le stimmate del fenomeno e di non saper illuminare la scena con giocate sensazionali; aveva, tuttavia, a disposizione una grinta fuori dal comune e una forza d’animo che lo rendeva imprescindibile. Non a caso, molti osservatori sostengono che se la Juve avesse potuto contare su di lui durante la finale di Champions disputata a Manchester, l’esito della partita sarebbe stato diverso.Un carrarmato dal cuore tenero, un vulcano pronto a eruttare al momento opportuno, un idolo dei giovanissimi, un punto di riferimento per allenatori e compagni di squadra, un dirigente di livello e una personalità di spicco dell’ambiente calcistico: Pavel Nedved è tutto questo e molto altro ancora. E nel suo mezzo secolo è racchiusa anche la parabola di un’Europa che ha visto l’abbattimento del Muro di Berlino, l’emancipazione degli ex paesi satelliti dall’egemonia sovietica, l’esplosione di una globalizzazione sbagliata, sregolata e deleteria e il dilagare, in seguito alla sentenza Bosman, di giocatori stranieri, più o meno validi, nei nostri campionati.

Nedved, dal canto suo, arrivò in Italia, sponda Lazio, nel ’96, al termine degli Europei persi dalla Repubblica Ceca contro la Germania riunificata di Biehroff e compagni, e si capì subito che non si trattava di una meteora. Prima nella Capitale e poi all’ombra della Mole, il nostro ha vinto molto, lottato con passione e coraggio, dato tutto e conquistato la stima e l’affetto dei tifosi. Era meno universale rispetto a Gullit, meno amato dagli avversari, più divisivo e rabbioso, ma non per questo meno degno di stima, soprattutto per la lealtà che lo caratterizzava in ogni circostanza. Li osserviamo, con i volti su cui cominciano a comparire i segni del tempo, e ci assale la malinconia: un groppo alla gola, una sofferenza profonda, l’idea di un tempo perduto e destinato a non tornare mai più. Hanno incarnato una stagione felice e irripetibile, quando la Serie A era ancora la Mecca del calcio o, comunque, un torneo di primissimo piano e la domenica era un giorno di festa in tutti i sensi. Oggi dobbiamo accontentarci di un campionato marginale, di uno spezzatino insopportabile e di calciatori magari di livello ma non in grado di ripetere le imprese di Gullit e Nedved. I protagonisti assoluti, ormai, scelgono da tempo altre destinazioni. 

Gullit, Nedved e i ricordi dell’infanzia ultima modifica: 2022-09-03T18:59:09+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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