Calcio e potere? Sempre stati interconnessi

Intervista con Luca Pisapia, autore del saggio "Il calcio è potere. Una storia critica dei Mondiali da Mussolini a Trump" nel quale racconta quasi un secolo di storia dei Mondiali visti da una prospettiva diversa.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Con la competenza e lo stile che gli sono propri, Luca Pisapia ci regala un saggio, Il calcio è potere. Una storia critica dei Mondiali da Mussolini a Trump (Einaudi editore), nel quale racconta quasi un secolo di storia dei Mondiali visti da una prospettiva diversa. La prospettiva che adotta è quella del potere, dei retroscena e dei contesti: l’Italia fascistissima del ’34, alla vigilia della Guerra d’Abissinia, i regimi sudamericani che hanno sconvolto Brasile e Argentina, oltre ovviamente al Cile (i Mondiali di Argentina ’78 si commentano da soli), le denunce di Maradona nei confronti della FIFA, lo strapotere di personaggi come João Havelange, Sepp Blatter e oggi Gianni Infantino, il giro di miliardi che ruota intorno al pallone, i campioni, le persone comuni, il folklore e le caratteristiche, positive e negative, di un romanzo sempre meno popolare ma comunque ancora assai avvincente. 

Questa intervista per saperne di più.

Luca Pisapia

Partiamo da Italia ’34. Sono i Mondiali di Mussolini e dell’esibizione di potenza italiana, inferiore, all’epoca, per propaganda e controllo totale sulla società solo al regime hitleriano che, non a caso, due anni dopo avrebbe organizzato le Olimpiadi di Berlino ’36. Diciamo che l’Italia viene agevolata in vari modi, compreso un misterioso infortunio del portiere spagnolo Zamora nella ripetizione della partita valida per i Quarti di finale. Cosa aveva intuito il Duce a proposito del calcio e quanto influì la vittoria del torneo nel rafforzamento del regime?
Nel libro racconto il calcio moderno come una merce, che nasce e si sviluppa a metà del diciannovesimo secolo, nel pieno della seconda rivoluzione industriale, e dal cuore profondo dell’Inghilterra è imbarcata sulle navi dell’impero insieme ai prodotti tessili e siderurgici per raggiungere i quattro angoli del pianeta. Solo che, a differenza di queste altri merci, il calcio moderno ha una particolarità: è un prodotto dell’industria culturale; quindi oltre a un valore d’uso e un valore di scambio ha un potentissimo valore mistico, in senso marxiano, che ne aumenta a dismisura il portato ideologico. Se negli anni Trenta del ventesimo secolo, due grandi potenze totalitarie come l’Unione Sovietica staliniana e gli Stati Uniti rooseveltiani scelgono un altro prodotto dell’industria culturale per inventarsi “la nascita di una nazione”, ovvero il cinema, l’Italia fascista è la prima a intuire che il calcio moderno è una fabbrica dei sogni altrettanto valida e potente; e non solo, è anche un dispositivo di disciplina e di controllo più efficace del cinema. E infatti è proprio il regime fascista, con la promulgazione della Carta di Viareggio nel 1926, a normare e codificare il calcio moderno per come lo conosciamo ancora oggi, dentro e fuori dal campo. I Campionati mondiali di calcio maschile del 1934 sono l’apice di questo percorso di codificazione del calcio moderno come dispositivo di potere nelle mani del capitale nel suo conflitto contro il lavoro e contro la classe che lo rappresenta.

1958: parliamo della scelta, coraggiosa e forse oggi impensabile, di Rachid Mekhloufi e dell’influenza che ebbe su di lui un condottiero come Ahmed Ben Bella. Siamo ai tempi della battaglia di Algeri, in uno dei periodi più turbolenti della storia francese, alla vigilia della nascita della Quinta Repubblica e dell’avvento del gaullismo. Chi è Rachid Mekhloufi e qual è la sua parabola, umana e sportiva?
Attraverso l’evoluzione storica del calcio moderno nel suo punto più alto del suo sviluppo, ovvero i Campionati mondiali di calcio maschile, provo a raccontare come questa evoluzione accompagna, spesso seguendola e a volte anticipandola, l’evolversi dei modi di produzione del capitalismo all’interno del conflitto tra capitale e lavoro; provo quindi anche a raccontare, sempre attraverso il calcio, tutte le possibilità immaginate o messe in pratica per uscire dal giogo del capitale. Se alcuni di questi tentativi sono stati repressi nel sangue – penso al Wunderteam austriaco sterminato dalla Germania nazista o all’Aranycsapat ungherese repressa nel sangue dall’Unione Sovietica di Chruščëv – e altri sono stati sussunti – la stessa struttura sentimentale del comunismo eretico ungherese è replicata in chiave neoliberale dal calcio totale olandese – c’è stato un tentativo di conflitto calcistico che ha avuto successo, e per questo è poco o nulla raccontato. Si tratta di un conflitto che ha utilizzato l’arma del sabotaggio e della sottrazione, ed è appunto la magnifica epopea di Rachid Mekhloufi e della nazionale del Fronte di Liberazione algerino, una delle pochissime squadre mai riconosciute dalla FIFA e i cui risultati sportivi non sono mai stati omologati, che sublimano il concetto di esodo nel suo senso politico e conflittuale più profondo. La fuga di Mekhloufi e compagni dalla Francia coloniale, la decisione di combattere per la liberazione del loro Paese con le armi messe a disposizione dal calcio, che li porta a intraprendere un lunghissimo viaggio che partita dopo partita termina in Viet Nam dove sono accolti da Võ Nguyên Giáp e Hồ Chí Minh, sono una delle più gloriose e magnifiche possibilità che il calcio abbia regalato alla rivoluzione.

1964, golpe di Castelo Branco in Brasile. La Nazionale brasiliana è reduce da due Mondiali consecutivi vinti e Garrincha è stato soprannominato da Joaquim Pedro de Andrade “alegria do povo”, gioia del popolo, forse ancor più dello stesso Pelé. Il calcio viene posto al servizio di una spaventosa dittatura militare, preludio a quelle cui assisteremo negli anni Settanta e Ottanta in Cile e in Argentina. Che ruolo ebbe il Brasile di Pelé e compagni nell’affermazione e nel mantenimento al potere della giunta militare che aveva deposto il presidente Goulart?
Quel meraviglioso Brasile che domina dal 1950 (seppur perdendo clamorosamente in finale nel celebre Maracanaço) al 1970 (quando conquista la Coppa Rimet che si assegna alla prima nazionale capace di vincere per tre volte i Campionati mondiali di calcio maschile) è a mio modo di vedere una delle mythologies più false mai prodotte dall’industria culturale. Intendiamoci, sicuramente sul campo il Brasile di Santos, Didi, Vavá, Pelé, Garrincha, Zagallo e via dicendo, è stata una delle squadre più divertenti, affascinanti ed emozionanti della storia del calcio, nessuno si sogna di mettere in discussione questo; quello che però, a mio modo di vedere, va messo in discussione è il racconto che ne viene fatto. Innanzitutto, il fútbol bailado di quella squadra è spesso raccontato attraverso uno sguardo coloniale che ne premia la fantasia, o ancor peggio la musicalità, come se fossero caratteristiche etniche e culturali di una popolazione, quando invece il Brasile delle varie e ferocissime dittature che si susseguono in quegli anni è la prima squadra ad utilizzare, proprio grazie all’apparato militare della dittatura, metodologie di allenamento scientificamente all’avanguardia, anche attraverso corsi di aggiornamento alla Nasa; tutto il contrario di una presunta libertà tattica o spontaneità nel gioco. In secondo luogo, quella squadra è stata utilizzata per il consolidamento dell’ideologia colonialista della “democracia racial” e per la gloria una delle più feroci dittature militari che hanno insanguinato l’America Latina e il pianeta; anche in questo caso, attraverso la costruzione di mythologies calcistiche funzionali al potere, vale la pena ricordare come dello slogan calcistico “Pra frente Brasil” se ne sia appropriato il regime, qualche decennio prima che lo stesso venisse fatto dall’altra parte del mondo con lo slogan Forza Italia.


1974, Germania. Il 22 giugno. al Wolksparkstadion di Amburgo, andò in scena una memorabile partita fra la Germania Est e la Germania Ovest, quell’anno vincitrice dei Mondiali. Vinse incredibilmente la Germania Est con un gol di Sparwasser. Che significato ebbe quel successo insperato e destinato ad andare ben al di là del contesto calcistico?
In realtà, se dal punto di vista letterario il gol di Jürgen Sparwasser ci ha regalato uno degli incipit più belli di sempre: il famoso «il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista», che apre Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, da un punto di vista storico e politico quel gol ha mosso davvero poco: la vittoria della Germania Est contro la Germania Ovest non fu festeggiata più di tanto oltre la Cortina di ferro; e qualche anno dopo Sparwasser, come la maggior parte dei suoi compagni, defezionerà, contribuendo così a delegittimare il comunismo sovietico e a demolire la sua stessa leggenda.

1978, Argentina. Si gioca in una dittatura tremenda, con gli oppositori che scompaiono e per lo più vengono lanciati vivi nell’Oceano durante i “voli della morte”, dopo aver subito torture indicibili. La Nazionale italiana è guidata da Bearzot e mette in mostra un gioco di tutto rispetto, ponendo le premesse per vincere quattro anni dopo in Spagna. Quei Mondiali sono stati definiti “della vergogna”. Perché la FIFA decise di assegnare proprio all’Argentina una competizione così importante?
Ai “Mondiali della vergogna” giocati in Argentina nel 1978 sono stati dedicati diversi libri, film, documentari e spettacoli teatrali, alcuni molto interessanti. Qui però, oltre a sottolineare l’evidente funzione del calcio come dispositivo di potere, quando le urla di gioia dei tifosi durante la finale tra Argentina e Olanda giocata all’Estadio Monumental di Buenos Aires coprivano le grida di terrore di un’intera generazione di ragazze e ragazzi picchiati, torturati, violentati e uccisi nei locali della famigerata ESMA, a poche centinaia di metri dallo stadio, prima che i loro corpi fossero gettati in mare decretandone la sparizione, mi preme sottolineare un altro aspetto. Proprio i “Mondiali della vergogna”, quelli in cui la cui violenza e spietatezza del potere sono state più riconosciute, hanno sancito l’ingresso dei Campionati mondiali di calcio maschile nella dimensione neoliberale. Come il fascismo italiano ha normato giuridicamente il calcio moderno, non è un caso che sia stata proprio la junta militar argentina a farlo economicamente; è stata la dittatura di Videla a co-firmare e a co-gestire, insieme alla FIFA, i primi grandi contratti di sponsorizzazione con le multinazionali (quella del 1978 è stata la prima Coppa del Mondo in orgogliosa partnership con la nota bevanda gassata al caramello) e a puntare tutto sulla dimensione spettacolare del calcio attraverso accordi con le stesse agenzie di comunicazione che avrebbero cominciato a seguire i politici protagonisti della stagione neoliberale degli anni Ottanta come Reagan e Thatcher.

Parli espressamente della “società dello spettacolo”. Come cambiano i Mondiali di calcio fra l’82, anno del Mundial vinto dai ragazzi di Bearzot, e il ’98, anno della prima edizione a trentadue squadre voluta dal nuovo presidente della FIFA Sepp Blatter per ripagare degnamente i paesi che lo avevano appoggiato nella sua corsa ai vertici dell’organizzazione?
Proprio a partire dal cambio di paradigma economico impresso dalla FIFA e dalla dittatura militare durante la Coppa del Mondo del 1978 in Argentina, i tornei successivi entrano in una nuova dimensione che è quella dello spettacolo, intenso nel senso che gli attribuisce lo scrittore James G. Ballard di «immagini che nascono dalla catastrofe». L’ingresso delle agenzie pubblicitarie prima, con la catastrofe della dittatura argentina, e delle televisioni poi, con le catastrofi del Heysel e di Hillsborough, trasformano il calcio nel più grande spettacolo del tardo capitalismo: un profluvio di immagini che inondano il pianeta come mai prima d’ora e che non si rivolgono più alla classe operaia ma al terziario. Il periodo che indichi tu è quello in cui, proprio attraverso la svolta globalista o “terzomondista” del presidente João Havelange, di cui Blatter è delfino, apprendista e segretario generale, è quello in cui la FIFA si trasforma da apparato burocratico a multinazionale; il periodo in cui la FIFA comprende che le lotte anticoloniali non hanno intaccato il predominio del capitale, ma al contrario hanno creato nuovi mercati in cui espandersi. Così il calcio, oramai un fenomeno globale, dopo la parentesi sudamericana può permettersi di tornare a organizzare la sua massima competizione in Occidente (Spagna, Italia, Francia e Stati Uniti), insieme alle dottrine neoliberali sperimentate in Cile con Pinochet e poi implementate in casa con Thatcher e Reagan, Blair e Clinton, per finire il lavoro. E proprio tornando in Europa alla vecchia funzione disciplinare si comincia ad aggiungere una lunga catena del valore che parte dagli stadi e finisce nelle case delle persone, e che assicura una produzione di valore sempre crescente ma anche un nuovo dispositivo di controllo che non avviene più tramite il monopolio della forza ma attraverso quello del denaro.

Pare che a volere fortemente i Mondiali di USA ’94 sia stato l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger. Ricordiamo ancora l’immagine di Maradona che viene portato via da un’inserviente dopo la partita con la Grecia, squalificato per aver assunto una sostanza che, guarda caso, era vietata solo negli Stati Uniti e umiliato in diretta planetaria. Ha pagato il suo legame, mai nascosto, con Fidel Castro e con Cuba? Che ruolo ebbero quei Mondiali a livello sportivo e geo-politico?
Come scrivo nel libro, Diego Armando Maradona, a differenza di Pelé, che è costretto per tutta la vita a indossare una fanoniana maschera bianca, rappresenta il corpo dionisiaco del carnevale sovversivo; è un eccedenza rivoluzionaria, un mito plebeo che urla le ingiustizie del mondo, denuncia la corruzione della FIFA e non ringrazia i padroni per avergli concesso di giocare, ma al contrario chiama a raccolta i dannati della terra nella ribellione contro chi si è impadronito del calcio. Per questo la FIFA di Havelange e Blatter gli manda una serie di avvertimenti, a partire dalla finale della Coppa del Mondo del 1990 in cui viene favorita in modo evidente la Germania Ovest, fino alla prima squalifica per doping a Siviglia; ma Diego non si arrende, nonostante tutte le contraddizioni del personaggio, nonostante lui stesso abbia sicuramente una notevole abilità a giocare non solo con il pallone ma con i codici della società televisiva dello spettacolo, il suo desiderio osceno e sovversivo è irrecuperabile alle sacre leggi del valore, della produzione e del consumo, e per questo deve essere punito per dannarne la memoria. Ancora oggi, quando sugli schermi delle televisioni o dei nuovi dispositivi scorrono le immagini di Maradona, appare sempre l’esultanza deformata dopo il gol alla Grecia a Usa 1994, preludio alla successiva squalifica per doping dopo la successiva partita con la Nigeria, per inchiodare il d10s alla croce del peccato, ma nella memoria degli appassionati di calcio e dei dannati della Terra Diego sarà sempre l’ultimo rivoluzionario capace di ribellarsi sul punto più alto dello sviluppo calcistico: i Campionati mondiali di calcio maschile.

2002, Giappone e Corea. Sono i primi Mondiali asiatici, i primi organizzati da due paesi e abbiamo ancora in mente l’arbitraggio di Bayron Moreno durante gli Ottavi di finale fra l’Italia e la Corea del Sud. Che ruolo hanno avuto quei Mondiali nell’ascesa globale dell’universo asiatico, fino a conquistare, in parte, il nostro immaginario?
Nel 1998 quando sul trono della Fifa al padrino Havelange succede il delfino Sepp Blatter, che prosegue nel lavoro del suo mentore fino al 2015, quando uno scandalo corruzione di dimensioni colossali decapita i vertici dell’organizzazione, il calcio ha oramai intrapreso una strada senza ritorno. Come la FIFA del presidente Havelange (e del segretario generale Blatter) aveva intuito negli anni Settanta che nella riconfigurazione territoriale seguita ai processi di decolonizzazione si aprivano nuovi spazi per l’estrazione di valore, così la FIFA del presidente Blatter, a partire dal nuovo Millennio, intuisce che il nuovo plusvalore proviene dalla riconfigurazione spaziale delle cosiddette economie emergenti, o dell’area BRICS. Da qui i primi mondiali asiatici e i primi africani. Per comprendere il portato storico di questa espansione geografica, economica e politica, basta leggere alcuni dati: nel 1975, quando Blatter comincia, della FIFA fanno parte 139 stati; nel 2015, quando è costretto a lasciare, i Paesi affiliati sono 209. Per i Campionati mondiali di calcio maschile del 1974 la FIFA parla di non meglio specificati introiti per poco più di 8 milioni di franchi svizzeri, paragonabili a 18 milioni di dollari al cambio attuale. Per i Campionati mondiali di calcio maschile del 2014 la Fifa annuncia ricavi nell’ordine di 4,8 miliardi di dollari. È vero, in questi quarant’anni è successo di tutto, ma al netto dei cambiamenti epocali, delle crisi economiche e dell’inflazione, dei tassi d’interesse e del valore della moneta, quello a cui assistiamo nei quarant’anni di Blatter è qualcosa più di una crescita o di un’espansione, è un big bang che crea nuovi universi, nuove relazioni di potere e nuovi strumenti di dominio politico ed economico.

2018 e 2022, Russia e Qatar. Siamo nel nuovo mondo, quello del Terzo Millennio. L’Europa è meno protagonista, i BRICS reclamano il proprio ruolo e, dopo aver organizzato i Mondiali del 2014 in Brasile, conquistano quelli del 2018 in Russia, per poi cedere il testimone al Qatar quattro anni dopo. Dei diritti umani non importa quasi niente a nessuno: basti pensare al numero di operai morti per realizzare gli stadi in vista di Qatar 2022. Cosa ci dice questo trittico di Mondiali extraeuropei (per quanto la Russia debba essere considerata, almeno in parte, Europa)?
L’assegnazione alla Russia per il 2018 e al Qatar per il 2022 avviene nel 2010, nella fase del massimo potere blatteriano, per cui si inserisce facilmente in questa tendenza espansiva della FIFA verso nuovi mercati. Quello che succede però, dopo il 2010, è che Inghilterra e Stati Uniti, cui erano state «promesse» e poi tolte in fase di voto le edizioni del 2018 e del 2022, non ci stanno e danno via a tutta una serie di inchieste – del Dipartimento di giustizia nel caso americano, dei media nel caso inglese – volte a dimostrare la corruzione in questa doppia assegnazione. Ma qualcosa va storto. Non solo le inchieste dimostrano che la corruzione nella FIFA si estende ben oltre quel singolo voto, fino a ergersi a paradigma dello stesso sistema di potere della FIFA, ma che anche la stessa Inghilterra e gli Stati Uniti facevano parte di questo sistema corruttivo, tanto quanto Russia e Qatar. E inoltre, una volta partite queste inchieste, non si possono più arrestare, e a farne le spese sono dirigenti della FIFA come Warner o Blazer, vicinissimi, per non usare altri termini, proprio alle due potenze occidentali, oltre allo stesso Blatter e al suo delfino Platini. Da queste inchieste, che decapitano la struttura dirigenziale della FIFA, emerge nel 2016, in maniera abbastanza rocambolesca, un burocrate di secondo piano, che fino ad allora si occupava dei sorteggi per la Champions League per conto della UEFA: il suo nome è Gianni Infantino e la sua intuizione è destinata a cambiare per sempre la storia del calcio e della FIFA. Comprende che nel tardo capitalismo i Paesi del Golfo sono parte integrante del (dis)ordine globale a trazione occidentale, sia perché oltre alla produzione di idrocarburi agiscono nelle rete globale dei flussi finanziari attraverso i loro potentissimi fondi d’investimento statale, sia perché rappresentano quegli spazi aggiustati in cui il capitale può riversare le proprie eccedenze di produzione e consumo, spesso attraverso un violentissimo sfruttamento di manodopera migrante (vedi le migliaia di lavoratori migranti morti nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture costruite per Qatar 2022) che in Occidente fatica a trovare spazio. Così, invece di recedere dall’assegnazione del torneo al Qatar, la conferma e la trasforma da scelta anti-occidentale a parte del percorso neo-espansionistico e neo-imperiale dell’Occidente in declino. E in questo contesto va letta anche la prima assegnazione diretta della storia della FIFA, senza nemmeno bisogno del voto, all’Arabia Saudita per organizzare la Coppa del Mondo del 2034.

2026, Stati Uniti, Canada e Messico. Dietro quest’assegnazione c’è ancora lo zampino di Kissinger. In questo caso, si tratta del suo regalo d’addio. Che Mondiali sono a livello extracalcistico? Quale influenza sta avendo il trumpismo? Quanto pesano le sue mire espansionistiche sugli altri due stati organizzatori? E cosa rappresentano davvero a livello geo-politico?

Quando i Campionati mondiali di calcio maschile del 2026 sono stati assegnati agli Stati Uniti (in coabitazione con Canada e Messico), nessuno, nemmeno Gianni Infantino e lo stesso Donald Trump, avrebbero potuto immaginarsi che Trump sarebbe stato di nuovo stato presidente per un secondo mandato non consecutivo; ma non appena Trump viene eletto, ecco che alla festa di incoronazione partecipa Infantino, che poi è anche presente a diverse iniziative trumpiane, compresa la firma degli Accordi di Abramo o il lancio del famigerato Board of Peace, fino alla pantomima del Premio per la Pace FIFA cucito su misura per il presidente degli Stati Uniti; per non parlare dei continui viaggi in cui i due vanno insieme in visita ufficiale nei Paesi del Golfo, tanto che The Guardian commenta sarcasticamente che «oramai Gianni Infantino sembra fare parte dell’entourage diplomatico del presidente degli Stati Uniti». Ecco, più che a vecchi esponenti di un mondo morto e sepolto come il buon Kissinger, guarderei a questa nuova riconfigurazione del potere finanziario, che tiene insieme Trump, Infantino, bin Salman e al-Thani, per raccontare i nodi di potere che emergono dalla Coppa del Mondo del 2026. Un torneo che, a causa delle politiche di Infantino e Trump, mai come ora sbugiarda lo slogan FIFA “Football Unites the World” e si configura come un torneo escludente e dell’esclusione; non solo la questione della nazionale iraniana, costretta all’esilio in Messico nonostante abbia dovuto poi giocare negli Stati Uniti, ma milioni di tifosi che non possono entrare negli Stati Uniti per le politiche trumpiane sui visti, e che anche se riuscissero a entrare, poi non potrebbero permettersi i prezzi dei biglietti per assistere alle partite o vivrebbero nel terrore di essere arrestati arbitrariamente e deportati chissà dove dall’ICE e dalle altre milizie parafasciste delle varie agenzie doganali. Dal punto di vista delle risposte, questo mondiale sempre più escludente e arroccato su se stesso, potrebbe quindi essere la scintilla definitiva per fare deflagrare tutte le contraddizioni delle politiche suprematiste trumpiane, che hanno già mostrato la corda ma non hanno ancora trovato una risposta. Dalle proteste dei lavoratori negli stadi contro l’ICE all’opposizione di vari governatori democratici o del sindaco di New York, i Campionati mondiali di calcio maschile del 2026 potrebbero smascherare la debolezza del re, e portare tra pochi mesi, con le elezioni di midterm, alla sua fine. O almeno questo è quello che ci auguriamo. E in questo modo ecco che si comprende appieno la doppia valenza di un titolo come “Il calcio è potere”; dove il potere è quello di un dispositivo in mano al capitale nella lotta contro il lavoro e la classe che lo rappresenta ma significa anche potenzialità, possibilità; in questo caso la possibilità di calpestare un re.

Calcio e potere? Sempre stati interconnessi ultima modifica: 2026-07-04T16:50:43+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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