Con Mattia Toffolutti parliamo di calcio. Ne parlano tutti, in questi giorni di Mondiali. Ma con il preparatore atletico della nazionale femminile di calcio, le partite desideriamo vederle volgendo lo sguardo…. fuori campo. Lo sguardo, cioè, di chi, per mestiere, si occupa delle condizioni ottimali per affrontare competizioni che sono sempre più esigenti con il fisico dell’atleta.
Rispetto alle competizioni calcistiche del passato, cosa “vediamo” oggi?
È sempre difficile dare un giudizio esterno quando non sei dentro alla preparazione. Se ci basa su quel che si legge sui social, le squadre, nel poco tempo che hanno avuto a disposizione, hanno cercato giustamente di ripristinare e ricondizionare l’organismo dopo campionati molto stressanti.
Ci sono giocatori che arrivano a un Mondiale con 65-70 partite sulle gambe e altri che invece fanno parte di nazionali i cui campionati hanno consentito di preparare meglio il torneo, perché magari sono ancora all’inizio. C’è una grossa differenza.
Poi le prime partite sono sempre un po’ particolari: le squadre si studiano, e ci sono anche le sorprese, che sono il bello del calcio.
Noi diamo importanza alla componente fisica, ma è un elemento tra tanti. La parte fisica è sempre una freccia importante, ma all’interno della multifattorialità che richiede il gioco del calcio.
Sicuramente essere un giocatore sempre più atleta porta un vantaggio. Questo deve diventare un po’ il nuovo mantra: far capire al giocatore, o alla giocatrice, che oltre a essere un calciatore deve diventare sempre più un atleta. Più diventa atleta, più rende. Io dico sempre ai ragazzi e alle ragazze, che sono come un’azienda: se la tengono pulita e in ordine, probabilmente è un’azienda che può produrre meglio.
Oggi, molto più che in passato, il fisico e la preparazione dei giocatori sono diventati un elemento decisivo.
Sì. E non bisogna neanche fermarsi soltanto ai dati sui chilometri percorsi. Il punto non è tanto quanti chilometri fai, ma quanti scatti riesci a fare, quanta alta intensità riesci a sostenere. Questo dato, negli anni, sta aumentando sempre di più.
Nella Premier League, che oggi è il campionato di riferimento, conta meno il fatto di aver fatto undici o dodici chilometri e molto di più quanti sprint e quante accelerazioni riesci a produrre. La vera dimensione è questa: vedere squadre che fino al novantesimo riescono a restare corte, compatte, prestative.
Per scatto cosa si intende?
Per scatto intendo accelerazioni di 30-40 metri, che hanno un costo energetico molto alto. Se io faccio uno scatto e pochi secondi dopo ne devo fare un altro, il costo aumenta tanto. È come se tu dovessi correre a prendere il vaporetto: fai uno scatto di 50 metri e poi sei già in affanno. Se subito dopo ti dicessi di farne altri tre, probabilmente mi diresti di no, che hai bisogno di recuperare.
Per banalizzare al massimo: prima il calcio poteva essere materia da fondista, oggi è più da centometrista?
Il calcio richiede entrambe le cose. Ti serve il fondo del mezzofondista insieme alla capacità accelerativa e di sprint del velocista. È sempre stato così, ma oggi questa esigenza è ancora più marcata.
Vale per tutti i ruoli, dal terzino al portiere fino al centravanti?
Ovviamente ci sono caratteristiche specifiche di ruolo: gli esterni, per esempio, coprono in genere più distanza. Però anche un centrale, se vuole essere prestativo nel calcio di oggi, deve avere grandi qualità fisiche.
E poi ormai non possiamo più considerare la partita come uno sforzo da 90 minuti. Tra recuperi, pause, break e riscaldamento, spesso siamo più vicini a uno sforzo complessivo da 110-120 minuti. Basta fare due conti: 3-4 minuti nel primo tempo, 6-7 nel secondo, e sei già a 100. Poi per i giocatori che restano in campo c’è anche tutto il riscaldamento pre-partita, che comunque consuma energie. Io la partita, oggi, la considero in toto come uno sforzo da 110-120 minuti.
Questo porta a pensare che la condizione fisica e mentale di un calciatore, e più in generale di un atleta, sia diventata una parte sempre più importante nel definire il valore di un giocatore e la capacità di una squadra di affrontare imprese oggi molto più impegnative rispetto al passato. Noi, da osservatori profani, guardiamo l’allenatore e la prestazione in campo, ma ci manca tutto il dietro le quinte: preparazione atletica, dieta, stile di vita.
Certo. Oggi esistono figure sempre più importanti all’interno dello staff. C’è il match analyst, per esempio, che studia le partite e l’avversario per aiutare quasi a prevedere lo svolgimento della gara, come in una partita a scacchi.
Poi, in un torneo, diventa fondamentale la gestione della fatica: la nutrizione è un elemento centrale, così come la gestione dei viaggi, che sono a loro volta uno stress. Il preparatore fisico, in questi casi, deve gestire e individualizzare sempre di più le esigenze del singolo giocatore.
Un torneo è diverso dal campionato. Una squadra che gioca una volta a settimana ha esigenze differenti rispetto a chi disputa molte più partite.
Un Pelé o un Cruyff forse riuscirebbero a stare in campo venti minuti con i ritmi di oggi…
Pelé era già un grandissimo atleta oltre che un grandissimo giocatore. Basti pensare alla sua elevazione, alla forza fisica, alle qualità che aveva. Sicuramente campioni di quel livello si sarebbero adattati: la tecnica era straordinaria e la componente fisica, per arrivare a quei livelli, l’avevano anche nel DNA. Oggi andrebbe ottimizzata e potenziata.
Però è vero che il calcio di allora aveva ritmi molto diversi. Se guardi una partita come Italia-Germania 4-3, si vede subito che il ritmo era completamente un altro rispetto a oggi.
Il ritmo di oggi è infernale per un giocatore di 20 o 30 anni fa.
Sì, perché oggi il gioco richiede questo. Non a caso capita spesso che giocatori provenienti dalla Premier League, quando sono a fine carriera, riescano ancora a fare la differenza in campionati come quello italiano, dove magari i ritmi sono un po’ più bassi. Oppure succede il contrario: giocatori che in Inghilterra non rendevano particolarmente bene e poi in Italia emergono di più.
Guardando lo sport di oggi in generale – per esempio il tennis, dove ultimamente si sono visti veri e propri collassi fisici – significa che gli atleti sono sottoposti a un livello di sfruttamento della capacità fisica davvero spaventoso?
Lo sport di altissimo livello è diventato sempre più esigente. Arrivare lì richiede investimenti enormi, sacrifici enormi, e gli atleti sanno di essere anche parte di un’industria.
Io dico spesso che lo sport moderno ha creato nuovi gladiatori, sfruttati al massimo. E alcune volte dovrebbero esserci pause maggiori, perché fortunatamente non siamo macchine. Pensiamo sempre che debbano essere sempre al massimo, ma non è così: anche un atleta può avere una giornata in cui dorme male, recupera peggio, rende meno. Restiamo esseri umani.
Quindi il compito di figure come la tua è trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dello sport moderno e il fatto che si ha a che fare con esseri umani.
Esatto. Io sono uno che crede molto nell’allenamento, ma anche i giorni di riposo fanno parte del processo di allenamento. La difficoltà sta proprio nell’interpretare bene i segnali dell’organismo. Non è sempre facile, neanche per i medici.
Lo sport moderno ci porta a spremere al massimo questi nuovi gladiatori, anche perché ci sono esigenze economiche, diritti televisivi, calendari sempre più fitti. Però alle tre del pomeriggio, dopo una notte magari non perfetta o dopo tanti impegni ravvicinati, resti comunque un essere umano.

Nello sport femminile si riflette questo stesso mondo?
Sì, certamente. Nel tennis femminile si vede molto. Nel calcio femminile, quando si gioca in campionati o contesti più sostenibili, la situazione è una; quando invece una giocatrice partecipa anche alle coppe, deve essere molto più atleta e deve saper gestire molto bene il proprio corpo.
Un elemento che spesso non viene considerato abbastanza sono i viaggi. La gente comune pensa al viaggio come a una vacanza, ma per un atleta il viaggio è uno stress. Noi lo consideriamo quasi come un allenamento pesante. Se fai sette ore di viaggio, per il corpo è come aver sostenuto un carico importante.
Quando vai in Giappone, in America o in altri continenti, hai jet lag, cambi di temperatura, cambi di abitudini. Tutto questo pesa tantissimo. Mi è capitato con ragazze che arrivavano dall’America: rientravano tra domenica e lunedì e il primo allenamento davvero utile si riusciva a fare soltanto il mercoledì.
Restando nel calcio femminile: si vedono progressi importanti per l’Italia nei prossimi anni? È uno sport che sta crescendo molto, vero?’.
Sì, e lo si vede dal fatto che sempre più giocatrici italiane rappresentano il nostro movimento ad alto livello. Vedere ragazze italiane in campionati molto competitivi significa che il livello si sta alzando.
Siamo ancora indietro su tante cose, soprattutto a livello di infrastrutture e di sistema, però la crescita c’è.
Un altro aspetto importante di quello che dici riguarda tutto il “fuori campo”: sonno, riposo, uso dello smartphone, concentrazione. Queste regole vanno sorvegliate come si farebbe con dei bambini oppure esiste un’autodisciplina?
L’obiettivo è dare strumenti. Faccio un esempio: i norvegesi, che eccellono in tanti sport, hanno regole molto precise anche sull’uso dello smartphone. Un atleta dovrebbe usarlo in modo corretto: per esempio evitare la luce blu nell’ora che precede il sonno, non stare troppo al telefono, perché questo incide sulla qualità del riposo.
E il sonno è fondamentale per rigenerare l’organismo. In alcuni sport di endurance, dove si gareggia tutti i giorni per una settimana, gli atleti usano il telefono quasi mezz’ora al giorno. Lo considerano uno strumento, non un passatempo. Questo è un segno di maturità.
Il preparatore, soprattutto a livello giovanile, deve educare anche a quelli che vengono chiamati marginal gains: quando il livello è altissimo, sono i dettagli a fare la differenza.
Cioè?
In una finale o in una gara molto equilibrata, alla fine la differenza la fanno quattro o cinque palloni, quattro o cinque dettagli. Uno magari ha una battuta leggermente più incisiva, oppure riesce ad accorciare gli scambi, e quel piccolo vantaggio alla lunga pesa.
Quindi anche oggi, a livelli molto alti e ormai molto omogenei, le partite si decidono sul filo del dettaglio: un cambio giusto, una palla inattiva, un episodio.
Esatto. Non a caso oggi le palle inattive sono diventate decisive. Tatticamente è sempre più difficile fare gol su azione manovrata, e quindi corner, punizioni e situazioni preparate incidono moltissimo. Il dettaglio fa la differenza.
Da questo punto di vista, la professionalità del giocatore conta moltissimo anche fuori dal campo.
Sì. Sul piano alimentare, ormai ai livelli alti, ci sono nutrizionisti e controlli molto accurati, quindi è difficile sbagliare in ritiro. Il vero punto, semmai, è la professionalità complessiva del giocatore: come vive il giorno libero, quanto riposa, quanto si disciplina.
C’è chi, dopo una partita, magari fa festa fino alle cinque del mattino: questo ovviamente non aiuta il recupero. Se sei un professionista, anche nel giorno libero devi capire che il fisico va rigenerato.
Insomma, oggi la vita dello sportivo è una vita di grande sacrificio.
Ad altissimo livello sì, direi di sì. In certi sport, come il triathlon, devi essere quasi un monaco. Nel calcio questa mentalità deve ancora crescere, ma va in quella direzione.
Più sei disciplinato, più puoi avere una carriera lunga. Si vede nei grandi professionisti: quelli molto rigorosi riescono spesso ad arrivare a 37 o 40 anni ancora ad altissimo livello. Se hai talento, devi anche essere bravo a mantenere la “fabbrica” che produce quel talento.
La sintesi è questa: il calcio moderno chiede sempre di più che il calciatore diventi atleta.
E questo vale anche per il tema degli infortuni? Il calcio così intenso di oggi porta anche a farsi male più facilmente?
Le statistiche ci dicono che il rischio è più alto in competizione, ovviamente, perché i ritmi sono più elevati e gli scontri aumentano. E se invece di 40 partite ne giochi 70, cresce anche la probabilità complessiva di infortunarti.
Se hai corpi sempre più grandi, sempre più forti, sempre più veloci, gli impatti diventano inevitabilmente più pesanti. È un po’ come stare tutti i giorni in autostrada: aumenta la probabilità che succeda qualcosa.
Per questo l’allenamento non serve solo per andare più forte, ma anche per prevenire. Se dormo poco, se sono meno lucido, se recupero peggio, aumento anche il rischio di farmi male. L’allenamento è anche prevenzione.
E tutto questo può valere anche per chi atleta non è…
Certamente.

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