Pietro il grande

Insieme a Berruti, Mennea è stato il più grande velocista italiano, con in più una rabbia agonistica che gli derivava dalla terra natia, dai sacrifici affrontati e dagli innumerevoli ostacoli che aveva dovuto superare per raggiungere una gloria che non fosse effimera. Lo ricordiamo a dieci anni dalla sua scomparsa.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Pietro Mennea visse, corse e morì tutto d’un fiato, condensando in appena sessant’anni una messe di trionfi e ben quattro lauree. Lo ricordiamo, non a caso, come la “freccia del Sud”: per via della sua rapidità, della sua forza fisica, della sua progressione, del suo coraggio e dell’intensità con la quale affrontava ogni avventura.
Tutto è stato veloce nella sua esistenza: la manifestazione del talento, l’approdo al Centro di preparazione olimpica di Formia, il sodalizio con il grande Carlo Vittori, le vittorie e, purtroppo, anche la fine. Pietro, del resto, era affamato di vita: una grinta senza eguali, una voglia di arrivare che ha fatto la differenza in ogni circostanza, un’applicazione maniacale, il suo voler bruciare letteralmente la terra che aveva sotto i piedi, il suo non arrendersi mai e le sue sfide sul filo del rasoio con i fuoriclasse del resto del mondo, che riusciva a battere grazie a una dedizione che faceva sempre e comunque la differenza.

Era partito dal nulla e lo sapeva. Si è dovuto guadagnare ogni centimetro con la fatica e col sudore, non ha mai smesso di lottare, non si è mai adagiato sugli allori, ha voluto studiare, e tanto, ed è arrivato fin dove voleva arrivare senza mai calpestare il prossimo né schernire chicchessia. Aveva un senso del dovere pressoché totale e un’abnegazione che destava spavento: doti che gli hanno consentito di cavarsela bene anche a livello politico. Non lo spaventava il lavoro, non si tirava indietro di fronte ad alcuna battaglia, non smetteva mai di allenarsi e di soddisfare la sua sete di conoscenza, non aveva paura di niente e di nessuno ma non scadeva mai nella sbruffonaggine, pur essendo indubbiamente un fuoriclasse consacrato a livello planetario. Aveva conservato l’umiltà di un ragazzo del Meridione, d’un uomo d’altri tempi, di chi veniva dalla polvere e ne conosceva l’odore. Per questo, pur avendo segnato un’epoca, di Mennea non apprezziamo tanto i record, pur notevoli, quanto soprattutto la meraviglia umana che lo caratterizzava.

Insieme a Berruti, è stato il più grande velocista italiano, con in più una rabbia agonistica che gli derivava dalla terra natia, dai sacrifici affrontati e dagli innumerevoli ostacoli che aveva dovuto superare per raggiungere una gloria che non fosse effimera.

Quella di Pietro Mennea è, dunque, una straordinaria storia di passione e riscatto, di ribellione al destino, di corsa verso l’infinito, una titanica lotta contro se stesso e i propri demoni. Ed è anche una stagione di serenità condivisa, finalmente col cuore in pace, affermato, celebre, osannato ma, più che mai, pronto ad accogliere l’amore e a fare la propria parte all’interno della società. 

Se non fosse esistito, un personaggio del genere ce lo saremmo dovuto inventare. Sembra, infatti, uscito dalla penna di un romanziere di vaglia, tanto è bella la sua parabola, così ricca di dolore e di luce, così precoce in ogni passaggio. 

Già dieci anni, caro Pietro, e ci manca quel tuo volto segnato dall’impegno, indomito e ripagato da conquiste che nessun altro sarebbe stato, oggettivamente, in grado di ottenere. Ti sei perso un decennio che non ti sarebbe piaciuto: troppo volgare, troppo triste, privo di quella genuinità che era la tua cifra esistenziale. In noi è rimasto, invece, il rimpianto per un’avventura sconfitta, terminata troppo presto, e il desiderio di ricominciare daccapo, di pensare a nuovi record, di tornare a correre come solo tu sapevi fare, in pista e nella vita. 

Sessant’anni, caro Pietro, con il vento costantemente dietro le spalle, un passo dopo l’altro, i muscoli tesi e una sconfinata voglia di farcela. Eri un sogno più che un essere umano, e come tutti i sogni sei tramontato all’alba, anche se questi anni, a nostro giudizio, ricordano piuttosto l’agonia di un viale del tramonto. Tu sei rimasto sempre il ragazzo che eri: da Barletta all’eternità. Uno sparo alla partenza e via, senza ritorno. 

Pietro il grande ultima modifica: 2023-03-23T16:24:20+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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