Il perché di un “ritorno”…

MAURIZIO CECCONI
Condividi
PDF

In questi mesi ho partecipato a diversi eventi che ricordavano la storia e l’epoca in cui ha operato il Partito Comunista Italiano.

Presentazioni di libri, film e biografie, convegni e dibattiti sono stati organizzati in diverse sedi e da interlocutori di vario tipo.

Quasi sempre sono stati caratterizzati da una corposa presenza di pubblico.

Ora, al di là della soddisfazione personale di uno come me che in quel partito ha militato, ha vissuto gli anni belli della gioventù ed ha imparato a sognare un mondo diverso, trovo che sia giusto e legittimo chiedersi perché tutto ciò accade.

Direi subito, come premessa, che queste “indagini” sono per me giuste e doverose vista la peculiarità della storia “comunista” in Italia.

Ma non basta questa motivazione ed allora sarà meglio fissare alcuni dati che aiutano a dimensionare le “quantità” di allora.

Nel 1976 il PCI prese 12.615.650 voti pari al 34,37 per cento dei votanti.

Ed i votanti erano più del 94 per cento della popolazione italiana.

Il PCI nel 1976 ebbe 228 deputati su 630 e 116 senatori su 315.

Vale la pena anche ricordare che nel 1976 gli iscritti al PCI erano più di 1.814.000.

Questi “numeri” danno una dimensione quantitativa precisa.

L’intervento di Gianni Cuperlo a Allonsanfàn – Incontro delle ragazze e dei ragazzi della Federazione Giovanile Comunista Italiana degli anni ’70/’80 – 10 febbraio 2024. Nell’immagine di copertina si canta El pueblo unido jamás será vencido in collegamento con gli Inti Illimani

Ora riflettiamo sul fatto che chi nel 1976 aveva 18 anni oggi ne ha più di 60.

Quindi in genere c’è ancora, è presente nella società odierna, ricorda e capisce, conosce l’attuale realtà e ha a volte una dimensione sociale.

Detto questo cominciamo a ragionare sul perché si guarda con attenzione e spesso con passione al PCI.

Intanto il passato, in genere, è la base da cui si costruisce (in continuità o in opposizione) il futuro.

Così invece non è stato per la fine del Novecento ove abbiamo assistito ad una sorta di “cesura” nel racconto dell’evoluzione degli eventi.

La fase traumatica di tangentopoli che distrusse principalmente DC e PSI – ma toccò esplicitamente anche esponenti e parti del PCI – ha reso di fatto impossibile una sorta di “relazione” positiva tra passato e futuro.

Il Pci faceva infatti parte pienamente della società italiana che venne sconvolta dalle indagini giudiziarie e, di conseguenza, pagò pesantemente il prezzo di ciò che stava accadendo.

E questo vi fu non tanto nella dimensione quantitativa dei “voti” amministrati e conquistati, quanto invece al suo interno, nella rappresentazione del suo immaginario collettivo, in quel senso mancato di “differenza dagli altri” che era stato il tema dominante dell’immagine del partito.

Ora a distanza di più di trent’anni da quei giorni c’è la possibilità di riguardare quei tempi non soffermandosi solo su un periodo specifico e ristretto.

Ed è un ricordo che è possibile divenga non contaminato da relazioni personali o da lotte politiche passate.

Si possono cioè fare i “conti” con la storia e ciò può avvenire in maniera meno ansiosa e condizionata.

Al contrario il ricordo può finalmente sacrificare (spesso, non sempre) l’astio antico e divenire orgoglioso come invece nel corso degli avvenimenti certo non poteva essere.

L’intervento di Massimo D’Alema

Un secondo elemento di ragionamento è dettato proprio dai numeri che sottolineavo in premessa.

Ricordiamoci che il Pd nel 2022 ha 5.356.180 voti con una percentuale del 19,1 per cento.

Pur non considerando certo il Pd come erede del Pci si possono fare delle comparazioni.

Un rapido conto infatti potrebbe dirci che tra il 1976 ed il 2022 – quindi in 46 anni – sono scomparsi circa sette milioni di voti.

E non possiamo nemmeno dire che sono andati ad altri partiti perché ciò avviene solo in minima parte.

Quindi dove sono?

La risposta è semplice, in gran parte non votano più per scelta, per condizione o per impossibilità.

Allora è evidente quale sia la ragione dello sguardo positivamente insistito al passato.

Si era più forti come voti, come iscritti e naturalmente anche come presenza politica e sociale.

E di conseguenza chi ha vissuto queste epoche ne parla e ne discute con reale soddisfazione.

Gli atteggiamenti oggi sono diversi.

Di sufficienza (a volte con prosopopea) sulla situazione attuale, di orgoglio sul vissuto giovanile (in opposizione al “brutto” odierno e meloniano), di rimpianto sulle esperienze consumate (spesso allontanandosi purtroppo da una comprensione seria della realtà odierna).

Di conseguenza è molto difficile che il “passato” sia visto e considerato in maniera “negativa”. 

Si guarda indietro in opposizione all’oggi, per esprimere distanza dal presente, per significare a volte il perché di un abbandono della politica non più bella come si vorrebbe (e si ricorda).

E quindi questo “tempo andato” finisce incredibilmente per non servire affatto oggi, per non aiutare, per non costruire progettualità per il futuro.

L’esperienza comunista rimane scolpita nella testa di molti e non si vuole confondere con quello che accade “qui e ora” perché così non si mischiano i pensieri con la tristezza dell’oggi.

L’intervento conclusivo di Marisa Nicchi, organizzatrice dell’incontro fiorentino.

Vorrei poi aggiungere un altro tema che a mio avviso incide: la realtà internazionale che si manifesta in quest’epoca spesso come terreno della non conoscenza e dell’estraneità.

In questa dimensione il silenzio su contenuti, ragioni e strategia – nel ragionare di relazioni, di economia e di costume nel mondo – è uno dei temi più critici della politica contemporanea.

Ma la globalizzazione – che in passato non era così prorompente – è evidentemente una caratteristica che spaventa e rende difficile la capacità di costruire opinioni ragionate e significative. 

Il confronto con ciò che fu genera quindi invidia per la semplicità di allora di “colorare” le parti in causa e per l’incapacità dell’oggi di decidere su chi siano i nemici e gli amici.

Al contrario del passato oggi domina la complessità e si mischiano le “carte” militari, geografiche e politiche in una rottura delle abitudini mentali consolidate a volte drammatica.

Si pensi ad esempio alla descrizione del leader attuale della Russia spesso parametrato alla storia comunista confondendo il PCUS con gli Zar che sono il vero riferimento quotidiano di Putin (come insegna Limes).

Dice un vecchio proverbio che “quando il tempo passa tutto cambia colore e ciò che è stato generato dalla mente si confonde con quello che è nato dal cuore”.

Da ciò il ritorno al desiderio di un “buon antico” rassicurante e solido anche nella sua dimensione non italiana.

Il passato usato strumentalmente come banale “indicatore” è però una brutta bestia, spesso infida e traditrice soprattutto se concepito a proprio banale uso.

In un recente seminario si ragionava della “memoria” intesa via via come “patrimonio”, come “rifugio” o come “occasione”.

Io credo che il “patrimonio” vada (come ovviamente indica la parola stessa) mantenuto e salvaguardato perché racconta, spiega e nutre la nostra mente e la nostra umanità. 

Ed in questo il guardare indietro non mi spaventa affatto.

Sono convinto invece che non possa (e non debba) essere mai un “rifugio” perché offenderebbe proprio la stessa “memoria” con una sua visione così strumentale e riduttiva.

Ed infine penso però che la vera chiave sia la parola “occasione”.

 Il passato come “occasione” di critica, di confronto, di analisi e di ricostruzione di processi.

“Occasione” di esperienza e di valutazione anche nei meccanismi formativi divenendo momento di relazione con la contemporaneità.

“Occasione” di necessaria e rara terzietà di giudizio lavorando sul proprio modo di essere che tante volte risulta prevenuto nei confronti e nelle valutazioni.

Per questo mi interessa realmente il (nostro) passato.

Per questo la riflessione sulle esperienze penso ci faccia crescere anche ragionando su ciò che è stato.

E sono quindi contento del fatto che si riscoprano pezzi di vita e di storia del movimento operaio e dei suoi principali partiti di riferimento.

Il terreno di lavoro sta quindi di fronte così come gli interlocutori.

Ed il passato diviene possibile “porta”. 

“Porta” di futuro.

clicca QUI
per rivedere Allonsanfàn – Incontro delle ragazze e dei ragazzi della Federazione Giovanile Comunista Italiana degli anni ’70/’80 – 10 febbraio 2024 Tuscany Hall Firenze

Il perché di un “ritorno”… ultima modifica: 2024-02-17T20:11:20+01:00 da MAURIZIO CECCONI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

2 commenti

Giulia 18 Febbraio 2024 a 9:24

Riscoprire pezzi di vita e di storia dovrebbe aiutare a vedere quali siano state le cose che hanno portato ad un risultato e quali invece gli errori da non rifare. D’altronde è questo lo scopo della storia. Sono pienamente d’accordo che le “occasioni” siano molte ma, purtroppo, ne vedo molto poche !!!!

Reply
Nadir 18 Febbraio 2024 a 9:26

La differenza tra il passato è il presente è sopratutto che il Pci era un partito radicato nella società e in qualche modo faceva sentire protagonisti i suoi militanti mentre oggi il Pd è un partito poco più di opinione dove contano solo gli eletti .

Reply

Lascia un commento