La sindacalista

PAOLO PUPPA
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Entrare nella sede della Cgil a Dorsoduro, da pensionato, nella Fondamenta del Gaffaro, ti stringe un po’ il cuore. Scale strette e affaticanti, anche se il pavimento, una volta saliti, risulta rimesso a nuovo. Immagini insomma, da ambulatorio di provincia, nell’arredo descritto dal pirandelliano L’uomo dal fiore in bocca. Ho partecipato da giovane docente, mezzo secolo fa, a riunioni sindacali. E anche allora ci ospitavano locali disadorni, invasi da un fumo collettivo, in cui stavi in attesa della mozione d’ordine ora sull’universo ora per discutere di uno sciopero. Discorsi interminabili, specie quando prendeva la parola il delegato regionale o nazionale, cui seguivano le chiose dei presenti, irrilevanti. Ma ognuno però era preceduto, quando veniva il suo turno, nella menzione dal termine rassicurante di “compagno”.  Notevole, la noia. Ti assaliva l’impressione che là dentro ci fossero carriere faute de mieux, in mancanza di meglio. Così, è durata poco la mia militanza politica.

Prima comunione coi genitori

Ma non tutte le sedi sono così modeste come alla Fondamenta del Gaffaro, mi informa Angiola Tiboni che incontro oggi al bar in Campo San Barnaba, dietro l’edicola da tanti giorni chiusa purtroppo. Mattina quasi primaverile che a poco a poco si inasprisce in un freddo ventoso. Arrivata puntuale all’appuntamento, mi chiede subito se sono convinto di quanto sto facendo. Non si ritiene infatti all’altezza dell’intervista, anche perché non autentica veneziana di origine. Invece, si tratta di una tipa tosta, puntuta, affilata, indispensabile al nuovo argomento. E lei non ha fatto come me. La parte migliore della sua vita di donna giovane, di adulta e di creatura matura l’ha trascorsa proprio dentro le Camere del lavoro. Sul volto, ora porta con fierezza i segni della sua storia, un intrico di rughe radiose che collego subito a analoghi orgogli manifestati da donne che portavano il nome di Simone Signoret o di Anna Magnani, ostili ai ritocchi chirurgici che danno da mangiare a dermatologi astuti. Nata nel 1945 a Villanuova sul Clisi, a pochi chilometri da Salò, nel bresciano, cittadina associata al tragico epilogo del fascismo.  Figlia unica di Ettore Silvio, dirigente di un cotonificio, a lungo appunto ufficiale in Albania nel tempo della catastrofe militare, e di Orsola casalinga, alle spalle una famiglia di possidenti. Ma le ricchezze di generazioni svaporate da epidemie e da contrasti tra parenti. 

Il paese d’origine di Angiola

Bizzarra coincidenza, il cotonificio. Se il primo seme della Cgil viene alla luce nel lontano 1872 a Roma coll’Associazione fra operai tipografi, cui seguono panettieri, muratori, ferrovieri, sono soprattutto i tessili a impegnarsi nelle iniziative mutualistiche e nelle forme organizzate di lotta contro le disumane condizioni di lavoro. E nel 1877 nelle fabbriche laniere del Biellese si scatena uno sciopero di oltre cento giorni per respingere, con successo, regolamenti padronali vessatori. Date epocali anche il 1884, allorché braccianti e lavoratori della terra nel mantovano insorgono per l’aumento dei salari. Nel 1892 si svolge a Genova il congresso fondativo del Partito Socialista Italiano. Qui le Camere del lavoro, usate pure per insegnare a leggere e scrivere, e insieme altresì biblioteche popolari, vengono dichiarate lo strumento di lotta sindacale dei lavoratori. Questo ha alle spalle Angiola che ha sperimentato non nei manuali ma nella sua pelle questo mondo. Inutile citarle questi capitoli, ma mi piacerebbe farla riflettere un attimo sulle parole, le quali nascono, si sviluppano e muoiono in corrispondenza ai fatti reali. Sindacalista e camera del lavoro poco prima non esistevano, poi man mano diventano destini di milioni di esseri umani e ne occupano nervi e pensieri. Così la Fiom (Federazione italiana operai metallurgici), la più nobile tra i mestieri, il volano dello sviluppo e degli scontri tra proprietà e mano d’opera si costituisce nel 1901. Ed è alla Fiom che matura nel 1919 la mitica conquista della giornata lavorativa di otto ore.

La Confederazione Generale del Lavoro, cui Angiola ha dedicato la sua vita, viene creata nel 1906. Maturata dal sangue versato nelle lotte violente tra il 1891 e il 1894 in Sicilia contro il carovita e le tasse, dirette dai Fasci che riuniscono braccianti, pastori, contadini e minatori, lavori pertanto opposti ai metalmeccanici del nord, come pure dalle cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris nel 1898, a Milano, sparate sugli inermi manifestanti che protestavano per l’aumento del prezzo del pane. Gli risponde due anni dopo l’omicidio del re Umberto I, che aveva premiato il detto generale, ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci arrivato dall’America a vendicare tanta efferatezza. Ferocia ripetuta poi nella strage di stampo mafioso a Portella della Ginestra in Sicilia, il 1º maggio 1947, dove la banda di Salvatore Giuliano spara sulla folla di partecipanti alla Festa dei lavoratori.

Gli occhi di Angiola si accendono mentre mi parla della casa a Salò, del giardino. L’accento bresciano inalterato, nonostante un’esistenza trascorsa in laguna. Sono gli anni, quelli, del secondo dopoguerra. Ma io scorro in fretta le vicende precedenti che caratterizzano il secolo breve, quando il movimento operaio ottiene dal governo giolittiano provvedimenti migliorativi nel lavoro delle donne e dei fanciulli, nella infortunistica, nel riposo settimanale. Nel frattempo si riorganizza la controparte padronale, se sorge nel 1910 la Confederazione Generale dell’Industria Italiana, la Confindustria. E l’unità dei lavoratori, autentico spettro per le imprese, viene minata in varie occasioni, dalla guerra coloniale di Libia (1911-1912) e poi dalla mobilitazione industriale nella Grande Guerra che sottopone a disciplina militare il Paese abolendo il diritto di sciopero. Erano presenti, alla nascita della CGdL nel 1906, quasi settecento sindacati locali, che rappresentano oltre 250.000 iscritti. Diverranno, nel mitico biennio rosso, oltre un milione nel 1919 e due milioni e duecentomila nel settembre del 1920. Specie nell’Italia centro-settentrionale, sul modello dei soviet bolscevichi e dei relativi consigli di fabbrica, durante le mobilitazioni contadine, le tumultuose manifestazioni con occupazione ardita di terreni e fabbriche, sino ai tentativi di autogestione.

Episodio leggendario, ipotizzo, per Angiola, come per tutta la sinistra politica del paese, contiguo all’esplosione intellettuale dei vari Gobetti e Gramsci, le menti più acute del momento e incubo padronale da cui uscirà il fascismo che nel ’26 autorizza un fantasma di sindacato incorporato nel regime, sciogliendo la CGdL. Ma l’ossatura, magari a brandelli, anche tra emigrati all’estero, rimane la spina dorsale e morale del Paese, come nel marzo del 1943 coi massicci scioperi di Torino e delle grandi fabbriche del Nord che accelerano il crollo della dittatura. Si rilancia l’unità, che dura poco. Nel maggio del 1947, coll’estromissione dei comunisti e socialisti dal Governo di unità nazionale, la Cgil, si chiama così dal ‘44, perde nel ’50 la componente cattolica confluita nella Cisl e quella centrista laica e socialdemocratica raggruppata nella Uil. Da qui, alti e bassi, trionfi e miserie, unità e scissioni. Il boom negli anni Sessanta, la nazionalizzazione delle aziende elettriche, la realizzazione di un vasto programma di opere pubbliche e di edilizia popolare, mentre l’’automobile e gli elettrodomestici diventano beni di largo consumo.

Tra il 1951 e il 1961 ben 1.700.000 lavoratori emigrano dalle regioni del Sud. Nel 1970, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, e l’anno prima   la spinta egualitaria porta all’abolizione delle gabbie salariali. Alti e bassi riflessi anche nel numero degli iscritti, che cala di un milione dopo i traumatici fatti di Budapest, e rilancio problematico durante la strategia della tensione e del terrorismo, inaugurata dall’eccidio di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

Angiola nel giardino dei genitori
Angiola e Fabio
Sposi

Fin da bambina, Angiola, per studiare, era costretta a prendersi un autobus per le scuole, liceo classico all’Arnaldo a Brescia, in classe con un mio collega cafoscarino, illustre dannunzianologo, che ancora ne rievoca con struggente nostalgia l’avvenenza irresistibile, profumata di adolescenza. Poi eccola a Padova in Lettere moderne, tesi iniziata con Dino Formaggio in storia dell’arte contemporanea su Marcel Duchamp, dirottata per improvviso cambio di docente in urbanistica e architettura con Lionello Puppi su Rivoluzione industriale e la città, aiutata nella compilazione dal giovane Massimo Cacciari. E mi puntualizza che, di conseguenza, la bibliografia più a destra erano i testi marxisti-leninisti. Alla discussione, congedano il suo ‘pamphlet’ con qualche imbarazzo e il 110 senza lode però. Nella contigua facoltà di filosofia, alcuni esami comuni, conosce il coetaneo Fabio Comunello, veneziano, risucchiato da una tesi ponderosa di oltre cinquecento pagine su Lukács. Li unisce la condivisone politica, la tessera del Pci da lei presa nel 1969, una certa durezza di temperamento, l’intolleranza ‘tribale’ verso i nemici e la tolleranza complice verso gli amici. Il tutto, nel marito intinto di una qualche flemma ironica ed elegante, in lei più sanguigno e aggressivo. Nel Pci, comprese le nuove versioni, Angiola è sempre rimasta dentro, uscendone solo davanti alla svolta della Bolognina, non condividendo le scelte di Occhetto, valutando un nonsenso il Pd. In più, non ama i gruppuscoli, per cui la Cgil coi suoi grandi numeri, e la vocazione all’universale, le offre sicurezza. Nel 1969, tra l’autunno caldo, i comitati di base e le grandi tensioni al Petrolchimico di Porto Marghera, i due ragazzi appena laureati si sposano, trovando una casa in affitto a San Samuele. Nasce nel ’72 Nicola, parto difficile, per qualche settimana in pericolo di vita, poi una crescita regolare, laurea in legge a Bologna, e promozione in ranghi autorevoli nella Lega delle Coop, ramo multiservizi, che lo porta spesso a viaggiare, come la madre nei suoi trasbordi sindacali. Coniugato con una bella guida artistica, ha reso la cgiellina tre volte nonna.

Vinto il concorso a cattedra nelle scuole secondarie, Angiola diventa insegnante come il marito, sistemandosi al Pacinotti, Istituto tecnico industriale mestrino. Ma già nel 1982 prende un distacco per lavoro sindacale, segretaria provinciale della Cgil scuola, per poi occuparsi dei chimici nel 1989, e nel ’92 altro distacco per trasferirsi nella segreteria regionale con varie competenze, dallo stato sociale alla scuola, dal pubblico impiego alla sanità. Tempo triplicato rispetto alle ore d’insegnamento. Andata in pensione, dopo quarant’anni di impegno, è ricascata nel vizio sindacale, come segretaria dei pensionati sino al 2018. Dopo di che, partecipa alle lotte, quando ci sono, nel clima profondamente mutato in città e nel Paese intero. 

La vita coniugale è stata complessa, non facile, soprattutto quando è entrata in crisi la salute di Fabio, “straamato” nei primi tempi, ma sempre più chiuso e incattivito col mondo. Una depressione lacerante si è manifestata in lui a poco a poco, causata forse dall’esasperazione per le mutate condizioni fisiche.  Solo in capanna, al mare, tornava in qualche modo rilassato e gradevole. Del resto, le patologie cardiache che nel ’21 lo hanno stroncato male convivevano colle tante sigarette e coi dolci. Me lo ricordo infatti quando lo incrociavo in calle Longa San Barnaba, loro vi abitavano in una laterale dal 1988, allorché usciva dalla pasticceria Colussi, reggendo a mo’ di trofeo un ricco vassoio di golosità, l’eterna sigaretta in bocca, la Gazzetta dello sport che sporgeva dalla tasca del cappotto, di chi un tempo aveva studiato Lukács. Ci parlavo ogni tanto, ci univa un tifo esasperato per l’Inter, ma avvertivo la cupezza che gli covava dentro, come una morsa, come un rancore. Amava la sua seconda casa al Lido, in realtà acquistata dall’Angiola, col ricavato della vendita del villino dei genitori. A volte mi sedeva vicino in vaporetto, onusto di sacchetti vari, a fare lavori di casa. Si vantava di prodezze nel faidate, tutto da solo alle prese con elettricità, idraulica e tinteggiatura alle pareti. Già, riusciva a intimidirmi con simili vanterie, io incapace di cambiare una lampadina.

La squadra del Villanuova

Molta esagerazione, mi corregge adesso con sarcasmo la moglie. Anche l’attaccamento all’appartamento al mare un romanzo, in quanto nella realtà Fabio mal tollerava il fatto che l’avesse comprato lei, che fosse privo di giardino, e non fosse piccolo. Insomma, oggi che è rimasta sola non ama tornarci. Sì, è stata dura per lei, specie gli ultimi anni, anche per mediare nei rapporti non sempre facili tra padre e figlio, a parare la sprezzatura del primo sul secondo, poi nella malattia finale per miracolo ricomposti come avviene di solito. Questo me l’ha confidato un giorno in calle, la bocca storta a trattenere il pianto.  

Oggi, il sindacato è cambiato, mi dice sconsolata. Quello che deve e può fare lo fa. Ma non può molto in una realtà ormai frammentaria e dispersiva. Ad esempio, l’incapacità ormai irreversibile a omologare rivendicazioni tra lavoratori diversi, nostrani e immigrati, tra bancari e loro aumenti consistenti e donne delle pulizie o manovalanza miserabile nelle campagne meridionali, con salari indegni. Nel frattempo, delocalizzazioni, disoccupazione giovanile e femminile, gravissime crisi di alcuni comparti dell’industria italiana, precarizzazione estesa ad ogni ambito lavorativo rendono il quadro desolante.  Anche le battaglie per i diritti civili, dopo le grandi epopee per il divorzio nel 1970, la tutela delle lavoratrici madri e quella sugli asili nido nel ’71, la riforma del diritto di famiglia nel ’75, l’aborto nel ‘78, rispetto alla plumbea condizione attuale sembrano appartenere a un’altra storia. Senza trascurare aspetti delicati, ad esempio, e qui Angiola sospira, nella green economy dove esplodono le contraddizioni nel sindacato, presente con una sua forte rappresentanza nelle fabbriche d’armi, o in quelle chimiche inquinanti.

Ma non esiste più una classe operaia degna di questo nome, solo una mano d’opera al suo interno in mille differenti condizioni di lavoro, tra appalti e sub appalti. I sindacati che lottavano per dare democrazia al Paese e assicurare un buon sistema Welfare, nella grande strategia nel 2° dopoguerra in Europa e in Italia, oggi arrancano davanti ai continui incidenti sul lavoro. Perché in molti settori andare a lavorare è come tornare in guerra, avviarsi al fronte. Sotto a chi tocca. E intanto la classe politica al governo dimentica scuola e sanità pubblica, mentre agevola l’evasione, chiamando pizzo di stato le tasse, in una direzione unicamente elettorale. Da qui, la diminuzione generalizzata negli iscritti al Sindacato, a eccezione del pubblico impiego, dei lavoratori di origine straniera e dei pensionati.

In corteo

Angiola non manca in nessuna manifestazione veneziana di resilienza al degrado ambientale e politico della città, presente nelle mobilitazioni come quelle recenti per la salvaguardia dell’ospedale Giustinian, minacciato di esproprio da una sanità regionale inquietante nelle sue scelte. Abbiamo, io e Angiola, sfilato assieme una volta, dalle Zattere al campo di Santa Margherita, dove abbiamo fatto sosta per i discorsi, e ne ho improvvisato uno anch’io, da teatrante. E il tempo, misterioso nei suoi ingolfi e nelle sue madeleines, mi fa affiorare alla coscienza la Storia novecentesca di questo campo, patrimonio a lungo della Sinistra, e delle sue feste aggregative e identitarie. Qui, si organizzano le grandi parate della sinistra, qui si celebra il primo maggio tra il 1905 e il 1909, per tenere lontana la protesta dalla Piazza. Un tavolo da osteria o il pozzo al centro operano da palco per la voce del tribuno. Intanto cresce la paura del rosso, acuita dal voto universale (maschile) del 1912 per cui negli scontri del dopoguerra tra squadristi e socialisti ci scappano 13 morti, e ben tre sono in questo stesso campo. Qui, ancora, in contrapposizione alla Biennale, si organizzano le Giornate del cinema italiano nel 1972-1973. E intanto l’attuale Auditorium cafoscarino, dalla torre mozzata, è stato via via chiesa, poi sconsacrata dalle riforme napoleoniche, adibita per un periodo alla manifattura dei tabacchi, quindi deposito di marmi di altre chiese soppresse, nel 1882 tempio evangelico, ma anche Camera del Lavoro, infine cinema di serie b, detto peoceto.      

Le chiedo all’improvviso se oggi ci avviamo in Italia verso un altro ’22.  Il 1º novembre 1926 la sede centrale della CGdL a Milano viene devastata dai fascisti. Il 9 ottobre 2021, durante la manifestazione dei No Green Pass un gruppo di manifestanti del partito neofascista Forza Nuova ha assaltato la sede della Cgil a Roma. Ritorno del rimosso, allora, con questo squadrismo delle origini, ricalcato magari sull’assalto al Campidoglio attuato a Washington il 6 gennaio 2021?  E più in generale siamo vicini alla fine del mondo? L’emergenza climatica fa dire a certuni che tra qualche decennio Venezia non esisterà più. E ancora Putin trionfante in elezioni da operetta, se non fosse tragedia, disposto a scambiare Navalny mentre lo fa ammazzare, e le stragi di Hamas e la reazione furiosa israeliana che distrugge Gaza. Le guerre avanzano in Europa, non solo nel mondo, sottocasa dunque, si radicano gli scontri religiosi monoteisti, democrazie svuotate da astensionismi e crisi di partiti non leaderistici, tra sovranismo interno e autocrazie che dilagano nel mondo, fake news accettate cogli algoritmi e i complottismi dove finiscono le derive dei vecchi miti anti sistema, tra vecchia sinistra e reazionari beceri. Una destra al governo che attacca libertà di stampa e separazione dei poteri, gli slogan della gentocrazia, del popolo, fuori dai salotti radical chic, contro i tecnici e le competenze.

Ascolta il mio sproloquio e scuote la testa, Angiola. No, la sindacalista di un’intera esistenza non condivide fino in fondo la mia propensione alla catastrofe. Anche perché continua a adorare il lavoro che ha fatto, e se potesse tornare indietro rifarebbe le medesime scelte. Sì, ha amato insegnare, ricambiata dai suoi studenti al Pacinotti, ma ha amato forse di più fare la sindacalista, in giro tra assemblee urlanti e interminabili gruppi di lavoro, comitati e confronti, a far proselitismo o a ribattere a polemiche aspre. Aggiunge che il sindacato non è il partito, possiede più onestà e disinteresse, mobilita energie e spalanca desideri collettivi, utopie salvifiche. Mentre te lo dice, rischia di commuoversi nella sua maniera scontrosa e nella sua pudica bruscaggine.

Della sua lunga esperienza di militante nella Cgil ricorda momenti avvilenti, la marcia dei quarantamila colletti bianchi a Torino nel 1980, “prezzolati” dalla Fiat a suo parere. Il referendum nel 1985 contro il taglio della scala mobile, voluto da Berlinguer e perso, costituisce per lei un altro smacco, che pare non perdonare al mio amato segretario del Pci, morto durante il comizio padovano nel 1984, un po’ come il grande Di Vittorio, il più importante segretario della Cgil dopo l’assemblea a Lecco nel 1957. In compenso, lei c’era ovviamente a Roma in mezzo a quella marea rabbrividente del 2002, mobilitata dall’allora segretario Cofferati.  Certo che c’ero, che domande sono?  E a contemplarla sulle foto di un tempo, quando reggeva drappi colla scritta amata, ti emozioni. Perché in quei momenti solari avviene una coniugazione felice in Angiola, novella Marsigliese bresciana-veneziana, leonessa sindacale, fusione tra la bellezza e la balda giovinezza di costei, e l’incanto delle idee collettive di giustizia e umanità. La più grande manifestazione di massa nella storia italiana, tutto il popolo della Cgil, tre milioni di partecipanti, manifesta contro le modifiche del governo all’articolo 18, la tutela dei lavoratori contro i licenziamenti illegittimi. Riemergono allora strati iconici di memoria, le scene analoghe del film Novecento di Bertolucci, il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, perché il meglio del Paese là sembra convocato. Là Angiola prova quella gioia pubblica forse non realizzata nella sfera privata, e manifestata senza il riserbo delle donne lombarde, antico dna oserei dire manzoniano. E in più a Roma in quel giorno luminoso si portava dietro Nicola. Lo sottolinea come una Cornelia soddisfatta del proprio gesto pedagogico.   

Non la esaltano comunque i nuovi segretari, né Susanna Camusso né Landini. Rimpiange la schiera dei dirigenti che rischiavano sulla propria carne. A una mia curiosità mi chiarisce, a proposito del controverso reddito di cittadinanza, che la soluzione non la convince solo se intesa quale mera assistenza. In quanto lei ama il lavoro, e vorrebbe estenderlo a tutti.  Dalla nostra Costituzione, messa su anche col contributo decisivo delle forze sindacali, ha ereditato l’idea del lavoro quale valore fondante della vita civile e sociale. Mentre parliamo, sempre seduti al bar di San Barnaba, molti passando la salutano con simpatia se non con affetto. E lei mi precisa, a bassa voce, che dopo tutta una esistenza trascorsa a stare colla gente, frequentazione assillante che l’ha indurita nelle lotte frontali (si definisce manichea, poco adatta ai compromessi, con derive psicosomatiche quali una fastidiosa gastrite con cui convive), si ritrova adesso più vogliosa di solitudine, o meglio di una socialità selezionata. Questo non le impedisce di rovesciare, addosso a negozianti e commessi, un inveterato gusto comiziante, dal barcone di Fabio alla Farmacia delle donne in Santa Margherita. Una cordialità autentica ma incanalata in piccole direzioni.  Quel che le resta di antiche passioni si orienta al limite nel fare adepti per il Calcio Venezia. Non si perde una partita, la domenica, a Sant’Elena, spingendosi a volte persino in trasferte disagiate. La memoria delle manifestazioni gloriose, delle bandiere speranzose al vento, i viaggi in treno in massa a Roma, per le rituali sfilate, la disciplina dello stare e del pensare insieme, ora si rinnova come un retrogusto a seguire la squadra del Venezia, l’Unità sostituita dalla Gazzetta dello sport, omaggio al suo Fabio scomparso e ritrovato nell’assenza.

La sindacalista ultima modifica: 2024-03-21T20:54:17+01:00 da PAOLO PUPPA
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1 commento

gabriella giaretta 22 Marzo 2024 a 11:05

Sono ben felice di aver percorso il cammino di Angiola, con tutti gli storici riferimenti alla sinistra e al sindacato!!!
Grazie Paolo Puppa ,sei unico!!!

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