Come si manifesta oggi il dissenso in Russia e quanto la figura di Aleksej Naval’ny ha influenzato l’etica civile e la contrapposizione ideologica al governo di Putin? Con il rafforzamento del regime, le tattiche di protesta stanno cambiando: in particolare, dal marzo 2022, sono state introdotte leggi severissime per reprimere la libertà di parola e le attività di contestazione. Le proteste, allora, continuano sempre più in sordina e attraverso gesti individuali, che possiamo ritenere veri e propri atti di eroismo, considerando il clima in cui si manifestano.
In Occidente, il diradarsi delle manifestazioni pubbliche è stato percepito come una forma di condivisione delle politiche putiniane e, ingiustamente, si tende ad attribuire a tutto il popolo russo una passività che ne prefigurerebbe l’incondizionato sostegno all’invasione dell’Ucraina. Ma non è così. Non è corretto ed è dannoso generalizzare:
La delegittimazione e la stigmatizzazione dell’intera popolazione russa non consentono agli oppositori della guerra e della dittatura in Russia di diventare un soggetto in grado di svolgere un ruolo decisivo nel cambiamento del regime. E la propaganda interna si muove con lo stesso scopo: tagliare, isolare chi ha lasciato il Paese. [A. Bayanov, La Russia di Putin e le responsabilità dell’Occidente]

Nella società russa attuale appaiono sempre più persone che, a buon diritto, possono essere chiamate “dissidenti”. Un’altra domanda che ci si può allora porre, sostanzialmente, è: in cosa essi differiscono dai dissidenti sovietici degli anni della Guerra Fredda?
La dissidenza che esisteva negli anni Settanta e Ottanta oggi non è più concepibile, ma può servire da riferimento morale e storico per la società russa contemporanea. In Unione Sovietica la lotta dei dissidenti aveva obiettivi chiari; lasciare il paese era molto più difficile, rispetto ad adesso; si poteva finire in prigione non per quindici giorni, ma per diversi anni, o addirittura essere internati in un ospedale psichiatrico; esistevano forme di divulgazione del cosiddetto “libero pensiero”, ancorché difficoltose, attraverso i bollettini informativi come Cronaca dell’attualità, distribuiti tramite il samizdat [1], ma internet non esisteva. In precedenza, il confine tra società e dissidenti era chiaro. Coloro che vanno a protestare oggi difficilmente conoscono la storia della resistenza di mezzo secolo fa. Tuttavia, anche adesso le persone si riuniscono fuori dai tribunali durante i processi politici e, ovviamente, molte sono sottoposte alla sorveglianza della polizia. Come in passato, vengono eseguite le detenzioni preventive, sono comminate multe e sanzioni per la partecipazione alle manifestazioni e i giudici sono abituati a violare le norme procedurali e a ignorare gli avvocati.
Un punto di svolta nel panorama del dissenso russo va individuato nell’incarcerazione di Naval’ny nel gennaio 2021 e negli eventi drammatici che ne sono seguiti. Nel gennaio 2021, Alexei Naval’ny, al suo rientro dalla Germania, dove era stato in cura per l’avvelenamento subito in Russia nell’agosto 2020, veniva arrestato e condotto in carcere. Il 23 e il 31 gennaio, in tutto il paese ebbero luogo alcune delle più grandi proteste degli ultimi anni. I manifestanti furono brutalmente dispersi dagli agenti di polizia e dalla polizia antisommossa della Guardia Nazionale (OMON) e migliaia di persone furono arrestate.
Molti sostenitori di Naval’ny furono arrestati in quei giorni a Kalinigrad, enclave dove i manifestanti sono stati particolarmente attivi e, chi più chi meno, tutti ne subirono le conseguenze. Ricordiamo Anastasia Nekhaeva che, mentre esibiva un cartello con scritto “Libertà per Navalny e tutti i prigionieri politici”, fu aggredita da una persona sconosciuta. In seguito, a causa della sua attività politica, ha perso il lavoro e in tutti i posti dove si è presentata per un colloquio, si sono rifiutati di assumerla per il timore di incorrere in pesanti sanzioni amministrative da parte dello Stato. Un altro tra i primi manifestanti ad essere arrestato fu Ivan Luzin, un impiegato del “Quartier Generale” di Naval’ny (la rete dei “Quartier Generale” di Navalny è riconosciuta come organizzazione estremista ed è bandita in Russia). Stessa sorte per il coordinatore dei sostenitori di Naval’ny a Kaliningrad, Alexander Chernikov; dopo l’arresto, si è dimesso da organizzatore e ha registrato un videomessaggio dichiarando di non partecipare alle manifestazioni. Lo sostituì Maria Petukhova. Arrestata e multata di 150.000 rubli per aver partecipato a una manifestazione a sostegno di Naval’ny, decise di emigrare in Polonia.

Singolare è la storia degli studenti Maria Isaeva e Gleb Maryasov, che si sono incontrati alle proteste di gennaio a Mosca. Maria Isaeva partecipò alle proteste in entrambe le giornate del 23 e del 31 gennaio. La prima volta, venne percossa dalla polizia e rimase ferita. Con il compagno si recarono in un bar per avere un po’ di ristoro, ma il proprietario li cacciò in malo modo per non avere grane con la polizia. Nello stesso giorno, Gleb Maryasov fu sequestrato, picchiato e inviato per trenta giorni al Centro di detenzione temporanea per cittadini stranieri, situato nel villaggio di Sakharovo, nella periferia di Mosca. Maryasov fu condannato a dieci mesi di prigione e a pagare due multe per un totale di 2.600.000 rubli. I due si sposarono in autunno nella chiesa anglicana di Sant’Andrea, durante le pause tra i processi.
Voglio ricordare anche le sorelle Irina e Olga Zenin, note attiviste di Rostov sul Don, vittime dei funzionari della Direzione principale per la lotta all’estremismo del ministero degli affari interni della Federazione Russa, nota anche come Dipartimento “E”. Fotografate e identificate dagli eschnik, come vengono chiamati i suddetti funzionari, furono arrestate insieme a numerosi altri attivisti sotto sorveglianza. Le sorelle Zenin hanno visto e potuto filmare il momento in cui delle persone in abiti civili si sono avvicinate a Lydia Olshanskaya, 84 anni, l’hanno afferrata per le braccia e l’hanno portata via, alla stazione di polizia. Olshanskaya è stata rinchiusa in un centro di detenzione speciale, poi portata in tribunale, dove è stata trattenuta fino a mezzanotte e multata di 11.000 rubli. A sua volta, Lydia Olshanskaya si è presentata al tribunale regionale di Rostov per sostenere Tatyana Termolaeva, 81 anni, madre dell’attivista Yulia Morozova, condannata due volte per aver partecipato alle proteste del 23 e 31 gennaio. All’uscita dal centro di detenzione speciale per detenuti amministrativi, Yulia Morozova è stata nuovamente arrestata. In totale, ha ricevuto venti giorni di detenzione e ha perso il lavoro: l’amministrazione dell’Agenzia delle Dogane dove lavorava ha rifiutato di rinnovarle il contratto a causa dell’inaffidabilità politica.

La prassi di comminare multe, più o meno elevate, contro gli attivisti è una altra strategia per combattere l’opposizione molto diffusa dopo le manifestazioni del gennaio 2021. Quasi un anno dopo gli eventi, la direzione principale del Ministero degli affari interni ha intentato una causa per 3.900.000 di rubli contro l’ex responsabile del “Quartier Generale” di Navalny a San Pietroburgo, Irina Fatyanova. La Fatyanova è emigrata dal paese. Quella di inibire qualsiasi possibilità di lavorare agli attivisti politici è invece retaggio della Guerra Fredda. Ad esempio, era invalsa nella Germania Est, paese dove, non dimentichiamolo, Putin ha prestato servizio e “si è fatto le ossa” come ufficiale del KGB.
Un altro aspetto della “nuova dissidenza” è la partecipazione attiva di molti minorenni. L’analista di OVD-Info [3] Ivan Kasyanenko ha riferito che il Commissario per i diritti dell’infanzia ha segnalato la detenzione di circa trecento minori il 23 gennaio 2021 e, secondo i dati in suo possesso, il 31 gennaio almeno 205 minori sono stati arrestati in tutta la Russia, tra cui Mosca, San Pietroburgo, Vladivostok, Vologda, Sochi, Krasnodar, Ekaterinburg, Magnitogorsk e altre città. Quasi immediatamente dopo le proteste di gennaio, la Russia ha approvato una legge che prevede la reclusione fino a cinque anni per il coinvolgimento di minori in manifestazioni e fino a dieci anni per l’incitamento all’organizzazione di rivolte di massa. Ma non basta. Nelle scuole, gli ispettori degli Affari minorili hanno parlato con gli adolescenti “problematici”, minacciando di applicare loro tutte le misure previste dall’istruzione statale, in primo luogo di registrarli.
La situazione odierna è molto più sfumata che in epoca sovietica. Allora c’era una chiara divisione tra cultura ufficiale e informale, c’erano artisti ufficiali che dipingevano per l’establishment e c’erano i clandestini costantemente sotto la sorveglianza del KGB. Ora tutti questi confini sono stati in qualche modo cancellati e non è chiaro dove finisca la zona ufficiale e dove inizi la zona di confronto. Mosca è ricoperta di graffiti raffiguranti grandi comandanti: la storia di come la Russia abbia conquistato e vinto tutti. Anche questa componente iconografica della capitale stessa appare come una costante glorificazione dello sforzo bellico. Gli autori sono alcuni rappresentanti della cultura della street art che, in questo modo, si guadagnano da vivere. Di notte, magari, disegnano qualcosa di più “spirituale”; durante il giorno, in subordine a un grosso contratto con la Società storica militare russa coprono le loro opere, ritraendo il Feldmaresciallo Kutuzov davanti al Cremlino. È difficile immaginare che qualcosa del genere potesse accadere in epoca sovietica.

La dissidenza sovietica era un movimento assolutamente apolitico: i dissidenti non perseguivano alcun obiettivo politico, non intendevano prendere il potere, avevano uno scopo puramente morale, come nel caso delle contestazioni contro l’invasione della Cecoslovacchia, perché si vergognavano di vivere in uno Stato liberticida. I “nuovi dissidenti” sono persone che rientrano in diverse categorie. Ci sono coloro che si oppongono all’autorità, come Aleksej Naval’ny o Dmitry Gudkov, il cui obiettivo è conquistare il potere. Poi ci sono dissidenti come i blogger o come chi partecipa alle manifestazioni per diverse cause da sostenere. Protestano contro l’ordine costituito, contro la mancanza di elezioni giuste, per libertà di parola e di riunione. Non vogliono andare al potere, ma avanzano anche rivendicazioni politiche.
Tra i dissidenti sovietici c’erano molti intellettuali del settore tecnico-scientifico (ricordiamo Andrej Sacharov) che, semplicemente, non riuscivano o non volevano adattarsi alla corrente dominante nel pensiero del regime sovietico. Oggi in Russia ci sono molti giovani istruiti che stanno creando aziende con grandi prospettive. Il loro reddito è molto più alto di quello di un ingegnere dell’epoca sovietica e, allo stesso tempo, c’è una straordinaria forma di adattamento. C’è l’uno per cento che è sempre e comunque insoddisfatto e ci sono quelli che pensano che non si possa cambiare nulla e che sia meglio rassegnarsi. D’altra parte, l’apparato repressivo del Cremlino, sebbene con forme in parte diverse o modificate rispetto al passato, è pur sempre temibile e temuto. Non bisogna attirare l’attenzione su di sé, è meglio tacere, occuparsi degli affari propri, non andare ai picchetti, non firmare petizioni. Criticare il governo significa avere problemi. È il tipico dilemma del dissidente e l’autoritarismo russo trae da esso la propria linfa vitale. Ecco, allora, instaurarsi l’automatismo di un processo comprensibile e naturale che porta all’indifferenza e, come detto, alla rassegnazione. Anzi, compiacere il diktat governativo, tutto sommato, può avere i suoi vantaggi.
L’etica della “non partecipazione”, diffusa in epoca sovietica, dunque, è ancora oggi presente e Naval’ny rappresenta il punto di congiunzione tra il passato e il presente. Da un lato, il suo ritorno in Russia non è stato un atto politico, ma una scelta etica e morale; dall’altro ha agito proprio come un politico e a lui possono fare riferimento i discorsi sulla futura piattaforma politica di Mosca, che potrebbe sorgere quando persone come lui potranno nuovamente avere accesso allo spazio politico. In effetti, l’intero stile di Naval’ny (le sue lettere dal carcere, i suoi video, il suo aspetto, la sua morte) è una sfida all’intero sistema di governo di Putin.

Nel centro di Mosca, di fronte alla Lubjanka, è situata la Pietra Soloveckij, un monumento eretto nel 1990 in onore delle vittime della repressione politica in Unione Sovietica. Il 16 febbraio 2024, è cominciato un mesto pellegrinaggio di cittadini russi che recavano un fiore o, semplicemente testimoniavano con la propria, discreta, presenza, una forma di solidarietà con la figura di Aleksej Naval’ny. Eh sì, perché l’attivista strenuo oppositore di Putin era morto da qualche ora e la notizia era deflagrata immediatamente attraverso i social media a livello globale. Il pellegrinaggio non poteva che essere “discreto”, stanti le ferree leggi imposte dal Cremlino e mirate a reprimere ogni forma di dissenso; ciononostante, con la stessa rapidità con cui si era diffusa la notizia, altrettanto celermente, i reparti della policija sono entrati in azione per dissuadere chiunque a intraprendere qualsiasi iniziativa che simpatizzasse con il dissidente morto in una prigione siberiana, a 47 anni, per un riferito improvviso malore. Nonostante i divieti, tuttavia, le manifestazioni sono proseguite, con la consueta “parata di arresti” che le accompagna. Immediatamente, attraverso la TASS e la piattaforma Telegram, le autorità russe si sono scagliate contro l’Occidente – come ha fatto il deputato russo Viaceslav Nikonov, nipote del più celebre Viaceslav Molotov – vagheggiando responsabilità e deliranti trame ordite contro Mosca per mettere, ancora una volta, in cattiva luce il governo di Putin. Può capitare che in Siberia, in condizioni di denutrizione e senza cure mediche, un individuo minato nel fisico, ancorché fermo nello spirito, possa accusare un malore anche letale. Può capitare e, secondo un disegno verosimilmente preordinato dal governo russo, è capitato.
È capitato, però, quando non doveva capitare, cioè nel momento in cui, dopo mesi di “guerra di posizione” combattuta su un fronte pressoché immoto, l’esercito russo è riuscito a sfondare le linee nel settore di Avdiivka, costringendo quello ucraino ad un ripiegamento. È capitato quando i tentennamenti dei governi sostenitori di Kiev (compreso quello di Washington) hanno indotto i “falchi” statunitensi a evocare la minaccia di presunte armi atomiche che i post-sovietici invierebbero nello spazio per neutralizzare i satelliti degli scostumati avversari occidentali, soprattutto americani; da qui, la necessità di schierare “scudi stellari” di reaganiana memoria e, nondimeno, la necessità di continuare a sostenere con armamenti adeguati il difficoltoso sforzo difensivo ucraino. È capitato quando un evento come la morte di Navaln’ny – paradossalmente da imputare al gelo della colonia penale n. 3 dell’okrug di Yamalo-Nenets – potrebbe scaldare gli animi del fronte anti-putiniano e indurlo a una rapida ripresa dell’invio degli aiuti militari tanto auspicati da Zelensky.

Eppure, si può presumere che per Putin, anche in questo frangente, non tutti i mali vengono per nuocere. Siamo allo scadere del secondo anniversario dell’invasione e, nello stesso momento, muore un simbolo, viene a mancare quello che nella nostra percezione di occidentali, è assimilabile a un martire. Ho detto “nella nostra percezione di occidentali”, perché nella realtà russa la gran parte dei Russi, o per cultura o perché permeabili alla propaganda governativa, reputa comunque Naval’ny un “traditore”, per le idee propugnate. L’opinione di Mikhail Shishkin, apprezzato in patria più come scrittore che come “libero pensatore”, fornisce un quadro abbastanza eloquente dello stato mentale di un popolo assuefatto al sacrificio e aperto a soluzioni bellicistiche quali quelle putiniane, in nome del riconoscimento di una pretesa grandezza a livello planetario, dopo il crollo del Muro di Berlino e, con esso, dell’Unione Sovietica:
L’impero sovietico fu completamente saccheggiato. La gente viveva tra le rovine dell’impero. Aveva perso la sua grandezza. La povertà rimase. La vita tra le rovine dell’impero era priva di significato e scomoda per la maggioranza delle persone. La maggioranza dei russi si trovava male nel libero mercato selvaggio: il paese era attanagliato dalla depressione e dalla malinconia. Per generazioni, al popolo era stato tolto tutto e, per compensare, gli era stato dato l’orgoglioso sentimento di essere cittadini di un Paese enorme e glorioso. … La gente perdeva l’unicità, l’ordine, l’autorità di guida. Questa è la malinconia russa. Desiderio di una chiara visione del mondo. Di una prima linea chiara. Di una divisione in propri e stranieri. Di un saggio leader paterno. Di una grande vittoria. Della grandezza e della maestosità della patria. … Le illusioni perdute fermentarono nell’aceto amaro della decomposizione dei valori. Le masse si convinsero che tutti i funzionari fossero corrotti, che tutti i deputati del popolo, i ministri, i poliziotti, i generali, i giudici, i rettori, ecc… prendessero tangenti equiparando le casse dello Stato alle loro tasche, che non si potesse credere e non ci si potesse fidare di nessuno. Per difendere i propri interessi bisogna avere molti soldi o buone relazioni con i criminali. Non c’è altro modo. Il desiderio di un mondo ordinato prese la forma della nostalgia sovietica. Così come l’impero zarista fu idealizzato nell’era sovietica. … La popolazione era stremata dal caos e dall’illegalità delle “trasformazioni democratiche” e desiderava l’ordine. La colpa della miseria era della democrazia. La parola stessa divenne una parolaccia. Invece di “democratija” hanno detto “dermokratija”. Solo una semplice “r” ha cambiato il termine più bello in Merdocrazia. … Politica autoritaria, Stato forte, ordine rigoroso: queste idee di base dello storico ulus di Mosca riflettevano le esigenze del Paese. Il potere del Cremlino cercò di soddisfare queste aspettative. [4]
Questo è l’humus in cui ha attecchito la radice putiniana. Muore un simbolo, dicevo. Così come l’uccisione dello zar Nicola II fece crollare le fondamenta del già confuso movimento “bianco” dei seguaci di Aleksandr Kerenskij, allo stesso modo, la “dipartita” di Naval’ny fa venir meno un referente forte per la dissidenza russa contemporanea. Non possiamo trascurare il fatto che, fino alla fine dei suoi giorni, Naval’ny ha divulgato in ogni modo la sua avversione a Putin: in un audio registrato durante un’udienza qualche giorno prima della sua morte, egli ancora invita a non votare il presidente in carica nelle imminenti elezioni del 14 marzo. Già, le elezioni del 14 marzo. Quelle elezioni da cui l’avversario politico di Putin e candidato alla presidenza Boris Nadezhdin è stato estromesso per “irregolarità” nella raccolta delle firme previste per la candidatura. Il programma di Nadezhdin prevedeva, in caso di vittoria, l’immediato ritiro delle truppe dall’Ucraina e la cessazione delle ostilità, oltre alla liberazione dei dissidenti politici detenuti nelle carceri russe. Ora, il sistema giuridico russo prevede che per una candidatura alle elezioni presidenziali debbano essere raccolte 105.000 firme. Nadezhdin ne ha raccolte 200.000. Successivamente, le firme vengono sottoposte a dei controlli con degli scanner in appositi uffici, per verificarne l’autenticità. Nel caso di Nadezhdin è stato rilevato che molte firme fossero false o non chiaramente leggibili, mentre quelle raccolte da Putin sono state tutte ritenute valide.
A dispetto della resilienza dei Russi in rapporto ai sacrifici loro imposti in nome della Madre Russia, il dolore causato dalle tante perdite in guerra subite negli ultimi due anni, forse ha fatto intravedere a Putin una potenziale erosione del consenso di cui comunque gode all’interno del Paese. Altrimenti non si capisce la necessità di ricorrere ai collaudati sistemi, per inficiare la posizione di un candidato-avversario che, a rigor di logica, non avrebbe dovuto rappresentare un problema. Eppure, un segnale in tal senso, viene dalle reiterate proteste delle donne che, avendo i propri cari al fronte, sempre più insistentemente ne richiedono il ritorno a casa, vivi naturalmente.

Mi è capitato di discutere di queste proteste, sottolineando che finalmente riprendevano le manifestazioni contro “la guerra di Putin” e, nell’occasione, sono stato “rintuzzato” da chi era nella posizione di poterlo fare, per la mia ignoranza delle repressioni attuate dalla polizia russa. In realtà conosco le procedure degli OMON e delle altre forze antisommossa del Cremlino e ho dovuto scusarmi, per la mia superficiale considerazione di un certo stato di cose. Ebbene, queste donne, ancora domenica 11 febbraio sono scese in piazza a manifestare, ma da allora l’oggetto della repressione non sono più state loro: gli arresti e le manganellate hanno riguardato i giornalisti presenti sul posto per documentare le proteste.
In ogni caso, in Russia, la storia si ripete secolo dopo secolo, dal XIX secolo al XX secolo, con i modelli dell’esilio politico, della dissidenza, dei prigionieri politici. Di conseguenza, dobbiamo ricordare l’esperienza di resistenza al regime sia dell’epoca zarista che di quella sovietica. Herzen e Chernyshevsky, Bukovsky e Marchenko sono in questo senso nostri contemporanei: il loro pensiero non è storia, ma una guida pratica all’etica dissidente.

Immagine di copertina: Esposizione temporanea, nella Place des Nations a Ginevra, di fronte alle Nazioni Unite, dell’interno della cella d’isolamento dove per dodici volte è stato confinato Alexei Naval’n (2023)

note
[1] Samizdat in russo significa “edito in proprio” e indica un fenomeno sociale, culturale e politico spontaneo che esplose in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco orientale tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni sessanta. È usato in senso analogo per indicare tutte le produzioni giornalistiche e letterarie costrette alla clandestinità a causa di un regime di censura governativo.
[2] Progetto mediatico russo indipendente sui diritti umani, volto a combattere la persecuzione politica. Il suo obiettivo principale è la libertà di riunione. OVD-Info è una delle più grandi ONG russe per i diritti umani.
[3] Allievo e collaboratore del famoso feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evič Suvorov, fedele all’ ancién régime per tutta la vita, fu abile uomo di corte e prese parte alle campagne combattute dall’Impero russo contro l’Impero ottomano e contro la Francia rivoluzionaria alla fine del XVIII secolo. Durante le guerre napoleoniche guidò gli eserciti russi durante la terza coalizione e, pur dimostrandosi abile stratega, non poté impedire la sconfitta di Austerlitz. Caduto in disgrazia dopo questi eventi, ritornò al comando supremo prima sconfiggendo i turchi nel 1811 e poi soprattutto assumendo la guida suprema della guerra contro Napoleone durante la campagna di Russia
[4]M. Shishkin, Russki mir: guerra o pace?, 21lettere, 2022, pp. 88-90.

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