Il balenottero bianco

L’ascesa di Antonio Tajani, improbabile continuatore dell’epopea berlusconiana eppure capace di preservarne e far fruttare il bottino elettorale, diventando polo d'attrazione del bacino di voti del pentapartito.
GUIDO MOLTEDO
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I suoi colleghi d’allora, che come lui seguivano la Democrazia cristiana, lo consideravano quasi un intruso, nei loro capannelli, a piazza del Gesù. Antonio Tajani, notista politico e poi capo della redazione romana de il Giornale, allora ancora di Indro Montanelli, non capiva il “padrone di casa” e certamente si trovava più in sintonia con quelli che poi gli avrebbero fatto la pelle, a Ciriaco De Mita, i Forlani, gli Andreotti, i Gava, gli Scotti con i rispettivi “amici”, assistenti e portaborse, in combutta con Craxi. A palazzo Cenci Bolognetti, dal 1944 al 1994 sede principale della Dc, la segreteria di De Mita era seguita, come mai era successo negli anni precedenti, da giornalisti politici che avevano creato una sorta di consorteria specializzata nel “De Mita pensiero”, un po’ come i colleghi che seguivano il Pci – i bottegologi – ma anche quelli, a via del Corso, che “coprivano” la segreteria di Craxi. La politica oramai occupava paginate di giornali e sempre di più il primo “sfoglio” dei quotidiani, con numerosi articoli di vario genere, ritratti, retroscena, interviste. La crescente personalizzazione della politica è molto legata alla svolta giornalistica di quegli anni. E l’intreccio media-politica diventa da allora in poi uno dei tratti salienti della politica e del giornalismo, fino all’ingresso diretto, sempre più frequente, di cronisti e editorialisti nell’agone politico.

Tajani, allora, non sembrava destinato a finire nella lista, ormai fitta, di giornalisti passati alla politica. Monarchico, era lo zimbello nel giro di De Mita, allora padrone assoluto – così sembrava – del suo partito, e quindi attore principale sulla scena del potere. Il suo quotidiano e il suo direttore non nascondevano la loro profonda antipatia e diffidenza verso De Mita. Fu il Giornale, con Paolo Liguori (detto Straccio), a creare le pre-condizioni della fine politica di De Mita, con l’inchiesta sui fondi del terremoto in Irpinia, l’Irpiniagate.

Arriva così il CAF, che entra nella stanza dei bottoni e conquista le più importanti leve del potere, e con il CAF prende quota Silvio Berlusconi. Tajani entra nel suo giro, fino a figurare tra i fondatori di Forza Italia nel 1994. Una presenza costante e discreta al fianco del Cavaliere. Eppure a Tajani manca il “quid”, quella caratteristica impalpabile ma essenziale che Berlusconi cita a proposito di Angiolino Alfano e di altri aspiranti big di Forza Italia quando decide di toglierseli di torno, ma, forse, proprio questa mancanza, nel suo caso, è la peculiarità che spiega la sua resilienza nella cerchia sempre più ristretta del Cavaliere nell’arco di trent’anni, fino a diventarne l’erede. 

E per paradossale che possa sembrare, è proprio questa sua assenza del “quid”, in forte contrasto con la tracimante esuberanza del Cavaliere, che rende plausibile il passaggio del testimone alla guida di Forza Italia e la tenuta del partito e perfino la sua crescita.

Non è solo questione di stile ma di sostanza politica.

Un similBerlusconi avrebbe potuto occupare il suo posto dopo la sua scomparsa? Sarebbe potuta continuare, con un’altra figura, la sua epopea? Il veneziano Luigi Brugnaro – imprenditore e politico – ci ha anche provato, per un po’ perfino con il benevolo sostegno del Cavaliere, ma il suo tentativo è stato semplicemente disastroso. Perché non ci può essere continuità con una figura unica, larger than life, come quella di Berlusconi, mentre ci può essere un tentativo di conservarne il più possibile intatto il patrimonio politico, almeno quel che resta del trentennio berlusconiano. Ed è quello che sembra sia riuscito a fare l’incolore Tajani. 

Berlusconi si era accaparrato le spoglie del pentapartito a guida CAF (Craxi-Andreotti-Forlani, più repubblicani e socialdemocratici), lasciando agli eredi del Pci pezzi di Dc – l’arcipelago dei cattolici democratici – pezzi di Psi non craxiano e di Pri e Pli.

Quella grande torta elettorale si è andata riducendo, col declino di Berlusconi, ma ne è rimasta abbastanza per avere peso nel governo attuale e per poter attirare di nuovo nella sua orbita porzioni di quell’elettorato, conquistato da Giorgia Meloni, in circostanze politiche irripetibili ma oggi disposto a ritrovare casa in una forza tranquilla, moderata, attenta alle ragioni dei cattolici conservatori, di quella che un tempo era definita la maggioranza silenziosa, oggi stufa, dopo averla apprezzata, della politica urlata di Meloni e soci. Tajani, più per indole che per astuzia politica, è oggi nelle condizioni di riprenderseli, quegli elettori, e di puntare a superare perfino la soglia del dieci per cento alle prossime elezioni europee e a puntare anche a più ambiziosi obiettivi.

La nuova balena bianca toglierà dunque voti a Fratelli d’Italia, che a sua volta li prenderà alla Lega, che un po’, nel sud, li cederà pure a Forza Italia. 

Nel centrodestra i rapporti di forza tra le varie componenti sembrano dunque destinati a cambiare dopo il voto di giugno. Lo fa già capire il pacato Tajani che inusitatamente alza la voce nei confronti del collega leghista Giorgetti. Ma chi deve più d’ogni altro temere la rinascita del balena bianca è Fratelli d’Italia. Se i flussi elettorali mostreranno perdite significative di voto moderato, compensate dall’afflusso di voto estremista di provenienza leghista, il processo di scoloramento dell’immagine missina e di progressiva uscita dall’alveo della destra estrema verso approdi di centro moderato sarà più difficile, mentre l’attuale complessivo allineamento del ministro degli esteri alla presidente del consiglio potrà essere messo in discussione da un peso maggiore di quello che non sarà più l’alleato più debole della coalizione.

Il balenottero bianco ultima modifica: 2024-05-15T17:06:33+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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