Se persino uno storico avversario come il madridista Jorge Valdano, in un’intervista rilasciata al quotidiano politico catalano El Periódico, ha ammesso che Johan Cruiff, scomparso dieci anni fa, sia stato il personaggio più importante della storia del calcio, un fondo di verità deve esserci. E secondo noi è così, specie se si somma la sua esperienza da calciatore a quella da allenatore. Inutile ricordare chi sia stato il 14 in campo: uno che scelse un numero che prima di lui voleva dire riserva, in un’epoca in cui i numeri dei titolari andavano dall’ 1 all’11, “il profeta del gol”, come lo ribattezzò Sandro Ciotti in un documentario del ’76 che ormai appartiene alla storia del giornalismo sportivo, l’alfiere del magno Ajax dei primi anni Settanta, capace di conquistare ben tre Coppe dei Campioni consecutivi, due delle quali ai danni di Inter e Juventus, il punto di riferimento dell’Arancia meccanica olandese targata Rinus Michels, sconfitta nel ’74, a Monaco, dallo strapotere fisico dei “panzer” della Germania Ovest e nel ’78 dalla ferocia dei campioni di Videla, nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos, in un Mondiale cui il rivoluzionario per antonomasia non partecipò neppure, quasi sicuramente per motivi politici.

E che dire del suo sbarco in Catalogna? L’avrebbe voluto il Real Madrid, ma il nostro, simbolo del ribellismo anni Settanta e del pensiero socialista applicato al calcio, non ne volle sapere e scelse la Catalogna, restituendo al Barça non solo uno storico scudetto, dopo ben tredici anni di astinenza, ma anche un posto nel mondo, al termine dell’egemonia blanca sotto l’egida di Bernabéu.
Poteva, tuttavia, uno così limitarsi al pallone? Certo che no, e allora si tolse anche lo sfizio di mettere al figlio un nome vietato dal franchismo: Jordi, un segno di sfida, un attacco frontale alla predicazione nazionalista del Generalissimo, un cambio di regime, in una Spagna che ancora metteva al bando il basco e il catalano (tranne che allo stadio, involontaria zona franca), che precedette e, di fatto, accompagnò la morte del dittatore, la transizione e il ritorno del paese alla democrazia.
E da allenatore? Quattro scudetti di fila e una Coppa dei Campioni, vinta nel ’92 ad Amsterdam contro la Samp di Boškov e dei gemelli del gol Mancini e Vialli, ma, più che mai, il consolidamento di uno stile e di un modo di essere che avrebbero rappresentato uno spartiacque nella storia del calcio: questo è stato il suo bilancio. In Catalogna, come nell’intero panorama calcistico, infatti, abbiamo assistito a un prima e un dopo. Perché Cruijff non si è limitato a predicare bene e a farsi vate del giochismo: ha anche accompagnato il suo guevarismo milionario con successi a ripetizione, eccezion fatta per la battuta d’arresto accusata nella finale di Coppa dei Campioni del ’94, ad Atene, contro il Milan di Capello, nella notte in cui i rossoneri salirono per la quinta volta sul tetto d’Europa e Berlusconi ottenne la fiducia al suo primo governo.

Tutt’oggi fatichiamo a capire come possa, un personaggio del suo calibro, aver sottovalutato così clamorosamente un avversario di quel livello: con ogni probabilità, dev’essergli stata fatale la sua proverbiale presunzione.
Per il resto, tutto il catalanismo del trentennio successivo è farina del suo sacco. Olandese, difatti, era Frank Rijkaard, faro del Milan di Sacchi e mentore di Ronaldinho prima e Messi poi, olandesi erano i vari Zenden, Cocu, Reitziger e Kluivert, olandese era Luis Van Gaal: una scuola, dunque, una dinastia e un modo di vivere. Poi, però, venne il momento di cambiare e fu così che nel 2008 il consulente Cruijff convinse un giovane avvocato da poco divenuto presidente, Joan Laporta, a dare fiducia a un tecnico alle prime armi di nome Pep Guardiola, apostolo del pensiero del Maestro in campo e suo degno erede in panchina.
Fu così che si affermò la stella di Messi, che Xavi e Iniesta dettarono i ritmi del gioco per un decennio, che la bacheca blaugrana si riempì di trofei come mai era accaduto in precedenza e che il mito diventò leggenda. Infine tutto si concluse, tragicamente, per colpa di troppe sigarette, di troppo stress e di una favola che non poteva essere, oltre che unica, anche longeva. Johan Crujiff se ne andò il 24 marzo 2016 a soli sessantotto anni, lasciando dietro di sé un vuoto incolmabile dietro e un’eredità è talmente grande che dura tuttora e, probabilmente, non finirà mai.

Non a caso, il Barcellona è Cruijff anche oggi che a guidarlo è un tedesco, che il suo dominus è un fenomeno spagnolo appena maggiorenne, che il catalanismo indipendentista di cui lo stesso Guardiola e ancor più Piqué sono stati icone si è attenuato, che forse non è più “Més que un club” e che si è un po’ normalizzato, un po’ imborghesito, un po’ adattato alla realtà contemporanea e leggermente ridimensionato per via di una crisi economica epocale. Basta, infatti, dare un’occhiata ai talenti che la Masia continua a sfornare per rendersi conto che l’ispirazione del Divino Johan è più viva che mai e che dove non arriva il portafoglio, arriva il genio, la magia fatta in casa, la bellezza a chilometro zero, la fantasia allenata giocando tutti allo stesso modo fin da ragazzini, la solidarietà, la comunità, lo stare insieme. In sintesi, basta dire Cruijff e tutto torna.
Dieci anni di solitudine e uno sguardo, sornione, che ci scruta da lassù.

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