C’è un’iconografia secolare che veglia su questa mostra senza che nessuno l’abbia esplicitamente convocata. La Madonna della Misericordia — tema diffuso nell’arte veneziana dal Trecento in avanti — apre il suo mantello per raccogliervi sotto i fedeli, i fragili, i superstiti, come si può vedere nei bassorilievi in prossimità della vicina Scuola Grande della Misericordia. Alex Belli fa qualcosa di analogo con le sue dive: le raccoglie, le protegge, le restituisce al mondo dentro box di plastica termo-trattata che, per effetto della superficie ondulata, rendono l’immagine quasi liquida, come sospesa tra il visibile e il ricordo. Non è una coincidenza geografica che la mostra si tenga in Fondamenta della Misericordia: è una risonanza. Ma dove il mantelloraccoglieva una comunità di fedeli dentro uno spazio sacro, qui la raccolta è laica e mediatica: un pantheon di icone femminili la cui sacralità è interamente prodotta dal dispositivo della visibilità — dalla macchina che trasforma una presenza in simbolo e il simbolo in circolazione autonoma. La domanda che la mostra porta con sé, anche senza volerlo dichiarare, è se queste figure vengano celebrate o esposte. Probabilmente entrambe le cose. E non è detto che si escludano.
The Materials Collection – Le Dive attraversa quattro universi femminili — attrici, modelle, cantanti, donne iconiche nel tempo — senza gerarchie e senza nostalgie compiacenti. Le figure che popolano il percorso hanno in comune non tanto la fama quanto la capacità di aver trasformato il proprio tempo, di aver imposto una presenza simbolica che continua ad agire ben oltre i confini della biografia. Sono forze, non fantasmi. E Belli le tratta come tali.
Il primo elemento che colpisce entrando nello spazio espositivo è l’aggressività cromatica. I colori gridano: non suggeriscono, non evocano in sordina, impongono. In un contesto come Venezia — città di velature, di riflessi, di luce filtrata e diffusa — questi colori che si accendono come segnali stradali costituiscono un atto di rottura deliberato. Le dive scelte da Belli non sono mai state discrete: hanno occupato lo spazio visivo, sonoro, culturale con una volontà di presenza che l’artista traduce in saturazione cromatica. La tecnica — serigrafia integrata con interventi pittorici su superfici materiche, poi racchiusa in box di plastica che alterano la percezione e rendono l’immagine vibrante, quasi instabile — non corregge il ritratto pop ma lo destabilizza. C’è qualcosa di cinematografico in questo effetto, una diva sul punto di uscire dalla propria cornice, e qualcosa di malinconico insieme: la stessa liquidità che suggerisce vita ricorda che le immagini sono anche memorie che si sfocano.

La mostra, curata da Fabio Facchinetti, affianca al visivo un paesaggio sonoro e una fragranza olfattiva che accompagnano il visitatore da un’opera all’altra. Il tentativo — storicamente fondato nel teatro e nell’opera — è fare dell’arte un ambiente piuttosto che un oggetto. Funziona nella misura in cui non sovraccarica: i livelli sensoriali restano distinguibili, non collassano in un unico impasto emozionale, e lasciano al visitatore la possibilità di scegliere dove posarsi. Non si osserva: si attraversa.
Alex Belli porta a questa operazione una doppia formazione: quella dell’artista visivo attento all’icona culturale nella tradizione della pop art italiana, e quella di chi ha costruito la propria immagine pubblica attraverso gli stessi meccanismi che la mostra mette in scena. Non è una convergenza innocente. Belli conosce dall’interno il dispositivo della visibilità — il modo in cui un’immagine si fa persona, la persona si trasforma in simbolo e il simbolo comincia a circolare autonomamente dal suo referente. Questa familiarità non produce distanza critica, ma introduce nel progetto una tensione produttiva: l’artista guarda le sue dive da una posizione di prossimità che sa di complicità. Il rischio è che la consapevolezza del meccanismo non basti a tenersi fuori dall’effetto che produce.
Qualcosa nel trattamento delle immagini — quella liquidità instabile, quel colore che urla invece di sedurre, quella plastica che non protegge del tutto — suggerisce però che l’omaggio non sia del tutto a suo agio con sé stesso. Come se Belli sapesse che fissare un’icona significa anche esporla: alla luce, all’usura, allo sguardo che deforma mentre guarda. L’ammirazione non esclude l’anatomia. E certi ritratti, a guardarli a lungo, sembrano cominciare a restituire lo sguardo.
Venezia non è una sede neutra. La città ha ospitato per secoli la stratificazione di icone — religiose, politiche, artistiche — e sa riconoscere in un’immagine la differenza tra decorazione e durata. Le dive di Belli aspirano alla seconda categoria: non fotografarle, ma fissarle. Non ricordarle: tenerle ostinatamente presenti.

Alex Belli alla galleria M.A.C. Lab. in Fondamenta della Misericordia,
fino al 30 giugno

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1 commento
Articolo e impaginazione …very very nice
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