Nella storia di una città ci sono momenti in cui il problema non è più capire che cosa sta accadendo, ma comprendere perché, pur sapendolo, non si faccia nulla.
Venezia appartiene a questa categoria di luoghi nei quali l’avvertimento è arrivato molto prima della crisi evidente. Da decenni abitanti, studiosi, urbanisti e osservatori segnalano la stessa trasformazione: il centro storico perde residenti, le abitazioni vengono progressivamente sottratte all’uso abitativo per essere destinate all’ospitalità temporanea, i servizi quotidiani diminuiscono, gli spazi pubblici vengono adattati sempre più alle esigenze del visitatore e sempre meno a quelle di chi vi abita.
I dati demografici raccontano una tendenza lunga e ininterrotta. Negli anni Settanta il centro storico contava oltre centomila residenti; nel 2005 erano già scesi a 62.000. All’inizio del 2026 sono 47.652: 780 in meno rispetto a un anno prima, 1.516 in meno rispetto a due anni fa. Non è una crisi improvvisa, ma un processo lento, visibile, documentato, mai una volta interrotto.
Nello stesso spazio urbano, ogni giorno, si concentra una presenza media di 223.000 persone. È un assalto quotidiano: quasi cinque volte i residenti, sulla stessa superficie di calli e campi pensati per una città che non esiste più.
Il futuro era già contenuto nei segni del presente. Eppure quegli avvertimenti non sono stati ascoltati.
La figura di Cassandra rappresenta una delle immagini più antiche dell’avvertimento ignorato. La profetessa troiana vede la catastrofe imminente, ma nessuno vuole credere alle sue parole. Il suo dramma non è l’errore: è la verità priva di efficacia.
Venezia non ha avuto una sola Cassandra, ma molte. Le loro voci non annunciavano un destino misterioso: indicavano conseguenze prevedibili. Una città fragile, sottoposta a una pressione turistica crescente e privata progressivamente della propria popolazione residente, avrebbe inevitabilmente modificato la propria struttura sociale.
Il filosofo Santiago Zabala ha recentemente insistito su questa forma particolare di cecità: non l’assenza di conoscenza, ma l’incapacità di trasformarla in decisione. La sua riflessione nasce proprio da questa domanda: perché non ascoltiamo i segnali che abbiamo davanti agli occhi? Il problema non è sempre la mancanza di conoscenza. Spesso è l’incapacità di trasformare la conoscenza in decisione politica.
Cambiare modello turistico avrebbe significato introdurre limiti, regole, priorità diverse. Avrebbe significato riconoscere che una crescita senza misura può trasformarsi nel proprio contrario. Il presente, però, resiste quasi sempre al sacrificio richiesto dal futuro.

Per comprendere la trasformazione di Venezia è utile richiamare la diagnosi di Pier Paolo Pasolini sulla mutazione antropologica prodotta dalla società dei consumi.
Pasolini non descriveva soltanto un cambiamento economico. La sua tesi riguardava una trasformazione più profonda: il consumo non modifica soltanto ciò che possediamo, ma anche il nostro modo di desiderare, immaginare e abitare il mondo.
Applicando questa intuizione alla Venezia contemporanea, il turismo di massa appare non soltanto come un fenomeno quantitativo, ma come una trasformazione culturale. Il rischio è che la città venga progressivamente adattata allo sguardo di chi la consuma. Non più luogo complesso, abitato, contraddittorio, ma immagine immediatamente disponibile.
Il turista non è il problema. Il problema è una logica sociale nella quale ogni luogo tende a diventare un prodotto e ogni esperienza una merce. La città diventa ciò che viene venduto.
Anche la riflessione di Georg Simmel sulla vita metropolitana aiuta a comprendere il fenomeno. Nel suo celebre saggio sulla metropoli, Simmel osservava come l’individuo moderno fosse sottoposto a un continuo bombardamento di stimoli e sviluppasse, per difendersi, una forma di distanza e di indifferenza.
Venezia vive oggi una condizione paradossale: non è una metropoli per dimensione, ma lo è diventata per intensità degli stimoli. È una sorta di condizione simmeliana rovesciata: non è soltanto l’abitante a essere sottoposto alla pressione della modernità, ma è la città stessa — con i suoi 223.000 presenti quotidiani — a essere attraversata da una successione continua di impressioni, immagini, consumi rapidi.

Il visitatore rischia di incontrare Venezia come una sequenza di punti fotografabili più che come un ambiente nel quale sostare, comprendere e costruire una relazione. L’eccesso di presenza può produrre una forma di assenza. Troppi visitatori possono significare, paradossalmente, meno città.
Walter Benjamin ha mostrato come la modernità possa trasformare l’esperienza dei luoghi in consumo di immagini, indebolendo quella relazione irripetibile tra memoria, storia e percezione che definiva l’aura.
Una città storica non è soltanto un insieme di monumenti. È una stratificazione di tempi, pratiche, relazioni umane. Venezia non è importante soltanto perché è bella da fotografare. È importante perché rappresenta una forma unica di rapporto tra acqua, architettura, lavoro umano e storia.
Quando questa complessità viene ridotta a immagine, qualcosa si perde. La città resta fisicamente presente, ma l’esperienza che la costituiva lentamente si indebolisce.
Il caso veneziano può essere letto anche attraverso il concetto di “tragedia dei beni comuni” elaborato da Garrett Hardin. Pur con i limiti di questo modello, molto discusso dagli studiosi della gestione collettiva delle risorse, l’idea centrale resta utile: comportamenti individualmente razionali possono produrre un danno collettivo.
Ogni visitatore, preso singolarmente, compie un gesto comprensibile: vuole vedere una città unica al mondo, conoscerla, attraversarla. Ma la somma di quei gesti produce, ogni giorno, 223.000 presenze contro 47.652 residenti — una pressione che modifica il bene stesso che tutti desiderano incontrare.
Venezia è un bene comune mondiale. Proprio per questo la sua tutela richiede regole condivise. Il paradosso è evidente: ciò che rende Venezia desiderabile è ciò che rischia di consumarla.
Davanti a questi numeri emerge spesso una risposta: non si può fare nulla. Il turismo è globale, la domanda è enorme, la crescita economica deve continuare. Ma definire un fenomeno inevitabile significa spesso sottrarlo alla politica. Le città non sono fenomeni naturali: sono il risultato di scelte. Anche non scegliere è una scelta.
Per anni le amministrazioni che si sono succedute hanno privilegiato prevalentemente una logica di valorizzazione economica dei flussi turistici, senza riuscire a invertire la tendenza demografica: la curva che va da 100.000 a 62.000 a 47.652 residenti in cinquant’anni è la registrazione più fedele di questa scelta.
È qui che emerge il paradosso di un possibile Thanatos urbano: una pulsione autodistruttiva non nel senso psicologico individuale, ma come incapacità collettiva di porre limiti a un processo che rischia di consumare ciò che si dovrebbe custodire.
Ma una città non è un’azienda. Il suo valore non coincide con il numero dei suoi consumatori, né con la quantità di denaro che riesce a generare nel breve periodo. Governare significa anche proteggere ciò che non produce immediatamente profitto: la residenza, le relazioni sociali, la memoria, la possibilità stessa di abitare.
La tragedia di Venezia sta forse proprio qui: non è minacciata dalla mancanza di interesse, ma dall’eccesso di interesse. Una città può morire non soltanto per abbandono, povertà o declino economico. Può morire anche per sovrabbondanza, quando ciò che la rende famosa finisce per distruggere le condizioni della sua esistenza. Il successo può diventare una forma di fallimento.
Gli avvertimenti c’erano. Come insegna Cassandra, il problema più difficile non è riconoscere la catastrofe quando arriva. È avere il coraggio di cambiare quando è ancora possibile evitarla.

Immagine di copertina: Manifestazione contro il ritorno del turismo di massa in città: i manifestanti hanno occupato la fondamenta delle Zattere, nei pressi della Marittima, srotolando uno striscione con slogan di protesta lungo 300 metri e visibile dall’isola della Giudecca. 13 giugno 2020 (© Andrea Merola)

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