Madri e mogli che si rifiutano di sapere

Un coraggioso articolo su Haaretz di Amira Haas denuncia l’omertà che copre le azioni violente di coloni e soldati.
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Repetita iuvantTra tutti i giornalisti, non solo israeliani, che in questi decenni hanno raccontato la tragedia palestinese, Amira Hass, storica firma di Haaretz, è la più coraggiosa, capace. La più brava. Amira Hass la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, con tanto da minacce di morte, da parte della destra messianica e dei coloni pogromisti.

Hass non si è mai lasciata intimorire. E continua a scrivere, raccontare, documentare sul campo la tragedia palestinese e la deriva disumanizzante di un pezzo d’Israele. 

Tra tutti i giornalisti, non solo israeliani, che in questi decenni hanno raccontato la tragedia palestinese, Amira Hass, storica firma di Haaretz, è la più coraggiosa, capace. La più brava. Amira Hass la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, con tanto da minacce di morte, da parte della destra messianica e dei coloni pogromisti.

Hass non addolcisce la realtà, non cerca bersagli di comodo. Non si erge a giudice ma, raccontando ciò a cui assiste dal campo, che vede di persona, mette ogni israeliano davanti allo specchio, di fronte alla propria coscienza. Perché “Dietro ogni israeliano che bombarda e incendia c’è una madre o una moglie che si rifiuta di sapere”.

Il virgolettato è il titolo del suo recente j’accuse apparso su Haaretz.

Scrive Hass:

Ogni ragazzo di montagna e ogni uomo adulto con le trecce che gli ricadono sui lati e i tzitzit, che picchia un anziano con un bastone, dà fuoco a un campo coltivato e si lancia con un fuoristrada in mezzo a una mandria, ha una madre.
Ogni pilota anonimo o operatore di droni che uccide un’intera famiglia con un solo attacco, recidendo nel contempo la mano o la gamba di un neonato, e ogni genio dell’Unità 8200 che incrocia informazioni di intelligence, algoritmi e dati meteorologici – ognuno di loro ha anch’egli una madre e, superata una certa età, una moglie.
Che si tratti delle milizie armate che fanno capo al Consiglio degli insediamenti di Yesha o della forza aerea israeliana, ogni soldato o bambino-soldato svolge un ruolo importante nella graduale attuazione del ‘Oiano decisivo” di Bezalel Smotrich per soggiogare i palestinesi. Espulsione e lutto sull’altare di sempre più zolle di terra.

Nel raccontare questo progressivo processo di disumanizzazione, prosegue Hass,

Non dobbiamo, quindi, trascurare il contributo storico delle madri e delle mogli solidali e orgogliose – quelle che incitano, quelle che tacciono, quelle che distolgono lo sguardo, quelle che non chiedono né vogliono sapere.
Che la moglie e la madre si copra il capo con un foulard e venda vino di nicchia, che viva in un kibbutz o che lavori come psicologa – lei è il vento che spinge alle spalle i suoi figli, suo marito e i suoi nipoti.
Le fotografie e i video continuano ad arrivare. Senza sosta. In diretta, o il giorno dopo. Qualsiasi donna che lo desideri può guardare il video di un neonato vittima di un bombardamento avvolto in una coperta, mentre sua madre gli dice addio tra lacrime amare; una moschea incendiata  con una minacciosa iscrizione in ebraico sul muro;   una famiglia che carica i propri averi e lascia una collina, dove il giorno dopo il figlio o il nipote di un’altra donna, con la kippah, verrà fotografato mentre sorride; un’altra famiglia in una tenda calda come una serra, infestata da ratti e cimici, in un quartiere che i mariti hanno raso al suolo un anno fa; persone che si disperdono in ogni direzione mentre un drone sgancia altro metallo esplosivo su un accampamento di tende.
Forse è stato il nipote – quello che ha sempre amato i videogiochi – a premere il pulsante; forse è tra i giovani che hanno rotto il finestrino di un’auto durante il sacro Shabbat o l’uomo adulto che ha aperto la valvola di un serbatoio per far defluire l’unica riserva d’acqua di cui disponeva un pastore.
Forse è il figlio adorabile, il nipote birichino o il simpatico vicino che, l’8 e il 13 luglio, ha tagliato i cavi elettrici di diverse abitazioni e una conduttura dell’acqua che riforniva otto famiglie nel villaggio di Qusra, nella Cisgiordania settentrionale. Niente di grave: l’erogazione è stata interrotta una volta per 15 ore e un’altra volta per otto. Nel vicino villaggio di Qabalan, i coloni, sostenuti dall’esercito, hanno impedito agli operai comunali di installare infrastrutture elettriche e hanno sradicato tre pali della luce appena posizionati”.

E ancora:

Forse sono stati i loro figli a uccidere un’intera famiglia dall’alto, il 18 luglio, nel quartiere di al-Nasser a Gaza City: i genitori, Adham e Marwa Nasman, e i loro figli Arwa, 8 anni; Ibrahim, 15; e Yahya, 17.
Tutto è legale e proporzionato, dirà loro il procuratore generale militare. E lo stesso si dirà dei missili lanciati da un elicottero che, il 15 luglio, hanno sterminato Omar e Asmaa Abu Qassem e la loro figlia di 6 anni, Habeeba, nella loro casa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza. Il loro figlio di 3 anni, Sami, è stato estratto vivo dalle macerie, con ustioni e altre ferite.
Se ci sono mogli e madri che vogliono ancora sapere, esiste un gruppo WhatsApp israeliano chiamato «Aggiornamenti da Gaza». Maya Rosenfeld, una sociologa che studia la società palestinese, compila regolarmente elenchi agghiaccianti e di difficile lettura dei morti e dei feriti degli ultimi giorni: adulti, adolescenti, donne e neonati. «Quasi ogni giorno, persone gravemente ferite in attacchi precedenti muoiono a causa delle ferite riportate. Un uomo ferito la scorsa settimana, ad esempio, è morto due giorni dopo», afferma, sottolineando che i principali strumenti di morte delle Idf sono droni di ogni tipo – droni di sorveglianza, droni d’attacco e droni suicidi che colpiscono 24 ore su 24, quasi senza sosta”.

Amira Hass dà un volto, un nome, una storia alle vittime di una violenza di Stato. Non sono numeri, statistiche, anche se numeri e statistiche servono a dare la dimensione, agghiacciante, di un fenomeno.

Rimarca in proposito Hass:

Anche le statistiche sono a portata di clic. Secondo un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari – che conta ogni attacco che causi danni a persone, proprietà, bestiame o raccolti – dall’inizio dell’anno fino al 13 luglio i coloni hanno ferito 689 palestinesi in Cisgiordania in centinaia di attacchi, la maggior parte dei quali non è mai stata riportata dai media israeliani.
Il rapporto rileva che la percentuale di feriti legati agli attacchi dei coloni è in aumento, raggiungendo circa il 55 per cento di tutti i feriti palestinesi in Cisgiordania quest’anno. Nell’intero anno scorso, i coloni hanno ferito 832 palestinesi. Quest’anno, probabilmente stabiliranno un altro record.
In circa 10 mesi di “cessate il fuoco” a Gaza, gli amati figli e mariti hanno ucciso 1.123 palestinesi e ne hanno feriti 3.616. I morti viventi sono ammassati in circa il 30 per cento della Striscia di Gaza – circa 120 chilometri quadrati (46 miglia quadrate).
E dall’inizio dell’anno, sono stati registrati 1.260 attacchi dei coloni contro palestinesi che hanno causato feriti in circa 250 comunità della Cisgiordania. Sei al giorno, in media. L’ONU non dispone del personale necessario per contare e documentare le incursioni, le vessazioni e gli abusi che non lasciano segni fisici.
Il consueto cocktail di attacchi e minacce da parte dei coloni ha costretto la scorsa settimana un’intera comunità beduina ad abbandonare Jabal al-Aqra, nel nord della Cisgiordania – la loro casa da 70 anni. È la 47ª comunità costretta ad abbandonare la propria terra dal gennaio 2023 a causa del terrore israeliano, che ha una madre devota e una moglie amorevole”.

Così Hamira Hass. Non so a voi, ma a chi scrive le annotazioni della grande reporter israeliana, hanno riportato alla mente le parole di una indimenticabile composizione – La canzone del Maggio – di Fabrizio De Andrè: “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. 

Immagine di copertina: Guidati dal ministro Ben Gvir migliaia di coloni irrompoono nell’area della moschea di Al Aqsa

Madri e mogli che si rifiutano di sapere ultima modifica: 2026-07-24T16:26:16+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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2 commenti

Mariella Pasinati 26 Luglio 2026 a 20:02

Umberto De Giovannangeli ha il merito di riproporre al pubblico italiano la voce autorevole e coraggiosa di Amira Hass, una delle più lucide testimoni della tragedia palestinese. La sua denuncia della violenza dello Stato israeliano e della progressiva disumanizzazione della società israeliana è tanto necessaria quanto difficile da ascoltare. Proprio per questo, tuttavia, merita di essere discussa criticamente, soprattutto là dove individua nelle madri e nelle mogli il punto decisivo della corresponsabilità.
E’ proprio qui infatti che si apre una domanda: perché la riflessione sulla responsabilità collettiva prende la forma di un’accusa rivolta anzitutto alle donne? Perché sono le madri e le mogli a essere chiamate in causa come quelle che incitano, tacciono, distolgono lo sguardo o rifiutano di sapere, mentre i padri sembrano dissolversi sullo sfondo?
Naturalmente nessuna può sostenere che le donne siano estranee alle responsabilità morali e politiche della società in cui vivono. Ma è un’altra la questione. Attribuire alle madri un ruolo così decisivo significa continuare a considerare le donne come il luogo privilegiato della formazione etica degli uomini. Come se spettasse a loro impedire che i figli diventino carnefici e che i mariti si trasformino in esecutori della violenza.
Questa impostazione non rischia di riprodurre proprio quella divisione dei ruoli che si vorrebbe mettere in discussione? Agli uomini vengono lasciati il potere, le armi, la guerra, le decisioni; alle donne viene attribuita la responsabilità di umanizzare gli uomini, e quindi, in ultima analisi, anche quella del loro fallimento.
La domanda dovrebbe forse essere rovesciata. Se quei giovani diventano coloni violenti, se quei piloti bombardano, se quei comandanti impartiscono ordini, che cosa hanno trasmesso i loro padri? Quale idea dell’autorità, della forza, dell’identità nazionale e del rapporto con l’altro passa attraverso la genealogia maschile? Perché questa responsabilità sembra scomparire dal quadro?
Il rischio è che, pur denunciando con forza la violenza patriarcale, si finisca inconsapevolmente per confermare un’antica aspettativa: quando il mondo precipita nella violenza, sono ancora le donne a doverne rispondere, perché non hanno educato abbastanza, non hanno visto abbastanza, non hanno protestato abbastanza.
Forse la denuncia di Hass sarebbe ancora più radicale se chiamasse in causa, con la stessa intensità, la responsabilità dei padri. Non per distribuire simmetricamente le colpe, ma perché la cultura della guerra non nasce soltanto dal silenzio di chi assiste: nasce anche, e soprattutto, dai modelli maschili di potere, di appartenenza e di violenza che continuano a trasmettersi da una generazione all’altra.
È qui che la riflessione potrebbe fare un passo ulteriore: non chiedere ancora una volta alle donne di salvare gli uomini da se stessi, ma interrogare finalmente gli uomini sulla responsabilità di ciò che insegnano ai propri figli e di ciò che scelgono di essere.

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Umberto De Giovannangeli 27 Luglio 2026 a 16:13

Le sue considerazioni sono più che pertinenti. Ma quello che ho ripreso è uno dei diversi squarci di luce che col suo lavoro Amira Hass ha da anni aperto sullo “Regno dei coloni” instaurato con una violenza legalizzata dai coloni israeliani, col sostegno attivo dell’esercito d’Israele, in Cisgiordania. Un esercizio “maschile” nel senso più “muscolare” e prevaricatore del concetto, che Hass ha raccontato in tanti reportage pubblicati da Haaretz e da grandi testate giornalistiche internazionali. Il messaggio che in questo specifico report Hass ha inteso lanciare è che di fronte a questo scempio di vite, alla disumanizzazione dell’altro da sé, non c’è un genere che può dirsi non responsabile.
Il dibattito è aperto. E il suo contributo è davvero stimolante.

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