Hanin Majadli è una palestinese israeliana. Una giornalista palestinese israeliana. E come tale vive una condizione esistenziale pregna di dolore, di rabbia ma anche di determinazione nel raccontare una tragedia che lascerà una ferita indelebile nel tempo. Lo fa su Haaretz, con reportage e analisi che lasciano il segno. Come le sue considerazioni su un fatto simbolicamente sconvolgente avvenuto nei giorni scorsi in Cisgiordania.
“Cerco di non mettere a confronto i periodi storici. Poi Israele assegna dei numeri ai palestinesi”
Scrive Majadli:
Le Forze di Difesa Israeliane hanno condotto questa settimana un’operazione a Qabatiyah, nei pressi di Jenin. Nel corso dell’operazione, ai detenuti palestinesi sono stati apposti dei numeri sulla fronte e sul corpo.
Ciò ricorda certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche una reazione. Secondo quanto riferito, i comandanti hanno chiarito alle truppe la gravità dell’atto e se ne sono tratti insegnamenti.
Si sono tratti insegnamenti. È difficile pensare a una frase più tipicamente israeliana. Da decenni qui si traggono insegnamenti. Dopo che i palestinesi vengono uccisi, si traggono insegnamenti. Dopo che i detenuti subiscono abusi, si traggono insegnamenti. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione, si traggono insegnamenti. Eppure, in qualche modo, gli insegnamenti non vengono mai appresi in tempo per impedire l’incidente successivo. Un brevetto israeliano”.
Non si tratta di un caso isolato.
Rimarca Majadli:
Naturalmente, non è la prima volta che varie cose vengono impresse sui palestinesi. In questo contesto sono già state tratte lezioni, che poi sono state dimenticate. C’era il palestinese sul cui volto una Stella di David era stata ‘involontariamente’ impressa dalla «suola dello stivale di un agente di polizia». Case palestinesi in Cisgiordania sulle quali sono state dipinte con lo spray Stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità scivoliamo verso appelli pubblici a non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.
Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi che mostrano apertamente la propria identità, nei momenti in cui la strada ebraica diventa più violenta, più nazionalista, più vendicativa. Ricordo alcune mie parenti che si toglievano l’hijab durante i viaggi notturni in auto nei periodi di tensione. E anche quando non voglio violare il divieto di «fare paragoni» con altri periodi, Israele arriva e imprime numeri sui palestinesi. Allora, cosa volete che pensiamo? Ancor prima che l’IDF annunciasse che se ne sarebbero tratti insegnamenti, mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se un comandante avesse dato l’ordine, o se fosse stata un’atmosfera generale a suggerire che fosse accettabile numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che ciò evoca? Vogliono che vediamo le immagini e facciamo dei confronti? O forse sono così immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma nemmeno a pensare a come appaia tutto questo? E cosa c’è di peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farlo senza capire affatto cosa comunichi?
A volte penso che ci concentriamo troppo sul dibattito se sia lecito fare paragoni. Forse non c’è affatto bisogno di fare paragoni. «Loro», i cui nomi non pronunceremo, non si sono ripresi mentre facevano saltare in aria case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che allora non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo bloccati nel cercare di trovare precedenti storici invece di guardare a ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi.
Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già a uno stadio in cui è lui a fornire ispirazione. Ecco una serie di video di spettacoli sul genocidio. Un vasto pubblico che non solo non è scioccato, imbarazzato o vergognoso, ma esulta. Media che trasformano la fame in battute raccontate in un dibattito. Politici che competono tra loro su formulazioni di vendetta. Soldati che documentano tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta gradualmente perdendo la capacità di identificare i confini morali fondamentali, non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, una celebrazione festosa

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È stato il sito di Haaretz a diffondere la foto di un palestinese con il numero ”44” scritto in fronte e spiegando che l’esercito israeliano ha confermato che i sospettati interrogati dalle truppe venivano numerati. Le Idf hanno anche dichiarato di aver effettuato raid in 100 edifici a Qabatiyah, in Cisgiordania a sud di Jenin, e di aver arrestato due sospetti che, secondo l’esercito, erano coinvolti nella pianificazione di attentati. Fonti palestinesi e locali hanno però parlato di un numero maggiore di persone arrestate.
Secondo quanto riportato dai fonti locali, alcuni degli arrestati sarebbero stati picchiati dalle forze israeliane. Diversi palestinesi che erano stati fermati per essere interrogati sono stati poi rilasciati con dei numeri scritti con un pennarello sul viso o sul corpo, per identificarli. In un comunicato delle Idf si legge che “i comandanti hanno sottolineato la gravità dell’accaduto”. Il deputato di Ta’al, Ahmad Tibi, ha scritto su X che si tratta di un fatto “scioccante e ripugnante: soldati e ufficiali scrivono numeri di identificazione sulla fronte dei palestinesi a Qabatiyah prima di interrogarli. Ecco come si presenta la disumanizzazione: cancellare la persona e trasformarla in un numero. Un’immagine che ricorda periodi bui e che dovrebbe sconvolgere tutti”.
“Mi è stato assegnato il numero 44”, siamo stati trattati “come se fossimo animali o bestie”, ha confermato Ahmed Al-Hatnawi, palestinese residente a Qabatiyah vicino a Jenin in Cisgiordania, che ha raccontato a radio Al-Shams del suo fermo da parte dei soldati delle Idf. Soldati che gli hanno scritto un numero sulla fronte per identificarlo, ”per umiliarmi”. Lo stesso numero gli è stato scritto con un pennarello anche sul braccio, ha proseguito Al-Hatnawi all’emittente di Nazareth, prima di farlo salire a bordo di una jeep e di trasferirlo in una struttura improvvisata per interrogarlo. “Sono stato interrogato per circa due ore. L’agente di sicurezza mi ha parlato con tono minaccioso”, ha affermato. Al-Hatnawi ha spiegato di aver detto ai soldati israeliani che non stava cercando lo scontro, ma che loro non potevano trasformare i palestinesi in “sacchi da boxe per i coloni”. Le Idf hanno confermato di aver effettuato un raid in 100 edifici a Qabatiyah e di aver arrestato due sospetti che, secondo i militari, erano coinvolti nella pianificazione di attentati.
Non è la prima volta che accade qualcosa di simile tra i soldati israeliani: ad aprile, alcuni militari avevano scritto numeri sulle mani di donne palestinesi che entravano nel campo profughi di Jenin, pratica definita poi dall’Idf come una “cattiva valutazione“.
Sui social circola un video postato dal partito Arab Hadash che mostra una manifestazione davanti alla sede del ministero dell’Interno a Tel Aviv con i dimostranti stesi a terra, sporchi di sangue finto per protestare per le violenze in Cisgiordania e a Gaza. Nel filmato si vedono i manifestanti che indossano magliette con le scritte “Questa è la politica israeliana. Pogrom, pulizia etnica, genocidio e sterminio”. Il sangue finto simboleggia il sangue versato a causa di questa politica, ha dichiarato il partito a maggioranza araba in un comunicato. I partecipanti hanno anche dei numeri scritti sulla fronte, in riferimento all’arresto di alcuni sospetti in Cisgiordania a cui alcuni soldati hanno scritto con il pennarello su braccia e viso.
Quei manifestanti, così come le giornaliste e i giornalisti di Haaretz, testimoniano che c’è un Israele resiliente che non si arrende alla disumanizzazione, marchio d’infamia della destra al governo. L’Israele che s’indigna e si ribella di fronte ad atti che un tempo sciagurato erano propri delle SS e dei lager nazisti.

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