Ho letto Post-umani. Le 7 rivoluzioni dell’intelligenza artificiale di Davide Casaleggio, uscito per Chiarelettere il 19 giugno 2026, con una disposizione probabilmente diversa da quella di molti suoi lettori. Non appartengo al mondo tecnologico, non sono un informatico e non ho costruito la mia formazione intellettuale dentro la cultura dell’innovazione. Per molti anni ho lavorato in fabbrica e una parte decisiva della mia formazione è avvenuta dentro la storia del movimento operaio, quando parlare di lavoro significava inevitabilmente parlare anche di rapporti di forza, emancipazione, sfruttamento, solidarietà, organizzazione collettiva.
Forse per questo il libro di Casaleggio mi ha interessato soprattutto nei punti nei quali mi costringeva a fermarmi. Post-umani non è l’ennesimo manifesto entusiastico sulla meraviglia dell’intelligenza artificiale. Casaleggio sa che ogni promessa tecnologica porta con sé anche una possibilità di esclusione. La sua tesi è più radicale. Non staremmo introducendo semplicemente un nuovo strumento, staremmo assistendo a un cambiamento di stato. L’intelligenza esce dal proprio confinamento biologico, diventa distribuita, ubiqua, potenzialmente continua. Non è più soltanto una facoltà custodita dentro un cranio, comincia ad abitare altrove. È un’immagine potente e anche un’immagine che inquieta, perché quando qualcosa esce dall’uomo bisogna sempre domandarsi che cosa l’uomo conserva.
Casaleggio passa attraverso economia, lavoro, conoscenza, politica, finanza, salute e filosofia seguendo questa trasformazione. Se l’intelligenza può essere riprodotta a costi sempre più bassi e agire a velocità incomparabilmente superiori alla nostra, molte attività che oggi definiamo umane smetteranno progressivamente di avere bisogno dell’uomo. La domanda allora non è più soltanto che cosa saprà fare una macchina, ma che cosa faremo noi quando non sarà più necessario che lo facciamo.

Casaleggio vede una cosa importante. Liberarsi dal lavoro non significa soltanto liberarsi dalla fatica. Quando immagina la fabbrica senza operai, riconosce che chi perde il proprio lavoro può perdere qualcosa che non era contenuto nello stipendio. L’appartenenza, una direzione, persino quel gesto apparentemente insignificante di sapere dove andare ogni mattina. E ogni intermediario cancellato da un algoritmo non era soltanto un costo. Qualche volta era una persona, qualche volta era un rapporto.
Chi ha conosciuto davvero la fabbrica non ha nessun motivo per rimpiangerne la durezza. Sarebbe offensivo trasformarla retrospettivamente in un luogo romantico. Il lavoro è stato fatica, subordinazione, gerarchia, alienazione e talvolta umiliazione. Il movimento operaio è nato precisamente perché quella condizione non aveva niente di poetico. Ma dentro quella durezza gli uomini si sono anche riconosciuti. La fabbrica non produceva soltanto merci, produceva conflitto, coscienza, solidarietà. Obbligava persone che forse non si sarebbero mai scelte a scoprire di condividere una condizione. Da quel riconoscimento sono nati diritti, organizzazione, rappresentanza.
Il Novecento operaio non ha semplicemente chiesto di lavorare meno. Ha tentato di impedire che il lavoratore coincidesse interamente con ciò che produceva. Ed è qui che il futuro descritto da Casaleggio mi costringe a una domanda antica. Di chi saranno le nuove macchine? Una volta la domanda riguardava i capannoni, le presse, i telai, le catene di montaggio. Oggi riguarda algoritmi, dati, infrastrutture cognitive, energia, capacità computazionale. Chi possiede, decide, incassa il valore prodotto? E soprattutto chi ha il potere di dire no?
Casaleggio immagina il lavoratore del futuro come un essere bionico, inserito in una collaborazione permanente con agenti artificiali. La formazione diventa continua, l’intelligenza artificiale una protesi cognitiva, l’impresa una rete di competenze umane e sintetiche. È uno scenario plausibile e per molti aspetti desiderabile. Ma una protesi appartiene a qualcuno e una rete non elimina il potere soltanto perché non assomiglia più a una piramide.

Casaleggio è consapevole del rischio. Scrive che l’intelligenza come servizio potrebbe concentrarsi nelle mani di pochi e arriva a immaginare l’accesso all’AI come un diritto di cittadinanza. Il paragone con la scuola pubblica è forte. Ma la scuola pubblica non si limitò a insegnare ai poveri come utilizzare meglio il sapere prodotto dai ricchi, fu una decisione politica sulla distribuzione di un bene. Allo stesso modo non basterà insegnare a tutti a formulare prompt migliori se le infrastrutture rimarranno nelle mani di pochissimi. Potremo essere bravissimi a interrogare una macchina senza avere alcun potere sulla macchina che interroghiamo. È la vecchia questione del potere che ritorna vestita da futuro.
Anche quando Casaleggio affronta la politica il libro diventa interessante proprio dove rischia di diventare controverso. Se possiamo partecipare in tempo reale, informarci, votare e farci assistere da sistemi capaci di elaborare quantità enormi di dati, perché continuare ad affidare per anni un mandato indivisibile a qualcuno? Non credo che la risposta possa essere semplicemente la difesa nostalgica delle istituzioni esistenti.
Ma nel libro compare una scena che vale più di molte pagine teoriche. Casaleggio immagina una democrazia assistita dall’intelligenza artificiale quasi perfetta. I dati indicano la soluzione migliore, gli errori diminuiscono, le decisioni diventano più rapide e coerenti. Eppure qualcuno sceglie deliberatamente la seconda soluzione, quella meno efficiente. Preferisce un centro culturale a un centro medico perché pensa che il quartiere abbia bisogno di un luogo nel quale le persone possano incontrarsi, litigare, cambiare idea. Un luogo inefficiente, un luogo umano.

Forse il problema comincia proprio quando l’efficienza diventa tanto convincente da non avere più bisogno di giustificarsi. Casaleggio stesso stabilisce un confine. Quando sono in gioco dignità, libertà, vita, morte, guerra e diritti fondamentali, nessun algoritmo può assumersi la decisione. Una macchina può indicare ciò che appare più efficiente, non può stabilire ciò che è giusto. Se esiste qualcosa che il calcolo non può decidere, allora l’umano non coincide con la propria capacità cognitiva e non basta costruire una macchina più intelligente per costruire qualcosa di più umano.
Durante la lettura mi è tornato in mente un libro quasi dimenticato. Nel 2007 Pietro Barcellona pubblicò per Città Aperta L’epoca del postumano, una breve lezione magistrale pronunciata in occasione del novantaduesimo compleanno di Pietro Ingrao. Diciannove anni separano quel libro da quello di Casaleggio. Quasi lo stesso titolo, ma due domande molto diverse. Barcellona utilizzava la parola postumano per chiedersi che cosa la trasformazione tecnica, economica e culturale rischiasse di sottrarre all’uomo. Casaleggio la utilizza per chiedersi che cosa l’uomo possa diventare quando l’intelligenza smette di essere soltanto umana.
Non mi interessa decidere quale dei due abbia ragione. Mi interessa quello che è successo nel mezzo. In meno di vent’anni siamo passati dalla paura che la tecnica potesse portarci via qualcosa alla speranza che possa aggiungerci qualcosa, dalla perdita all’estensione, dal limite al potenziamento. Ma una domanda è rimasta lì.
Nel 2005 Pietro Ingrao, durante la festa organizzata all’Auditorium di Roma per i suoi novant’anni, pronunciò alcune parole che avrebbe poi ripreso. Aveva attraversato fascismo, guerra, comunismo italiano, conflitto sociale, Parlamento, sconfitte e speranze del Novecento. Disse che la sua paura non era tanto che gli togliessero il pane e nemmeno la Costituzione. Temeva che gli venisse tolta «questa idea dell’umano» e chiedeva di non permettere che la domanda sull’essere umano venisse cancellata.
Forse è qui che Casaleggio, Barcellona e Ingrao finiscono per sedersi allo stesso tavolo, non per darsi ragione, ma per costringerci a scegliere la domanda giusta. Che cosa intendiamo preservare quando diciamo umano? Non può essere soltanto l’intelligenza, non può essere la velocità e non può essere l’efficienza.
Alcune delle cose più umane che conosco sono terribilmente inefficienti. Prendersi cura di chi non guarirà, tenere la mano a qualcuno che sta morendo, ascoltare una persona che ripete per la decima volta la stessa storia, dare tempo a chi non riuscirà mai a restituircelo, occuparsi di un figlio, di un vecchio, di un disabile, di qualcuno che non produrrà niente. Se mettessimo queste azioni dentro un algoritmo di ottimizzazione, forse molte non supererebbero la prova. Eppure, una società nella quale scomparissero sarebbe enormemente efficiente e insopportabilmente povera.
Il movimento operaio ci ha insegnato, tra molte contraddizioni e molti errori, precisamente questo. Un uomo non vale per ciò che produce. Quella cultura non chiedeva soltanto una quota maggiore della ricchezza creata dal lavoratore. Chiedeva che esistesse una dignità precedente alla produttività. È un’eredità che non considero affatto novecentesca, mi sembra una delle poche cose che dovremmo portare interamente con noi dentro il secolo dell’intelligenza artificiale.
Perché il rischio del futuro non è soltanto che una macchina sappia fare il nostro lavoro. È che noi, affascinati dalla sua capacità di calcolare, prevedere e ottimizzare, cominciamo a utilizzare gli stessi criteri per giudicare gli uomini. A quel punto non sarebbe la macchina a essere diventata umana. Saremmo noi ad aver cominciato a pensare come lei.
È per questo che Post-umani merita di essere letto. Non perché abbia trovato la risposta, ma perché porta molto vicino al punto nel quale non possiamo più evitare la domanda. Diciannove anni fa Pietro Barcellona chiedeva che cosa il postumano avrebbe potuto sottrarre all’uomo. Davide Casaleggio oggi ci chiede che cosa l’uomo possa diventare attraverso la macchina. Tra le due domande io ne aggiungerei una terza. Chi deciderà che cosa dell’uomo possiamo permetterci di perdere?
Non vorrei che a rispondere fossero soltanto coloro che possiedono le macchine e non vorrei nemmeno che fosse una macchina a rispondere per noi. La domanda sull’essere umano di cui parlava Ingrao appartiene ancora alla politica. Forse, nell’epoca descritta da Casaleggio, è diventata la più politica di tutte.
Immagini da Vintage Robots: Revisiting the Early Robots of the 20th Century via Old Photos



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