Tre scrittrici incontrano la musica

Fausta Cialente, Amelia Rosselli e Ingeborg Bachmann, tre grandi autrici unite da biografie cosmopolite e da un legame originario con la musica. La loro scrittura si muove lungo frontiere e geografie diverse, trasformando la ricerca del reale in un'azione corporea capace di scardinare il linguaggio per aprirsi all'utopia.
LAURA GRAZIANO
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È proprio questo – giungere al corpo, toccare il corpo, toccare insomma – quel che continuamente accade nella scrittura […].
(Jean-Luc Nancy`).

Accade nella scrittura come nella lettura, leggere letteratura, che sia prosa o poesia, è entrare in contatto, stabilire uno scambio con dei mondi linguistici sconosciuti e lasciare che questo scambio avvii dei mutamenti. Perché il processo si metta in moto sono però necessari dei testi in grado di attivarlo, di renderlo possibile.

Ingeborg Bachmann ricorda, riprendendo Kafka, che la letteratura deve essere l’ascia che rompe il ghiaccio dentro di noi. Ecco, è da questo sconquasso che l’azione della lettura può generare una trasformazione, una conoscenza diversa, un esito inaspettato dovuto al sovvertimento dell’ordine prevedibile del linguaggio. 

Fausta Cialente, Amelia Rosselli e Ingeborg Bachmann hanno provenienza diversa, diverse sono le loro esistenze, non sono coetanee e non si conoscono, ma nel loro lavoro condividono alcuni tratti essenziali, tutte e tre le scrittrici affrontano il problema dell’invenzione linguistica convinte che la forma della scrittura riesca a riformare, a trasformare il pensiero. E cosa è più corporeo, incarnato, del pensiero?

Evitano ogni banale scrittura a tema, aprono nella lingua degli spazi che prima non esistevano, nel corpo delle reazioni che prima erano sconosciute, nei pensieri la modificazione dello sguardo sull’esistente. E’ una atto di trasformazione, uno scambio forte e permanente quello che ci offrono i loro testi e che richiede dell’attenzione e qualche intuizione. 

L’azione trasformativa dei loro scritti risiede nella loro capacità di arrivare nelle zone di confine, sia reale, sia immaginario, e di rimanere in quella zona estranea, sul limite, di superarlo, di rientrare, in un divenire continuo. Ed è solo qui, sulla frontiera, sul bordo, che i criteri di verità e falsità devono essere stabiliti nuovamente, ci dice Bachmann.

Fausta Cialente vuole descrivere situazioni sociali articolate e caotiche, vite e posizioni di donne molto distanti tra loro, rapporti di forza tra dominanti e dominati, in uno scenario spesso nord africano. E come rappresentare le situazioni mutevoli, il fluire disordinato dei pensieri umani, i venti contrari e sconosciuti? Attraverso una perfetta tenuta formale, una scrittura a maglie strette, mantenendo una forma flessibile e leggera. Le storie corali che Cialente racconta nei suoi romanzi hanno i confini mobili, i suoi protagonisti e protagoniste si spostano, viaggiano, ritornano e il loro essere o senza patria o averne troppe crea conflitti striscianti oltre che incontri. Leggere Cialente e vedere le sue – rare – foto, fa pensare a come una signora molto riservata e con la collana di perle, può essere più rivoluzionaria di chi sbandiera in anticipo il suo spirito di rivolta.  

Fausta Cialente

Cialente – figlia di Elsa Wieselberger e della cultura triestina – lascia l’Italia nel 1923, quando ha 21 anni e si trasferisce ad Alessandria d’Egitto con il marito Enrico Terni. Non sono ragioni politiche quelle che spingono lei e il marito musicista, compositore, agente di cambio, ebreo, a lasciare l’Italia. Ragioni politiche saranno però quelle che le impediranno di tornare in Italia fino al 1946 a guerra finita, dopo aver passato gli anni della Seconda Guerra a collaborare con gli Inglesi aprendo una radio antifascista e a lavorare ininterrottamente per opporsi al Fascismo.

Ha consuetudine con la pluralità linguistica – parlava italiano, inglese, francese, arabo e scriveva in italiano – e i confini mobili. Alessandria d’Egitto, dove vivrà a lungo, era, come Trieste, una città cosmopolita, abitata da molte etnie diverse la cui convivenza era spesso difficile e che l’arrivo negli anni ’30 degli esuli politici rende ancora più problematica.  Scrive: “Mi domando se d’italiano ho solo la lingua. E anche quella per caso. Mi sento straniera dappertutto”. 

La poeta Amelia Rosselli in Italia arriva quando ha 18 anni e va a vivere a Firenze dalla nonna paterna. E’ nata in esilio a Parigi nel 1930 a causa della persecuzione della sua famiglia – suo padre Carlo e suo zio Nello saranno poi uccisi per ordine di Mussolini – e di paese in paese approderà con la famiglia superstite negli USA, per rientrare in Europa, in Inghilterra, nel 1946.

Dirà più volte che lei e i suoi familiari non erano dei borghesi cosmopoliti, ma dei profughi, figli della Seconda guerra mondiale. Aggiungiamo: figli della Seconda guerra e delle sue continue persecuzioni. Chi non ha sperimentato la fuga, ha spesso un’immagine vaga o mitica dell’ “essere in fuga”.

Amelia Rosselli

Scrive Rosselli:

Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione/fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti/ e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. / Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa / nell’Ovest ove niente per ora cresce.

I suoi versi straordinari creano dei continui vortici di senso, che nascono da pensieri contrastanti, opposti, dal linguaggio del pathos saldato a quello prosaico.

Le immagini scintillano per l’attrito e creano schegge di conoscenza fulminea e nuova. Un significato chiaro, cristallino si rovescia in uno oscuro.

Sperava Rosselli che dal suo disordine distruttore e creatore, nascesse un nuovo ordine, che forme metriche precise spiegassero il mondo in modo nitido. Per capire il ritmo ipnotico e martellante dei suoi testi bisogna sentire le poesie lette dalla voce di Rosselli stessa. I suoi versi nascono sicuramente da una zona di confine, da una posizione estrema, da un confine che è anche mentale, una condizione mentale liminale. Del resto il luogo liminare è tradizionalmente quello degli espulsi, di chi volontariamente si mette all’“inverso del potere”. Le prime poesie sono testi plurilingui che ricordano le sperimentazioni delle avanguardie della prima metà del Novecento, ma non sono il frutto di una faticosa ricerca, quanto la trascrizione di sue folgorazioni verbali e dei suoi continui passaggi tra poli opposti.

La ripetizione sempre più veloce, il ritmo percussivo creano una tenuta verbale compatta, il tessuto si stringe fino a non lasciare più nessuno spazio, apertura, possibilità tra una parola e l’altra. Una poesia straordinaria e forclusa.

Ingeborg Bachmann in un grafitti di Jef Aerosol, Museo Robert Musil Museum, Klagenfurt

L’austriaca Ingeborg Bachmann, nata a Klagenfurt, una delle maggiori scrittrici europee del secondo ‘900, arriva in Italia nel 1953, lasciando Vienna, dove ha studiato, e il suo paese. Non fugge perché inseguita – forse l’unica inseguitrice di Bachmann è lei medesima – ma le sue amiche ed amici ebrei le avevano aperto gli occhi sul trauma storico della fine di milioni di loro. Bachmann sceglie il suo altrove in Italia, a Roma.

Come per Cialente e Rosselli, anche per Bachmann esistenza, storia e scrittura si saldano l’una all’altra e il senso delle loro opere nasce dalla fusione di questi processi.

Nella quinta e ultima lezione tenuta a Francoforte nel 1959-60, Bachmann dice: “Letteratura come utopia – lo scrittore come esistenza utopica – i presupposti utopici delle opere…..” e ricorda Rosselli quando sostiene che non è sperimentale la poesia, è sperimentale la vita. Tornando a Bachmann, per lei la letteratura è il luogo dell’Utopia, del Possibile, dell’ Aperto. È questa l’idea che mette in opera nei suoi testi, in quelli in prosa è ancora più evidente, l’invenzione e la ricerca linguistica producono una scrittura che è un processo linguistico in atto. Ci mette difronte a testi di cui vediamo il farsi, la ricerca di ritmi e parole. Ma la sua estenuante ricerca sul linguaggio e l’attenzione verso il ritmo interno della lingua, non si lega allo sperimentalismo della neoavanguardia di quel periodo. Il fine della scrittura per Bachmann non è la lingua, ma la realtà. Realtà che è mutevole, difficilmente afferrabile e può essere un inferno. Da qui l’idea di una letteratura come utopia, come ricerca del luogo utopico della realtà. La letteratura è per Bachmann l’esperienza ossimorica di una realtà che oscilla tra il qui dei nostri corpi e l’utopia di una speranza di felicità a venire, che dà senso alla realtà. 

Bachmann, come Rosselli e Cialente, ha un rapporto stretto con la musica, inizialmente voleva studiare composizione. Rosselli è una organista con studi di composizione alla mitica scuola di Darmstadt. Cialente è una pianista con rapporti costanti con compositori e musicisti. Ciascuna di loro ha un rapporto personale e intenso con il mondo musicale ed è interessante osservare che quando le tre scrittrici, non ancora tali, tentano un linguaggio più universale, come quello musicale, nel tempo lo abbandonano. Forse perché l’incessante ricerca dell’esperienza del reale ha bisogno di parole che siano il più possibile precise, corrispondenti. 

Nella lingua i nessi sono codificati a priori e questo ci fa pensare a una certa precisione, anche se la precisione della lingua è un’esperienza che fa solo il mondo autistico. Tutti gli altri si devono accontentare del sufficientemente corrispondente.

La Fondazione Archivio Luigi Nono in questi mesi ospita esperte ed esperti che esplorano i legami delle tre scrittrici con la musica.

Tre scrittrici incontrano la musica ultima modifica: 2026-09-14T19:49:14+02:00 da LAURA GRAZIANO
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