Sono passati sette giorni dalla vittoria del NO.
L’entusiasmo per il risultato subisce un calo fisiologico nelle forze del centrosinistra uscite vittoriose dalla competizione, che ora si ritrovano di fronte ai problemi aperti nella coalizione. Il leader del Movimento 5 Stelle, Conte, non ha perso un minuto a rimettere sul piatto il suo terreno preferito: le primarie, quando ancora non si era fatta una minima analisi del voto. “E gli sventurati (o sventati) risposero”, avrebbe detto Manzoni.
Sarebbe un grave errore tornare, senza riflettere, ai problemi di potere entro la coalizione, senza comprendere e decidere come presentarsi al voto.
Molto ha da insegnare questo referendum, in cui linee politiche generali e problemi specifici della magistratura si sono fortemente connessi.

Punto primo
L’opposizione vincitrice non può considerare l’argomento del referendum — la separazione delle carriere — chiuso e sepolto. Il SÌ aveva un unico argomento forte: se si perde questa occasione per introdurre modifiche nell’organizzazione della magistratura, ci vorranno decenni perché il tema sia affrontato di nuovo. La separazione delle carriere va fatta, con calma, ma va fatta.
Dico questo in nome del largo consenso che quel criterio riscuote (lo stesso PD lo ha condiviso), ma non nascondo che persone autorevoli — ad esempio l’avv. Coppi — sostengano invece che il sistema attuale sia preferibile. Avendolo condiviso, quel principio, il PD dovrebbe agire per realizzarlo, oppure spiegare che, nonostante l’adozione nel 1988 del sistema accusatorio, è preferibile la commistione attuale.

Punto secondo
Il referendum ha insegnato una cosa semplice e chiara: le persone, soprattutto i giovani, vanno a votare per un obiettivo, per una scelta, per un progetto. Non — o sempre meno — per un partito, per la sua storia passata o presente. E nemmeno semplicemente per dei valori, che in bocca a un partito possono essere percepiti come parole vuote.
Hanno votato in massa perché si trattava di prendere posizione tra difendere la magistratura com’è nella Costituzione, o modificarla come vorrebbe il Governo in carica. Questa constatazione non cambia anche se a costoro si aggiungono quelli che hanno votato NO anche, o soprattutto, perché dissentono dall’amico Trump, dalla guerra contro l’Iran, o temono il caro energia. In una parola: per dare un avviso al Governo.
Chi si è dedicato a trattare il tema referendario in pubblici incontri sa bene che, di fronte alla complessità della materia e al rischio percepito per la Costituzione, vi era una diffusa tendenza alla prudenza: a non correre rischi, quindi a votare NO. E, prima di tutto, a mobilitarsi per votare. Sarebbe un errore considerare il voto genericamente politico: il tema, sia pure semplificato, ha contato, eccome.
Questa concretezza va tenuta ben presente dall’opposizione, che a breve deve affrontare una campagna elettorale decisiva. E che ha il difficile compito non solo di formulare un indispensabile programma comune di governo, ma anche di individuare gli obiettivi fondamentali da sottoporre agli elettori.
C’è chi ha detto che il programma della sinistra (o del centrosinistra) c’è già, ed è la Costituzione. Grave errore anche questo, perché la Costituzione contiene — oltre alla previsione di uno Stato parlamentare, democratico e autonomista — un insieme di valori da tutelare e da realizzare, di obiettivi da raggiungere.
Fondamentale quello contenuto nel secondo comma dell’art. 3:
Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Esplicito riconoscimento che le norme, anche costituzionali, non contano se non sono capaci di diventare fatti, di generare fatti.
La Costituzione non dice dunque come quegli obiettivi si raggiungono, con quali azioni concrete e con quali risorse.
Non credo che siano i valori a mancare nei partiti della sinistra (o del centrosinistra); manca, in tutti i partiti italiani, la buona pratica di redigere programmi sufficientemente concreti e specifici da consentire agli elettori di esercitare un’effettiva funzione di indirizzo politico e, successivamente, di controllo.

Due parole sulle primarie
Anzitutto, parlare del metodo per la scelta del candidato premier — soprattutto da parte di una coalizione — prima di aver concordato il programma elettorale, che dovrebbe avere le caratteristiche di cui si è detto, è privo di senso. E sommamente nocivo, perché fa perdere tempo prezioso.
Fatto il primo e fondamentale passo, quando non esiste un criterio che consenta con chiarezza la scelta del candidato premier, le primarie diventano uno strumento da un lato indispensabile, dall’altro positivo, perché massimamente democratico.
Ma non dimentichiamo che, secondo la Costituzione (art. 49), sono i partiti che consentono ai cittadini di concorrere tra loro a determinare la politica nazionale, e lo fanno avendo l’esclusiva della presentazione delle candidature. Rimettere ad altri tale scelta, per poi assumerla come propria, può essere considerato anche una forma di debolezza e di inadeguatezza.

Immagini tratte dall’account FB di FP CGIL Rieti Roma EVA

Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

