Mostra 83. Il giornalismo fa spettacolo

GIUDITTA CAPPONI
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Realizzare film sulla guerra è spettacolarizzazione delle sofferenze altrui? Quanto dovrebbe mostrare il cinema? Il rischio di diventare puro spettacolo è dietro l’angolo? Non è solo una questione artistica, ma riguarda il mondo in cui viviamo e come assorbiamo le notizie e i fatti di cronaca.

I social in questo giocano un ruolo centrale. Le immagini terrificanti, provenienti dai vari conflitti armati in atto si sovrappongono tra loro, diventando una massa informe e poco incisiva. La morte violenta ci fa ancora impressione?

Ecco che quando si assiste a un durissimo documentario come Citizen Osama di Ahmed Hassouna, ci si chiede se non si rischi di trasformare il dramma di Gaza, in uno spettacolo da festival. 

Osama, un videomaker free lance, si aggira per la città in rovina. Non c’è alcuna censura, la morte è presente ovunque, la vita appesa a un filo. Il cibo e il carburante beni rari, le case sempre meno sicure. Sono immagini per documentare quanto sta succedendo nella zona di guerra, ma ormai siamo così assuefatti da non stupirci più.

Va bene c’è la guerra, la gente muore, ne siamo tutti consapevoli, lo vediamo tutti i giorni al telegiornale, ma la vita deve andare avanti. Molti film in selezione si pongono la questione, la notizia spettacolarizzata è pur sempre notizia?

Un’immagine tratta dal film Musk di Alex Gibney

Le nuove tecnologie hanno solo gettato benzina sul fuoco, divampato in un incendio. È interessante, quindi, il ritratto realizzato dal famoso documentarista Alex Gibney, su Elon Musk. Musk, più di ogni altro, ha sempre utilizzato i social per esprimersi, per comunicare con il mondo esterno. Quando però Twitter comincia a bannare account di estrema destra, tra cui quello di Donald Trump, tacciati di aver superato il limite del decente (fake news, polemiche, pornografia), Musk decide di comprare l’azienda. 

Il magnate non è un vincente, le sue società molto spesso chiudono il bilancio in rosso, ma la sua grande capacità di vendere sé stesso e con lui il suo sogno, lo hanno portato dov’è oggi.

Musk è universalmente conosciuto per la sue grande capacità di spettacolarizzare ogni argomento che lo riguarda o che gli capita a tiro, compresa la politica. Una cosa molto comune ai tempi dei social e una polemica allargabile a molti film presenti in selezione.

Il regista giapponese Shin’ya Tsukamoto era già finito al centro di grosse polemiche con il suo film Nobi. La storia seguiva un soldato giapponese esposto agli orrori della seconda guerra mondiale, sul fronte del pacifico. Lo stile di Tsukamoto non è certo minimale. Il sangue e la violenza scorrono a fiumi, facendo storcere il naso a chi riteneva il film una mossa teatrale per attirare pubblico.

La storia di ripete con Mr Nelson, did you kill people. Le scene ambientate durante la guerra del Vietnam sono crude, in molti in sala distolgono lo sguardo. È davvero necessaria tutta questa violenza? Beh dopotutto la guerra è violenta, è carneficina, non dovremmo fingere il contrario,  soprattutto in questo momento storico.

La guerra dilaga in tutto il mondo e il suo racconto serve per essere consapevoli di quello che ci circonda. Per questo un documentario come Musk è essenziale. Il racconto di un uomo che può decidere le sorti della società, influenzando il modo di vedere la realtà da parte degli esseri umani.

Casi come quello di Mr Nelson o di Citizen Osama non sono spettacolarizzazione inutile, ma documento, testamento. Pensiamo a The voice of Hind Rajab, presentato l’anno scorso. La morte di una bambina viene “sfruttata” da un film che arriva fino agli Oscar. Si può dire che sia solo uno tanti racconti strappalacrime, come ne abbiamo già visti, con la differenza che questo è reale e sta succedendo adesso.

Se i Musk di turno tentano di definire cosa può o non può essere mostrato su X, le risposte codificate delle intelligenze artificiali, le voci dei dissidenti sono estremamente importanti.

Gli attori Robert Pattinson e Skyler Gisondo alla premiere di Primetime

Ma questi fenomeni non nascono a caso e il ruolo del giornalismo è centrale. Infatti il film d’apertura tratta la nascita del quotidiano scandalistico. Murdoch e redazione diventano famosi, con il The sun, proprio per il loro stile scorretto, indecente, forzato. Diamo al pubblico quello che vuole, spazzatura. Un’idea vincente che ha cambiato per sempre il mondo del giornalismo.

Quando leggiamo qualcosa su un giornale lo diamo automaticamente per reale, le fake news sono difficili da scovare, da riconoscere, soprattutto quando la testata che le pubblica è autorevole. Oggi, come non mai, la libertà di parola è assoluta e questo mette a rischio la verità.

Boyle è chiaro Larry Lamb ha cambiato l’editoria londinese, perchè capace di rendere sensazionale qualcosa che non era mai stato pensato come degno di nota, figuriamoci come notizia da quotidiano.

I giornalisti dovrebbero essere coloro che ci connettono con il mondo, ma se il loro racconto è alterato da logiche di mercato o da censura, forse non possiamo più essere membri della società globale, o comunque ne avremo una visione distorta.

Il film che più tratta il tema del giornalismo spettacolarizzato e spettacolarizzante è Primetime di Lance Oppenheim. To Catch a Predator è stato un programma di successo di NBC che metteva al centro la cattura di predatori sessuali di minori, attraverso l’utilizzo di esche online. Il team, capitanato dal mattatore e conduttore Chris Hansen, ogni settimana si impegnava di smascherare uno di questi mostri, direttamente in tv, sotto gli occhi di tutti.

Lo stesso Hansen è diviso, da un lato vuole vincere la battaglia degli ascolti e farà di tutto per conquistare la prima serata. Dall’altro sembra davvero voler combattere il male, il suo lavoro non è solo puro spettacolo, ma anche dedizione alla causa. Da padre è in grado di provare disgusto e odio per le due prede.

Ma l’aspetto più interessante del film, trattato in maniera troppo superficiale, è il suo paragonarsi a quelli che vengono universalmente riconosciuti come giornalisti veri. I colleghi che vanno in Afghanistan, che stanno sul campo, sono giornalisti, lui sta nel mezzo tra un clown e un informatore.

In realtà scopriamo che la sua formazione è canonica, ma da quando è approdato in televisione lo spettacolo ha preso il sopravvento. Il suo lavoro ha davvero un impatto reale? Se sì a quale prezzo? In fondo, quando la gente lo ferma per strada, lo tratta più come una star che come un giornalista. Questa divisione, rottura, che persiste nel suo cuore, lo porterà al limite della sanità mentale.

Il documentarista d’informazione viene persino deriso nel mockumentary La moula di Jérôme Pierrat. Un giornalista esperto in servizi sulla malavita, decide di raccontare una rapina di cocaina nel porto di Marsiglia. Si intrufola nella banda, grazie al rapporto con il capo, e ne riprende i movimenti. Presto però la violenza avrà la meglio e le cose degenerano.

Se all’inizio la rete televisiva per cui lavora non è convinta del progetto, decide di sostenerlo solo dopo avere visionato i video più crudi. Nel giornalismo solo il sangue attira, il racconto comune non più.

Il giornalismo, la notizia, la spettacolarizzazione, il controllo e il modo di raccontare il mondo. Questi temi, estremante attuali, possono avere risultati disastrosi sulla società. La Mostra, come molti di noi nel privato, si chiede quale sia il limite tra spettacolo e documento, tra presentatore e giornalista, e se oggi, vale ancora la pena condividere il male del mondo o si corre solo il rischio di assuefare il pubblico, mentre i magnati alla Musk si arricchiscono alle nostre spalle.

Mostra 83. Il giornalismo fa spettacolo ultima modifica: 2026-09-09T15:27:53+02:00 da GIUDITTA CAPPONI
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