Turchia. Un referendum su misura per Erdoğan. Il futuro deciso da un “evet”

Il grande Paese in bilico tra Europa e Asia va alle urne domenica per una consultazione sui poteri presidenziali. Se vince il sì (evet), l’attuale presidente diventerebbe un sultano
scritto da EUGENIO PENDOLINI

Evet o Hayır? Sì o no? Il 16 aprile, giorno di Pasqua, in Turchia si svolgerà il referendum sulla riforma costituzionale che punta a modificare la forma di governo da una repubblica parlamentare a una repubblica presidenziale.

La riforma, che riguarda 18 articoli della Costituzione, è stata proposta congiuntamente dall’AKP (Partito per la giustizia e lo sviluppo, attualmente al governo) e dall’MHO (Partito del movimento nazionalista, di estrema destra). La prima approvazione è arrivata il 20 gennaio 2017 con il voto di 339 parlamentari. Si è così raggiunto il quorum dei 3/5 dell’assemblea (330 voti) necessario per la consultazione popolare. Non è stato, invece, raggiunto il quorum dei 2/3 (367 voti) necessario per ratificare direttamente la riforma, senza l’obbligatorio passaggio del voto popolare. Così, il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan ha indetto per il 16 aprile la data della consultazione referendaria in cui dovranno esprimersi milioni di elettori turchi. Se approvata, la nuova Costituzione entrerà in vigore dal 2019.

Questa riforma costituisce il più importante sviluppo politico dalla proclamazione della repubblica turca nel 1923. È per questo che Erdoğan, il vero artefice dell’iniziativa, ha inviato negli ultimi mesi i suoi ministri in giro per l’Europa (non senza qualche polemica, come è successo in Olanda). L’intento era quello di accaparrarsi i voti favorevoli dei milioni di turchi residenti fuori dai confini nazionali.

Il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan durante un comizio a favore del Sì

Il nuovo sistema costituzionale comporterebbe uno stravolgimento del ruolo del presidente della repubblica. Da una funzione prettamente cerimoniale con l’aggiunta di compiti di controllo e supervisione, la carica presidenziale assumerebbe funzioni di maggior potere. Inoltre con la riforma il presidente della repubblica potrà rimanere in carica per due mandati da cinque anni l’uno. Per Erdoğan, la cui esperienza già maturata da capo dello stato risulterebbe azzerata, ci sarebbe la possibilità di allungare il proprio orizzonte politico fino al 2029. A 27 anni dalla prima legislatura da premier del 2002. Una prospettiva che renderebbe la sua esperienza alla guida del Paese più duratura di quella del padre della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk (presidente dal 1923 al 1938).

Diversi i punti essenziali che modificano il sistema di potere in Turchia. L’articolo 6 muta la funzione di controllo che il parlamento esercita sul governo e sul presidente, limitandola alla possibilità di chiedere informazioni, indire riunioni, sollecitare risposte da parte dei ministri. È inoltre abolita la mozione di sfiducia del parlamento verso il governo.

L’articolo 7 elenca i requisiti per l’elezione a presidente della repubblica e ammette la possibilità per il capo dello Stato di mantenere intatti gli incarichi ufficiali all’interno del partito di provenienza. Finora questo legame doveva essere eliminato per garantire la massima imparzialità.

L’articolo 8 prevede che il presidente acquisti tutti i poteri esecutivi oggi attribuiti al premier, diventando così la guida del governo. L’ufficio di primo ministro sarebbe, di fatto, abolito. Potrà poi proporre leggi, rinviarle al parlamento per una revisione e chiedere la pronuncia della Corte suprema in caso di dubbi di costituzionalità. Avrà potere di nomina e revoca di funzionari, ministri, vicepresidenti. Inoltre, potrà emettere decreti legislativi su materie finora di competenza governativa, ad eccezione di quelle riguardanti i diritti civili e politici.

Cambia anche il meccanismo di messa in stato d’accusa del presidente, che diventa più articolato. Sarà necessaria la maggioranza assoluta dei parlamentari (il cui numero passa da 550 a 600). La proposta dovrà essere ridiscussa entro un mese con l’approvazione dei 3/5 dei membri. Una successiva commissione ad hoc di 15 parlamentari avrà il compito di pronunciarsi, entro due mesi, sul caso. Al parlamento spetterà l’ultima e definitiva parola, entro 10 giorni dal parere non vincolante della commissione. Durante questa trafila, non sarà consentito recarsi alle urne per le elezioni parlamentari e presidenziali.

I risultati delle ultime elezioni parlamentari, tenutesi a novembre 2015

Il contesto politico in cui nasce questa riforma è particolarmente turbolento. Specialmente nell’ultimo periodo. Dopo il fallito colpo di Stato dello scorso luglio, è stato indetto lo stato di emergenza. Un’ondata di licenziamenti e arresti ha falcidiato l’amministrazione pubblica, la polizia, l’esercito, le università e la stampa. Migliaia di persone sono state tacciate dagli organi governativi di contiguità ideologica con Fethullah Gülen, accusato da Erdoğan e dal partito di governo di essere l’architetto del “putsch”. Gülen, in risposta alle accuse, ha sempre negato un suo coinvolgimento.

A questo si aggiungono le problematiche di sicurezza interna in seguito agli attentati terroristici rivendicati dall’Isis (l’ultimo la notte di capodanno a Istanbul). E i rapporti conflittuali con il PKK curdo.

Circa 30.000 curdi residenti in Germania sabato scorso si sono dati appuntamento a Francoforte per protestare contro la riforma costituzionale

Così, a favore della riforma si schiera chi ritiene indispensabile un governo centrale stabile e forte. Che eserciti il potere per promuovere politiche di sviluppo e per combattere con decisione il terrorismo. L’AKP, nella persona di Erdoğan, si fa portavoce di questa richiesta. Puntando forte sui valori della cultura islamica e sulla rinascita degli antichi splendori turchi. “Ci sarà più stabilità, la Turchia non accetterà di perdere altro tempo prezioso. L’apparato sarà snellito e tutte le cause di incertezza politica saranno un ricordo”, così ha esultato Muhammet Emin Akbaşoğlu, membro del comitato referendario dell’AKP.

D’altra parte, il CHP (Partito repubblicano) e l’HDP (una coalizione che racchiude i partiti della sinistra) lamentano una campagna referendaria ostile e iniqua. “Il sistema democratico sarà rimpiazzato da un uomo solo al comando”, questa la preoccupazione di Bǜlent Tezcan, parlamentare dell’opposizione. Mentre per Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP, la speranza è che “il popolo turco corregga l’errore del Parlamento”.

I sondaggi per ora non danno certezze e ondeggiano tra il e il No. Decisivi, come sempre, risulteranno gli indecisi. Che per ora si attestano quasi intorno al dieci per cento.

Turchia. Un referendum su misura per Erdoğan. Il futuro deciso da un “evet” ultima modifica: 2017-04-13T22:56:10+00:00 da EUGENIO PENDOLINI

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