Russia, Turchia, Iran. Il perno del nuovo ordine mediorientale, e non solo

scritto da JOHN JAY DEER

Martedì avrebbe dovuto essere un giorno trionfale per la diplomazia russa, dacché il Cremlino punta a sostituire gli Stati Uniti come la potenza indispensabile in Medio Oriente. Invece, si è trasformato in un giorno di lutto, con un picchetto d’onore turco ad Ankara che carica una bara coperta dalla bandiera russa, il feretro dell’ambasciatore Andrei Karlov, su un aereo diretto a Mosca.

A Karlov, assassinato in una galleria d’arte di Ankara la sera di lunedì, era stata data la missione delicata di rappezzare le relazioni con la Turchia, dopo l’abbattimento di un aereo militare russo l’anno scorso. Martedì, gli sforzi di Karlov sarebbero stati coronati da una riunione a Mosca dei ministri degli esteri e della difesa di Russia, Turchia e Iran. Destinata a segnare la nascita di una nuova costellazione di potenze in Medio Oriente.

Le trattative sono andate avanti nonostante la sua morte.

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov considera il format a tre “il più efficace” ai fini della risoluzione del conflitto siriano, specie dopo che i colloqui con il segretario di stato statunitense John Kerry si sono arenati. La settimana scorsa, l’ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite, Samantha Power, aveva accusato Russia e Iran di portare sulle loro spalle la responsabilità delle “atrocità” commesse dal governo siriano nel corso degli attacchi condotti contro la città di Aleppo.

Con un’amministrazione americana in prossima scadenza, la Russia sfrutta le conquiste territoriali in Siria anche per condurre l’iniziativa diplomatica da posizioni di forza. Anzi, dal momento che la riconquista di Aleppo è stata così rapida, Lavrov aveva anticipato di una settimana, d’intesa con i colleghi turco e iraniano, la riunione di Mosca. Si spiega anche così la reazione russa all’assassinio di Karlov: una “provocazione” tesa a far deragliare le trattative.

Quando la Turchia abbattè un Su-24 russo lungo il confine turco-siriano, nel novembre 2015, la risposta di Putin fu rapida e furiosa. Le relazioni diplomatiche ed economiche furono sospese fino all’estate scorsa, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan alla fine si scusò per l’incidente. Lunedì scorso, la colpa per l’uccisione dell’ambasciatore è stata attribuita a forze non meglio specificate che s’oppongono al riavvicinamento tra Russia e Turchia. Putin ha parlato al telefono con Erdoğan che si è detto d’accordo nel consentire a una squadra di investigatori russi di indagare sull’omicidio.

Putin ha bisogno di Erdoğan, ed Erdoğan ha bisogno di Putin. Entrambi i leader si trovano in una condizione di isolamento internazionale per via delle loro politiche repressive nei confronti delle opposizioni e del dissenso e per la comune esibita nostalgia di imperi passati. Il che fare a proposito della Siria – un osso che un tempo si contendevano Russia e Turchia – si presenta ora come un’opportunità per entrambi i paesi per proporsi come i mediatori dentro una crisi di portata globale.

L’importanza di questa relazione è resa chiara dal numero di contatti che i due paesi hanno ripreso ad avere dopo la visita di riconciliazione di Erdoğan in Russia lo scorso agosto. Nello spazio di un mese, Putin ha parlato al telefono con Erdoğan cinque o sei volte, e il leader turco è atteso di nuovo in Russia a gennaio. Solo poco più di un anno fa, Putin accusava Erdoğan di avergli inferto “una pugnalata alla schiena”. La Russia stimava in centinaia di milioni di dollari – se non miliardi – il traffico di petrolio gestito dall’Isis via Turchia. Adesso la responsabilità dell’assassinio di Karlov è attribuita a potenze non presenti sul terreno.

Il nazionalista Vladimir Zhirinovsky, che tra l’altro ha una laurea in studi turchi, non ha esitato a tirare in ballo direttamente l’Occidente. “La Turchia si sta allontanando dall’Occidente, il che svantaggia certe agenzie di spionaggio occidentali”, ha detto Zhirinovsky in un’intervista televisiva lunedì scorso. L’Unione europea e la Nato, ha spiegato, temono che la Russia s’unisca a Iran e Turchia, proponendosi di fronte all’Occidente come un contrappeso formidabile. Gli sforzi di Karlov a tal fine non sono stati dunque vani.

L’insinuazione che ci sia la regìa americana dietro l’uccisione di Karlov è stata smentita con veemenza dal dipartimento di stato.

All’incontro di martedì a Mosca non erano dunque presenti gli Stati Uniti, e non era la prima volta che gli Usa erano lasciati fuori della porta. Già all’inizio di questo mese non erano stati inviati ad Ankara all’incontro tra funzionari russi e fazioni ribelli siriane, incontro ospitato dai turchi, che ha propiziato la fragile tregua e l’accordo per l’evacuazione di Aleppo.

Sebbene schierati su fronti opposti – la Turchia con gli oppositori di Assad, la Russia con il regime di Damasco – Ankara e Mosca hanno dunque firmato martedì una proposta per por fine al conflitto, la “Moscow Declaration”, il che fa dire a Aaron Stein esperto di Turchia e senior fellow all’Atlantic Council, che Ankara adesso “sta ripiegando verso Mosca”.
A questo punto “Mosca ha da Ankara quasi tutto quel che vuole in Siria”, sostiene Soner Cagaptay, direttore del programma turco al The Washington Institute for Near East Policy, compresa “l’acquiescenza turca per la caduta di Aleppo”.
Data la dipendenza turca dall’energia e dal turismo russi, e tenendo conto delle tensioni tra la Turchia e l’Occidente per le violazioni dei diritti e per la censura seguite al colpo di stato fallito dello scorso luglio, è nell’interesse di Ankara avere buone relazioni diplomatiche con Mosca.

La Russia, a sua volta, si sta dimostrando abile nel trarre vantaggio dalle tensioni tra Turchia e Occidente. “Quando i turchi, gli iraniani e i russi si trovano d’accordo su un processo escludendo dalla stanza gli Stati Uniti, ti rendi conto che c’è un problema per noi americani”, ha commentato Andrew J. Tabler, esperto di Siria al Washington Institute for Near East Policy, interpellato dal New York Times.

Un’esclusione, e un voltafaccia da parte turca verso l’alleato americano, dalle conseguenze enormi, se solo si considera che, con un bilancio annuale di 18.2 miliardi di dollari, le forze armate turche (TSK Turkish Armed Forces) costituiscono l’apparato militare più importante della Nato, secondo solo a quello degli Stati Uniti.

Russia, Turchia, Iran. Il perno del nuovo ordine mediorientale, e non solo ultima modifica: 2016-12-22T00:05:52+01:00 da JOHN JAY DEER

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