Ischia. Le fake news non sono esclusiva dei social

Si capisce che ad agosto non ci sono notizie. Si capisce meno, però, perché il servizio pubblico abbia tanto dilatato l’evento sismico nell'isola, fino a contribuire al panico che ha indotto decine di migliaia di turisti a dare l’assalto ai traghetti e decine di migliaia di ischitani a dormire per strada anche dove non ce n’era bisogno.
scritto da Luigi Covatta

La sera del terremoto non ero ad Ischia. A casa mia, però, c’erano degli ospiti. Ho telefonato per avere notizie, e mi hanno risposto che quando hanno sentito il boato hanno temuto un attentato: ho avuto l’impressione che la notizia che invece si trattava di un terremoto li avesse lasciati un po’ spaesati. Del resto da qualche giorno i media non facevano che presentare l’attentato di Barcellona come un evento ineludibile e seriale. Niente di strano che si ripetesse. Ma nel palinsesto il terremoto non era previsto.

È vero che i media, negli stessi giorni di Barcellona, avevano parlato anche del terremoto dell’anno scorso: ma soprattutto per questioni di tasse e di poltrone, e quindi con un lessico più vicino al bla bla politico che alla drammaticità dell’evento cui ci si riferiva. Tanto appunto che alla possibilità di un altro terremoto in un altro territorio nessuno ci pensava.

Eppure ad Ischia con la memoria del terremoto avrebbe dovuto esserci dimestichezza: almeno con quella dell’evento del 1883, che rese proverbiale Casamicciola, e che quando ero ragazzo era ancora viva, se non altro perché c’erano ancora quartieri di baracche che allora, più rapidamente di Errani, la regina Margherita aveva fatto costruire per i terremotati.

Col tempo, però, le baracche sono diventate eleganti palazzine e la memoria si è estinta. Anzi: il turismo di massa ha estinto ogni memoria. Due anni fa un consigliere del Comune di Lacco Ameno propose addirittura di risanare il bilancio mettendo in vendita il museo in cui viene custodita la coppa di Nestore, uno dei più antichi esempi di scrittura greca che si conoscano. Né miglior sorte tocca a quel Castello aragonese che fu dimora di Vittoria Colonna, oppure – per venire ai nostri giorni – alla villa in cui Luchino Visconti volle che fossero custodite le sue ceneri.

“L’isola è una trappola”, ha detto al Tg1 una sciuretta lombardo-veneta che credeva di essere andata in vacanza a Riccione, e che si gettava su un traghetto con la stessa determinazione con cui presumibilmente si assalgono i barconi in Libia.

Ma anche gli amministratori locali sembra che abbiano perso la memoria: a cominciare da quello che ha precipitosamente evacuato e chiuso l’unico presidio sanitario dell’isola, costringendo i feriti a faticosi (e costosi) trasferimenti in eliambulanza all’ospedale Cardarelli di Napoli (e meno male che non li hanno portati al Loreto mare).

Nessuna nostalgia, ovviamente, per l’arretratezza dell’isola di sessant’anni fa, e benedetto sia sempre il vecchio Angelo Rizzoli che trasformò un borgo di caprari come era Lacco Ameno nella capitale del turismo termale: ma lui per primo – che volle abitare in una villa del Settecento rimasta in piedi dopo il terremoto del 1883 – si sarà rivoltato più volte nella tomba di fronte all’omologazione subita da un territorio ricco di storia e dalla peculiare natura.

Resta da dire (ancora) dei media. Si capisce che ad agosto non ci sono notizie (anche perché l’Isis non può garantire un attentato alla settimana): e si capisce anche che una testata poco frequentata colga l’occasione per adempiere alla propria vocazione di all news broadcaster. Si capisce meno, però, perché il servizio pubblico abbia tanto dilatato l’evento, fino a contribuire al panico che ha indotto decine di migliaia di turisti a dare l’assalto ai traghetti e decine di migliaia di ischitani a dormire per strada anche dove non ce n’era bisogno.

Il sisma ha interessato un’area di un chilometro quadrato, dalle colline del Fango (comune di Lacco Ameno) a quelle di piazza Majo (comune di Casamiccciola). L’area è attraversata da una strada (la Borbonica) sulla quale si affacciano vecchi fabbricati agricoli trasformati (forse frettolosamente) in piccoli edifici residenziali: ma in questo caso l’abusivismo, che ad Ischia certo non manca, c’entra poco.

Se invece l’evento avesse interessato la costa, dove l’abusivismo c’entra molto, avrebbe meritato davvero le lunghissime dirette notturne di Sky e di Rainews, perché sarebbe stata una strage: ma proprio questo dettaglio non emergeva nei servizi ripetitivi in cui scorrevano sempre le stesse immagini.

Come si vede, le fake news non sono esclusiva dei social. Ma il problema non è questo, anche perché la confusione è comprensibile quando si opera in un’isola che si conosce solo in cartolina. Il problema è l’eterno ritorno del palinsesto del terrore che ci viene propinato dai media, e che non ci consente di distinguere fra un attentato e un terremoto.

L’altro problema è quello del turismo di massa. Se anche a Venezia c’è gente che si tuffa nei canali, e se ad Ischia si scopre improvvisamente il rischio sismico, la colpa non è dei turisti. La colpa è di chi gestisce l’offerta, e pensa che essa si incontri più facilmente con la domanda se prescinde dall’identità dei luoghi.

Di chi pensa cioè che fare le terme ad Ischia o a Salsomaggiore sia la stessa cosa, e che bagnarsi a Citara o a Milano Marittima non faccia differenza. Si dirà che con questi criteri si rischia di diminuire i flussi turistici. Pazienza. Vuol dire che non ci sarà più bisogno di costruzioni abusive sulle spiagge, e che alla prossima scossa (da qua a cent’anni) non ci sarà una strage.

Ischia. Le fake news non sono esclusiva dei social ultima modifica: 2017-08-22T23:53:21+00:00 da Luigi Covatta

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