Il “Califfato del deserto” e la nuova guerra del Sinai

Ad agire nella penisola è una parte dei foreign fighters sfollati da Raqqa, che il comando generale dell’Isis ha deciso di spostare sul fronte egiziano, oltre che in Tunisia e Libia
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

È iniziata la nuova guerra del Sinai. Cacciati da Raqqa, in rotta da Mosul, i miliziani dello Stato islamico si spostano nel Sinai, rafforzano i propri legami con le tribù beduine e con i trafficanti di esseri umani che imperversano nell’area e puntano a consolidare le proprie basi nelle terre di nessuno, le aree desertiche del Sinai egiziano e quelle ai confini tra Libia, Tunisia, Algeria, dove non esiste un’autorità statuale in grado di reggere lo scontro e mettere in sicurezza quei territori.

Il “Califfato del deserto” è anche una sfida, mortale, che il fronte jihadista – non solo Daesh ma anche le fazioni nordafricane di al-Qaeda – ha lanciato all’Egitto del generale-presidente Abdel Fattah al-Sisi. Si fanno saltare moschee, si attaccano senza soluzione di continuità avamposti militari e stazioni di polizia, per poi cercare di colpire le località turistiche. Ad agire nel Sinai sono una parte dei foreign fighters sfollati da Raqqa e che il comando generale dell’Isis ha deciso di spostare sul fronte egiziano, oltre che in Tunisia e Libia. E i risultati si vedono. Perché i foreign fighters reduci da Siria e Iraq hanno imparato l’uso degli esplosivi, le più avanzate e letali tecniche di guerriglia, colpiscono e fuggono, perché non hanno l’ordine, né la “vocazione”, di diventare “shahid”, martiri.

L’attacco nel nord del Sinai non è stato un “semplice” quanto devastante attentato ma una vera e propria operazione di guerra

Sono i fabbricanti di morte. Quelli che hanno messo a segno l’attacco alla moschea sufi nel nord del Sinai che ha causato trecentocinque morti, tra cui ventisette bambini, e centoventotto feriti. La dinamica dell’attacco, la potenza di fuoco, l’uso coordinato di bombe e mitragliatori: non si è trattato di un “semplice” quanto devastante attentato, ma di una vera e propria operazione di guerra. Il professor Nabil El Fattah, già direttore del Centro di studi strategici di ‘Al Ahram’ del Cairo, rimarca:

Siamo ad un salto di qualità nell’azione terroristica. I terroristi hanno voluto dare una immagine di forza dopo le sconfitte subite in Siria e Iraq. L’obiettivo è ‘politico’: fare proseliti in ciò che resta della Fratellanza musulmana e sfidare al-Sisi sul terreno privilegiato dal presidente: quello della sicurezza.

Gli fa eco Timothy Kaldas, docente alla Nile University del Cairo:

Non si è trattato di un attacco contro i Sufi. Va messo in relazione con le tribù che stanno cooperando con lo Stato nello scontro con l’Isis.

L’azione terroristica pianificata nei minimi dettagli, i raid aerei: è la guerra nel Sinai. Quella moschea era diventato un obiettivo militare per l’Isis non tanto perché frequentata dagli “eretici” sufi ma perché lì si ritrovavano in preghiera i beduini della tribù Sawarka, una delle più importanti del nord del Sinai che dallo scorso maggio, assieme ai potenti Tarabin, si era rivoltata contro la presenza dell’Isis nella zona iniziando a collaborare con le forze di sicurezza egiziane. Fino ad allora tra tribù beduine e Isis c’era stata una sorta di non belligeranza, se non una vera e propria commistione in alcuni casi. Un patto che alla fine si è rotto perché l’Isis aveva avuto l’ardire di interferire con i contrabbandi in cui da sempre sono coinvolte le tribù della zona, a cominciare dal traffico di sigarette.

I beduini del Sinai sono organizzati in tribù, le maggiori delle quali sono la Sawarka e la Tarabin nel nord e la Muszeina nel sud, che tradizionalmente sono state tenute ai margini della società egiziana non potendo accedere alle cariche pubbliche e restando fuori dallo sviluppo economico dell’area. Una situazione che ha causato la crescita esponenziale del malcontento e la creazione di un’unità d’intenti tra le tribù beduine e quei gruppi salafiti che, storicamente, hanno in Egitto la propria culla ideologica, e che nella regione del Sinai hanno trovato rifugio.

Il nord del Sinai è quotidianamente percorso da pick up e carovane di terroristi

È in particolare una porzione di territorio a nord del Sinai a preoccupare maggiormente le forze anti terrorismo: l’autostrada tra Arish e Bir Al-Abd sarebbe quotidianamente percorsa, secondo il portale “Sinai News”, da pick up e carovane di terroristi con una capacità di movimento e spostamento che indica la gravità della situazione. Nell’entroterra poi, il quadro viene descritto come ancora più grave, con una fascia che va dalla costa fino a circa cinquanta km a sud di Arish quasi del tutto fuori dal controllo del Cairo.

L’Isis, nel nord della penisola che confina con Israele, conta su uno dei suoi rami più letali, conosciuto come la “Provincia del Sinai”, che da tre anni ha intrapreso una feroce guerra contro le forze egiziane, uccidendo centinaia di soldati e poliziotti. È proprio nel 2014 che il gruppo Ansar Bayt al-Maqdis ha cambiato denominazione in Wilaya Sinai annunciando il legame con l’Isis. Da quel momento, la penisola egiziana ha iniziato a convivere con un’importante presenza terroristica legata a doppio filo con i terroristi presenti tra Siria e Iraq.

È proprio il gruppo Wilaya Sinai a rivendicare la bomba piazzata nel 2015 all’interno del volo della Metrojet con a bordo turisti russi partiti da Sharm El Sheik. Wilayat Sinai, oggi, disporrebbe di una forza militare non superiore alle duemila unità sotto la guida del religioso egiziano Abu Osama al-Masry, formatosi all’Università Al Azhar del Cairo. Si tratta però evidentemente di una stima sottodimensionata, considerata la portata degli attacchi compiuti negli ultimi due anni dal gruppo jihadista, indirizzati inizialmente contro le istituzioni e le forze di sicurezza egiziane ma concentratisi, da qualche mese a questa parte, contro civili e contro le minoranze religiose come quella dei copti. E nel Sinai c’è anche al-Qaeda del Magreb islamico (Aqmi), tra le più attive tra le branche qaediste.

Con il tracollo del califfato tra Siria e Iraq, la rete globale del terrore potrebbe guardare a Wilaya Sinai come nuovo embrione per uno Stato islamico: Arish, capoluogo del nord del Sinai, viene definita non a caso la nuova “Deir Ez Zour”, essendo un centro importante in pieno deserto a pochi passi da un territorio dove le autorità locali non riescono a ristabilire a pieno il controllo.

Dopo il patrimono archeologico di Palmira e di Nimrud, l’Isis avrebbe nel mirino anche quello dell’Egitto

Ma il “Califfato del deserto” ha ambizioni di espansione. E mira al cuore dell’Egitto: al Cairo. E a mettere in ginocchio una delle poche fonti d’introito per le casse dello Stato: il turismo. A teorizzare, e poi praticare, la “jihad dei paradisi turistici”, era stato il successore di Osama bin Laden alla guida di al-Qaeda, l’egiziano Ayman al Zawahiri. Una campagna che nella mente dei suoi ideatori ha anche un forte impatto mediatico: nell’immaginario collettivo, alimentato da depliant patinati che magnificano la sabbia dorata delle spiagge delle Maldive o del Mar Rosso, quei villaggi forniti di ogni comfort sono l’emblema della tranquillità e del benessere. Da assaltare, trasformando quei “paradisi” in un inferno.

Ecco allora Ibrahim al Kindi, un religioso del Kuwait, tra i più affermati predicatori mediorientali, lanciare una fatwa sul patrimonio culturale dell’Egitto, piramidi e sfinge per primi. Secondo la versione di al Kindi, infatti, non sarebbe corretto per l’Islam lasciare intatti i monumenti rappresentanti le antiche divinità egiziane basandosi sul fatto che – come in molti affermano in loro difesa – i discepoli di Maometto entrati in passato in Egitto non le hanno distrutte. Piramidi e sfinge sarebbero state sepolte, all’epoca, sotto terra, e sarebbero riemerse solo negli ultimi secoli per via dei venti che le avrebbero riportate alla luce.

Secondo i proclami di al Kindi, insomma, le piramidi e la Sfinge, monumenti che rappresentano un patrimonio inestimabile della cultura umana, oltre che mete turistiche di primaria importanza per le casse dello Stato egiziano, andrebbero distrutte, poiché simbolo di apostasia; così come in passato è stato fatto in Egitto con altri templi e statue che rappresentavano gli dei dell’antico popolo.

Il “Califfato del deserto” vuole colpire il turismo egiziano. Nell’immaginario collettivo, alimentato dai volantini patinati, i resort diventano obiettivo della “jihad dei paradisi turistici”

Il Sinai, inoltre, chiama Gaza. Perché il massacro di oggi avviene a pochi giorni dalla riapertura del posto di frontiera di Rafah, l’unico che unisce la Striscia al mondo e, in primis, all’Egitto. Quanto all’Iraq, per vincere la guerra nel deserto, Baghdad si sta facendo aiutare dalle cosiddette unità di mobilitazione tribale di Hashd al-Shaabi, una coalizione paramilitare dominata da milizie sciite composte da iracheni ma anche da iraniani, come molti sospettano. Il “Califfato del deserto” guarda anche al Nord Africa e all’Africa subsahariana: vi sono aree molto grandi, come quella del confine libico e del nord del Mali che sono fuori da qualsiasi controllo statale ed è in quelle zone che questi gruppi agiscono. O ci sono altre aree, come quella di Tinduf nel sud dell’Algeria, dove i profughi saharawi che da quarant’anni vivono nel deserto senza speranze per il futuro vengono reclutati dai gruppi jihadisti.

Fuggiti da Sirte, centinaia di jihadisti avrebbero formato un “esercito del deserto” guidato dal miliziano libico Al-Mahdi Salem Dangou, meglio conosciuto con il nome di Abu Barakat. L’esercito sarebbe composto da tre brigate, ciascuna con un proprio comandante. I miliziani hanno più volte colpito alcuni posti di blocco sulle strade che conducono verso le zone orientale e meridionale di Sirte e avrebbero portato a termine attacchi terroristici contro le forze locali.

L’Isis in Libia si avvaleva, e in parte questo patto dura ancora, anche dell’importante contributo delle tribù nel deserto. E per questo ha istituito per loro le “Brigate del Sahara” che agivano sotto il controllo del ministero di “Soldati e Conquiste”. Dal Sinai al Sahara, altro obiettivo del “Califfato del deserto”. Il deserto del Sahara è un crocevia di traffici di armi, droga ed esseri umani. Rotte carovaniere di un’economia criminale che salda il narco-jihadismo alle mafie internazionali. Con un obiettivo: destabilizzare il pianeta.

A questo tende il “Califfato del deserto”. A rilanciare la Jihad globale.

Il “Califfato del deserto” e la nuova guerra del Sinai ultima modifica: 2017-11-27T17:41:30+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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