Gerusalemme capitale, l’azzardo di Sheldon Adelson

Proprietario del Venetian, il megalbergo replica di Venezia, tra i più ricchi del pianeta, il re dei casinò è il grande finanziatore di Trump e Netanyahu ed è il vero artefice della decisione che sta infiammando il Medio Oriente
scritto da GUIDO MOLTEDO

Era la fine degli anni Novanta. Sheldon Adelson trascorse lunghe e inutili giornate in un grande albergo veneziano nella vana attesa di essere ricevuto a Ca’ Farsetti da Massimo Cacciari. Al sindaco di Venezia il re dei casinò era ansioso di illustrare un suo progetto, pazzesco, nella speranza di coinvolgere in qualche modo la città lagunare.

La Serenissima avrebbe dovuto semplicemente “benedire” l’operazione, in cambio di una discreta remunerazione in termini di royalty. L’idea era di costruire nel deserto del Nevada, a Las Vegas, un megalbergo, con annesse immense sale da gioco, che replicasse perfettamente il cuore di Venezia, San Marco e Rialto. Che proposta volgare! Un’americanata. Manco a parlarne. Cacciari non volle neppure vedere Adelson.
Ma quel progetto si realizzò comunque.

The Venetian, Las Vegas Foto Ornella e Lanfranco Crescentini

Anzi, The Venetian ha pure un suo doppione, a Macao, la nuova capitale mondiale del gioco d’azzardo. E Adelson, da allora, ha fatto ancora più soldi. Tanti soldi. Da essere saldamente nel gruppo dei primi dieci miliardari d’America. Secondo Forbes, la sua fortuna attuale è di 38 miliardi di dollari.

Ed è uno che i dollari accumulati, li usa. Li usa politicamente. Per cercare di piegare i sindacati, molto forti nel Nevada (ma prendendo anche batoste). Per consolidare il potere di Bibi Netanyahu in Israele. Per contrastare in tutti i modi Barack Obama, una vera fissazione/ossessione. Per far prevalere nel Partito repubblicano gli esponenti più conservatori. Come Newton Gingrich, il suo beniamino nelle primarie repubblicane che portarono alla nomination di Mitt Romney e nella prima parte delle primarie 2016. Infine, il miliardario nato povero, il visionario che per amore della seconda moglie Miriam, infatuata di Venezia, ha ricostruito nel deserto la meravigliosa città d’acqua, ha puntato le sue carte su Donald Trump. Al collega magnate di New York ha donato venticinque milioni di dollari per la sua campagna di sfida a Hillary Clinton. Felice di averlo fatto vincere, ha sborsato altri cinque milioni dollari per l’allestimento della giornata d’insediamento del successore dell’odiato Obama.

Nel complesso, Adelson ha donato ottanta milioni di dollari a candidati repubblicani in corsa nelle elezioni del novembre 2016. Per costruire una maggioranza saldamente conservatrice.

E pensare che la sua famiglia era di fede democratica. “Inutile dire che eravamo democratici”, ha detto lo stesso Adelson, figlio di una famiglia molto modesta, a Boston, feudo indiscusso dei dem. Gente, gli Adelson, che non poteva non riconoscersi nel partito nato per rappresentare i lavoratori e le fasce meno abbienti.

Ottantaquattro anni, Sheldon Gary Adelson nasce dunque a Dorchester, un sobborgo proletario della metropoli del Massachusetts, da una famiglia ebrea osservante, originaria dell’Ucraina e della Lituania per parte di padre, Arthur, dal Galles per parte di madre, Sarah Tonkin. Arthur tassista, Sarah rammendatrice, Shel, ancora bambino, fa lo “strillone” del Boston Globe all’angolo della strada di casa.

A dodici anni ha già una sua edicola di giornali, una licenza pagata con duecento dollari chiesti in prestito a uno zio. È l’inizio di una folgorante ascesa imprenditoriale che a 35 anni lo vedrà miliardario e poi lo porterà nell’olimpo dei grandi tycoon del pianeta. La sua, ha detto a BusinessWeek, non è la storia dello straccione che fa fortuna. Perché la sua famiglia era “troppo povera pure per possedere degli stracci”.

Il Venetian fu aperto il 3 maggio 1999. È un albergo-spettacolo, a metà tra un’esperienza alla Disneyland e il lusso di un resort a cinque stelle. È architainment: architettura-intrattenimento. 3.036 stanze, poi divenute seimila con l’adiacente grande torre di 36 piani, un complesso che avrebbe cambiato il paesaggio della città, non solo quello urbano. Una riproduzione fedele, e al tempo stesso cervellotica, del cuore di Venezia.

Nei giorni dell’inaugurazione Shel Adelson dichiarava di avere speso “decine di milioni di dollari” per cercare di “replicare tutti i famosi tratti caratteristici di Venezia”. “Doveva essere vero”, andava ripetendo, “doveva essere proprio così, altrimenti non sarebbe stata Venezia”.

Sheldon Adelson tra Donald Trump e la moglie Miriam

Gli ebrei americani sono tradizionalmente democratici. E anche nelle recenti presidenziali l’hanno confermato, dando il 75 per cento dei loro voti a Hillary e ai candidati dem al Congresso. E molti donor ebrei spiccano tra i finanziatori della campagna clintoniana.

Sul versante opposto, si sono mossi a sostegno di Trump donor molto munifici, alcuni dei quali sono molto influenti anche in Israele, a favore di Netanyahu. Tra questi, appunto, Sheldon Adelson e la moglie Miriam. Sono gli stessi che hanno alimentato campagne ostili verso la presidenza Obama, gli stessi che, in combutta con i parlamentari della destra più oltranzista, organizzarono l’incredibile performance di Netanyahu di fronte al Congresso il 3 marzo 2015, un discorso contro il disgelo con l’Iran, un’aperta intromissione negli affari di un altro paese e in particolare nella politica della Casa Bianca.

Adelson e Trump si conoscono dai tempi proprio dell’inaugurazione del Venetian. Ma solo lo scorso anno i due hanno stretto una forte alleanza e complicità, dopo che Adelson, pure in queste ultime primarie repubblicane, aveva puntato su Gingrich.

Anche di Bibi, Adelson è un grande sostenitore e amico. In Israele è molto presente con affari e, soprattutto, con il controllo di pezzi importanti dei media israeliani, in particolare il quotidiano gratuito Israel Hayom, il numero uno per copie diffuse, di proprietà ufficialmente di un parente di Adelson.

Adelson aveva in passato, verso Israele, un atteggiamento di sostegno “neutrale” rispetto al governo in carica, tipico della maggioranza degli ebrei statunitensi attenti alle vicende israeliane. La posizione cambia radicalmente, una decina d’anni fa, quando l’allora premier Ehud Olmert assume una linea nettamente orientata verso il negoziato di pace con i palestinesi – il cosiddetto Annapolis process – ed è allora che Adelson diventa un sostenitore strenuo e generoso del Likud di Netanyahu e, in America, donor della destra oltranzista e alleato della potente coalizione delle chiese evangeliche. Adelson era, ed è, convinto che la creazione di un’entità statuale palestinese sia catastrofica per Israele. Da ostacolare con ogni mezzo. Per Adelson i palestinesi esistono solo “per distruggere lo stato d’Israele”.

L’annuncio su Gerusalemme capitale è dunque il compimento di quest’azione, tenace negli anni, incredibilmente finanziata, e basata sulla congiunzione astrale di tre personalità, Trump, Netanyahu e, soprattutto, Adelson.

 Radio Articolo1 intervista Guido Moltedo

Gerusalemme capitale, l’azzardo di Sheldon Adelson ultima modifica: 2017-12-08T19:54:07+00:00 da GUIDO MOLTEDO

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