Carabinieri e polizia. Ma che Storia è questa?

Dalla minimizzazione dei crimini di guerra in Etiopia alla glorificazione di un ambiguo poliziotto. Quando le forze dell'ordine diffondono una memoria distorta degli eventi storici.
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Per un sito istituzionale, quello dei carabinieri, che, pur tra resistenze e ritardi, corregge se stesso a proposito di almeno un episodio dell’infame aggressione coloniale in Etiopia, ce n’è un altro – quello della polizia di stato – che non si corregge e continua a contrabbandare per vittima del dovere un capo della squadra mobile coinvolto in gravissime vicende di mafia e per questo eliminato dagli stessi criminali che aveva protetto per molti anni.

Il caso del sito dei carabinieri è stato portato dalla luce, alla fine del novembre scorso da un ricercatore dell’Università di Edimburgo, Nicola Perugini, il quale, cercando informazioni sul web a proposito dell’invasione dell’Etiopia del 1935-1936, si è imbattuto nella sezione Non tutti sanno che del sito dell’Arma. Questa sezione è rivolta “sia ai cultori della storia, ai quali principalmente sono diretti i documenti storici in formato integrale, e sia a chi si avvicina per la prima volta all’arma e ai valori che essa interpreta”.


Uno di questi documenti riguarda la battaglia di Gunu Gadu (24-25 aprile 1936), nella regione dell’Ogaden, che precedette, come altre, la presa di Addis Abeba e il pieno controllo coloniale del paese. Sin dalle prime righe il tono è di celebrazione della destrezza e del coraggio dei militari italiani. Si racconta che

i carabinieri hanno definitivamente ragione dell’accanita difesa abissina solo dopo due giorni di intensi combattimenti […] i caduti sono stati decorati di medaglia d’oro al valor militare.

Il tono patriottico usato per descrivere una guerra di aggressione coloniale – sottolinea Perugini – è molto marcato.

Ma c’è di più e di peggio: la tesi secondo cui l’Italia avrebbe attaccato perché provocata dagli etiopi torna spesso come cornice in cui dare senso alla guerra. È il caso dell’abbattimento di un aereo italiano il cui pilota, catturato, viene torturato, ucciso e decapitato.

Il generale Rodolfo Graziani, il viceré d’Etiopia, che comanda le truppe con metodi così brutali da meritarsi l’epiteto di “macellaio del Fazzan”, ordina come rappresaglia un bombardamento aereo con i gas. Non è l’unico atto contrario alle norme del diritto bellico: viene infatti attaccato anche l’ospedaletto da campo di Malca Dida. Mussolini, pur approvando, prega di evitare in futuro certi bersagli.

A proposito di gas, in una nota a pie’ di pagina è spiegato che

l’impiego di “gas” viene autorizzato solo quale extrema ratio offensiva o difensiva.

La parola gas è virgolettata – annota il ricercatore – quasi a sminuirne il significato o forse per metterne il dubbio il suo uso, documentato da numerose ricerche storiche.

Il resto del testo contrappone la perfidia dei metodi di resistenza etiope e il coraggio “stoico” dei carabinieri. Gli italiani cadono sempre “presi alle spalle” o “aggrediti di sorpresa”. Si riportano testimonianze di carabinieri sopravvissuti che celebrano i loro colleghi “prodi guerrieri” impegnati contro i “serpeggianti sintomi di ribellione” degli etiopi.

Il documento peraltro non è solo una mera ricostruzione della battaglia di Gunu Gadu ma una più ampia lettura storica della partecipazione dei carabinieri all’intera guerra di aggressione del 1935-1936.

In un passaggio si cita il riconoscimento all’intera Arma che

offrì olocausto di sangue generoso e riaffermò anche in terra d’Africa le sue gloriose tradizioni.

Ciò che consente a Nicola Perugini di notare come “il tono usato durante il periodo coloniale e quello del documento sul sito dei carabinieri coincidano completamente”.

In una pagina del documento si ricostruisce con queste parole l’attentato che subì il generale Graziani:

Mentre sta distribuendo elemosine a ciechi, storpi e zoppi che aveva fatto entrare nel palazzo del Viceré, diciotto bombe a mano vengono lanciate su di lui e i suoi ospiti. Graziani viene raggiunto da trecentocinquanta schegge, condotto in salvo dal capitano dei carabinieri Mossuti, mentre nella confusione gli italiani prendono a sparare sulla folla. La rappresaglia delle squadre fasciste è orribile, tanto che lo stesso Mussolini dopo qualche giorno ordine di “evitare gli eccessi”.

Lo storico dei carabinieri presenta insomma Graziani come un colonialista umanitario la cui bontà gli etiopi non seppero riconoscere tanto da colpirlo con un attentato. La rappresaglia che ne segue è definita come un eccesso citando addirittura un improbabile Mussolini moderato.

Rappresaglia dell’esercito italiano durante la guerra in Etiopia

Di fronte a queste stupefacenti affermazioni, Perugini telefona a un funzionario dell’Archivio storico dell’Arma dei carabinieri chiedendogliene ragione. La risposta: “L’importante sono le fonti. Lei che bibliografia usa?”. Il ricercatore allora gli elenca i nomi di alcuni degli storici più autorevoli del colonialismo. Il funzionario replica invitandolo ad andare all’Archivio storico per verificare “le nostre fonti”. E riaggancia.

Perugini non molla e dopo qualche giorno parla con il colonnello Alessandro Della Nebbia, capo dell’ufficio storico del comando generale.

Le frasi dell’epoca vengono riportate in senso ironico [risponde ma ammette anche che quelle ricostruzioni] potrebbero essere motivo di riflessione [e che] molte cose del sito potrebbero essere riviste rivalutando l’opportunità di certi documenti.

Fatto sta che “il documento su Gudu Gadu lo togliamo”, annuncia il colonnello Della Nebbia dicendo che l’arma non giustifica il colonialismo, il fascismo e i loro crimini. Lo stesso giorno della telefonata il documento su Gunu Gadu è stato rimosso dal sito e messo sotto revisione dall’ufficio storico dell’arma.

L’ufficio storico della polizia di stato, invece, non ha provveduto affinché in qualunque sito che al corpo si riferisce non appaia più quello stupefacente giudizio su Cataldo Tandoy, capo della squadra mobile di Agrigento nel marzo del 1960.

Il poliziotto fu eliminato mentre passeggiava con la moglie in città. I sicari uccisero per errore anche un ragazzo, Ninni Damanti, che per caso si trovava sulla traiettoria dei colpi diretti al poliziotto.

Si scoprì più tardi che il commissario era un complice di potenti mafiosi di una delle province più inquinate da una criminalità organizzata molto spesso in stretti rapporti con la classe dirigente democristiana.

La mia curiosità aveva un motivo: avevo seguito a lungo questo caso clamoroso e, per aggiornarmi – fosse mai intervenuta qualche improbabile novità – ho cliccato su Google il nome del poliziotto.

E allora la sorprendente scoperta: su un sito con tanto di stemma della polizia di stato, sotto la voce Tandoy si legge: “Caduto nell’adempimento del dovere”. Testuale.

Ma come? Tre sentenze, Cassazione compresa, hanno documentato che il capo della mobile è stato ucciso dalla mafia per tappargli la bocca nel timore che, una volta realizzato il suo imminente trasferimento a Roma, costui raccontasse gli affari, i delitti che aveva coperto proprio grazie al suo incarico, e le complicità politiche che aveva protetto, e lo si riabilita?

Ho cercato una risposta. Avevo tutto il diritto di averla: non solo perché avevo seguito per l’Unità il caso dall’inizio (l’uccisione del poliziotto) alla fine (la condanna dei mandanti e degli esecutori materiali del delitto), ma anche perché avevo dedicato alla emblematica vicenda un capitolo non secondario di un libro dedicato proprio a certe Cose di Sicilia e di siciliani.

Cataldo Tandoy nel sedile posteriore della macchina

Ma una risposta credibile non l’ho avuta, da nessuno e men che mai da un paio di ministri dell’interno e da un capo della polizia: l’unica cosa che mi è stata detta è che il sito che lascia sgomenti non è quello ufficiale del corpo, ma uno dei tanti redatti da ex appartenenti alla polizia.

E allora suggerisco una correzione: invece che caduto “nell’adempimento del dovere”, si scriva che Tandoy è stato ucciso per “inadempimento del dovere”; e che, per coprire con un grottesco depistaggio – la gelosia, i partouze, un giro di amanti – il vero motivo della sua eliminazione (si sospettò che il commissario stesse per rivelare, tra gli autori di altri clamorosi delitti, che il mandante dell’assassinio di alcuni esponenti Dc fosse uno dei più noti dirigenti dello scudo crociato in Sicilia, l’ex presidente della regione Giuseppe La Loggia), si erano mobilitati a lungo magistrati e poliziotti di Agrigento almeno sino a quando altri magistrati (di Palermo) non avevano preso il toro per le corna e messo fine ad un indecente balletto da cui solo una potente mafia e il sistema di potere Dc avevano tratto giovamento.

Carabinieri e polizia. Ma che Storia è questa? ultima modifica: 2018-01-11T17:33:38+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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