Togliere di mezzo Assad. E processarlo come criminale di guerra

Il futuro della Siria, la sua ricostruzione, passa inevitabilmente per l’uscita di scena del “macellaio di Damasco”.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Dicono:

Ma se stava vincendo perché avrebbe dovuto usare le armi chimiche?

Insistono:

Sono i jihadisti finanziati dall’Arabia Saudita ad aver utilizzato il gas per costringere l’Occidente a intervenire.

Come non bastasse, l’immancabile riferimento a Israele.

Ci sono i sionisti dietro a tutto. Vogliono colpire l’Iran, partendo dalla Siria.

Di tutto e di più. I difensori nostrani di Bashar al-Assad, e del suo alleato Putin, le hanno provate tutte pur di non fare i conti con una realtà che si è manifestata, nella sua immane tragicità, da quei giorni di marzo del 2011 quando il raìs di Damasco ordinò di aprire il fuoco contro i siriani scesi nelle strade, sull’onda delle “Primavere arabe” per reclamare diritti e libertà. Mente sembra iniziato il countdown per l’intervento anglo-americano (e forse francese) vale la pena ricordare con chi si ha a che fare. Con un criminale di guerra. Con un presidente che, quel marzo del 2011, dichiarò guerra al suo popolo. Allora, la rivolta siriana non aveva avuto una torsione jihadista né si era trasformata compiutamente in una guerra per procura. La grande responsabilità della comunità internazionale, a cominciare dall’allora presidente Usa, Barack Obama, fu di aver peccato di codardia non di interventismo.

Quante red line sono state indicate, superate, senza che accadesse nulla? Quante risoluzioni sono state bloccate al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il diritto di veto esercitato a raffica (sei volte su questioni inerenti l’utilizzo di armi chimiche, dodici dall’inizio della guerra) dalla Russia? Assad ha interpretato l’inazione occidentale nel modo a lui più favorevole: come una licenza di uccidere. E lui questa “licenza” l’ha utilizzata caricandola di un odio viscerale verso un popolo che aveva osato ribellarsi, e per questo andava punito. Lo strumento militare deve restare tale, uno strumento per l’appunto, e non trasformarsi nel fine. La forza non può surrogare la politica. E quando ciò avviene, il disastro è totale: è accaduto con l’Iraq, in Libia.

Questo, a ben vedere, è il limite più grande della “conversione” interventista di Donald Trump: non aver chiari gli obiettivi politici. Come accadde in Libia con Gheddafi, e in Iraq con Saddam Hussein.

Non basta sostenere che “l’animale” di Damasco va punito per il crimine commesso a Douma. Così si avvalora la tesi, falsa, che oggi in Siria come ieri in Libia si sia agito con la forza per una ragione “umanitaria”. Ha facile gioco chi, per smontare questa tesi, fa riferimento alla mattanza curda ad Afrin e nel nord-est della Siria, perpetrata, nel silenzio complice della comunità internazionale, dalla Turchia di Erdoğan. In poco più di un mese, sono stati massacrati più di quattromila curdi siriani, una parte dei quali appartenevano alle milizie dell’Ypg che hanno contribuito a sconfiggere a Raqqa, l’Isis. L’umanesimo non c’entra nulla con gli accadimenti che stanno per segnare quel martoriato paese mediorientale. C’entra qualcos’altro. Su cui occorre confrontarsi. E decidere da che parte si sta.

Il posto più consono per Bashar al-Assad è il banco degli imputati della Corte penale internazionale dell’Aja, che dovrebbe giudicarlo per crimini di guerra e contro l’umanità. Da questo punto di vista, è davvero un particolare secondario, sapere come siano morti buona parte dei 511.000 siriani in una guerra entrata nel suo ottavo anno. Ciò che conta è che tantissimi, la maggioranza, sono stati uccisi dalle forze lealiste, molti di più di quelli fatti fuori dai tagliagole di Abu Bakr al-Baghdadi.

Assad è un criminale di guerra, ma non è uno sprovveduto. Sa bene che per poter restare in vita (politica) deve alzare sempre più l’asticella dell’orrore e della provocazione. Fu così quando decise di liberare dalle prigioni siriane centinaia di jihadisti, tra cui al-Baghdadi. In questo modo, Assad si stava costruendo l’immagine del presidente che fa argine alla trasformazione dell’intera Siria nello Stato della Jihad.

Il “califfo” era funzionale ai disegni del rais. Jihaidizzare la ribellione era il modo migliore, per Assad, di squalificarla agli occhi del mondo. Ma ora che l’Isis non sembra essere più, se mai lo è stata, la principale preoccupazione dell’Occidente, Assad ha bisogno di trovare un’altra chiave per costringere i suoi alleati, russi e iraniani, a far quadrato attorno a lui. Ecco allora lo spostamento di truppe verso il Golan, ai confini con Israele. Ecco il massacro di Douma, Assad punta ad una guerra globale.

Un’azione militare dell’Occidente in Siria finirebbe per destabilizzare ulteriormente la regione, avverte il dittatore (“Queste voci o ogni eventuale azione, contribuirebbero soltanto a destabilizzare ulteriormente la regione”, ha detto Assad dopo aver ricevuto Ali Akbar Velayati, consigliere politico della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei). Si dirà: una buona ragione per non cadere nella trappola. Non è così. Perché le parole di condanna che non hanno conseguenze pratiche, non hanno fermato né fermeranno il tiranno. Si può e si deve ragionare sul “dopo”. E occorre farlo da subito. Ma questo non può voler dire inazione. O proseguire nel valzer delle ambiguità. Come sembra stia accadendo. Crisi in Siria, risposta militare al dittatore Assad, sembra cambiar tutto nelle ultime ore.

L’americano Trump frena, il francese Macron accelera, la tedesca Merkel si sfila: anzi, esclude una partecipazione ad un intervento militare, la cancelliera lo annuncia in conferenza stampa assieme al premier danese. Solo un’ora prima Donald Trump, con un post su Twitter, aveva cambiato la scena di ieri che prefigurava un attacco imminente:

Non ho mai detto quando si verificherà un attacco alla Siria. Potrebbe accadere molto presto o al contrario non così presto. In ogni caso, gli Stati Uniti, sotto la mia amministrazione, hanno fatto un grande lavoro per liberare la regione dall’Isis. Dov’è il nostro “Thank you America?”

Frenata americana non annunciata dal segretario alla difesa Jim Mattis, il più rispettato ministro di Trump: gli alleati, diceva alla tv poco prima, “stanno ancora verificando le informazioni di intelligence” di cui hanno bisogno per provare che il regime di Assad ha condotto l’attacco chimico contro civili.

In mattinata c’era stata una telefonata fra Angela Merkel e Emmanuel Macron sul sospetto attacco con gas a danno di civili siriani. Intervistato in diretta da TF1, il presidente francese ha assicurato di avere la prova che la settimana scorsa siano state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime. La Francia – ha detto il capo dell’Eliseo – vuole

togliere la possibilità di utilizzare armi chimiche [al regime siriano, affinché] mai più si debbano vedere le immagini atroci viste in questi giorni, di bambini e donne che stanno morendo.

Ma sui tempi di un eventuale intervento, il presidente francese si è limitato ad affermare:

Ci sono decisioni che prenderemo quando lo riterremo più utile ed efficace.

Nel frattempo, Donald Trump si era sentito con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan per discutere della delicata situazione nello scacchiere mediorientale: “I due leader hanno concordato di restare in stretto contatto” è il laconico comunicato della Casa Bianca. Meno “diplomatico”, decisamente, l’ex presidente americano Jimmy Carter, che, in merito alla crisi siriana e alle altre aree “calde” in cui gli Stati Uniti sono coinvolti, ha ammonito circa la pericolosità di un attacco, anche su scala ridotta, “che potrebbe andare fuori controllo” e aggiunto che Trump dovrebbe stare lontano da ogni azione militare che coinvolta Corea del Nord, Siria o Russia.

A scrutare il cielo – annota sul Corriere della Sera Guido Olimpio – si può dire che l’operazione punizione è in fase avanzata. Numerosi aerei cisterna Usa, incaricati di rifornire bombardieri strategici e caccia, sono apparsi nel Mediterraneo. Almeno cinque. A Nord e lungo la costa siriana sono tornati quelli per la guerra elettronica e la sorveglianza. I Poseidon P8 decollati da Sigonella, altri partiti da Konia (Turchia) e Creta. Magari, non visto, c’è anche Dragon Lady, il vecchio e affidabile U2. Interessante notare — come segnala su Twitter ItaMilRadar — come il P8 si sia tenuto fuori dall’area dove i russi hanno annunciato esercitazioni. In mare sono pronte almeno tre unità — due americane e una francese — con missili da crociera, sotto di loro un paio di sommergibili, in grado di lanciare ordigni dello stesso tipo. Altri velivoli attendono un ordine nelle basi regionali Usa, da non escludere l’arrivo di B52.

Il canale di comunicazione tra Russia e Stati Uniti in vista dell’attacco americano alla Siria è attivo. A dirlo è il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

La linea diretta esiste, è attiva – ha sottolineato Peskov – per evitare uno scontro tra Russia e Stati Uniti ed è utilizzata da entrambe le parti.

Non sarebbe in programma, al momento, un colloquio telefonico tra Vladimir Putin e Donald Trump. “Parlerò con il presidente russo Vladimir Putin, discuteremo di come fermare questi massacri con armi chimiche”. Cerca di mediare tra Usa e Russia, Erdoğan, intervenuto oggi ad Ankara dopo aver parlato al telefono con Donald Trump.

Proviamo preoccupazione per il fatto che il territorio siriano possa diventare il campo per misurare i rapporti di forza tra potenze straniere.

Gli attori globali e quelli regionali si posizionano, giocano le loro carte, i del tutto incuranti di un popolo in ginocchio, ridotto ad una moltitudine di profughi (oltre sei milioni). Della tragedia siriana, Bashar al-Assad non è parte della soluzione, Bashar al-Assad è il problema. Non il solo, certamente, ma di sicuro uno dei fondamentali. Quando si decide da che parte stare, si deve partire da qui. Perché il futuro della Siria, la sua ricostruzione, passa inevitabilmente per l’uscita di scena del “macellaio di Damasco”.

Togliere di mezzo Assad. E processarlo come criminale di guerra ultima modifica: 2018-04-12T21:23:16+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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