“Israele nazione ebraica”. Democrazia ferita

Minoranze insorgono contro la nuova legge "identitaria" che le esclude. Protestano intellettuali israeliani e della diaspora, come il maestro Barenboim, che dice: “Oggi mi vergogno di essere israeliano”
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Quella ferita brucia ancora. Ed è destinata a sanguinare ancora, entrando nella carne viva della società israeliana. ytali.com ha seguito passo dopo passo l’affermarsi in Israele di un sistema etnocratico, raccogliendo le preoccupazioni di quanti, dentro Israele e nella diaspora ebraica, avevano denunciato la pericolosa deriva identitaria voluta dalle destre che oggi governano il paese. Una deriva che si è fatta legge. La legge dello “stato-nazione ebraica”. Una legge votata a maggioranza dalla Knesset, il parlamento israeliano, e che ha subito scatenato la protesta dei deputati della comunità araba israeliana (1.485.000 persone, circa il 20 per cento della popolazione), che alla Knesset rappresentano, con la Lista Araba Unita, la terza forza parlamentare.

Ora, però, la legge della discordia fa vittime anche nello schieramento oltranzista, all’interno stesso del governo di Benjamin Netanyahu. Ecco allora il ministro delle finanze Moshe Kahlon ammettere pubblicamente che sono stati commessi degli errori nella legge in questione. Errori gravi che dovrebbero portare, secondo Kahlon, alla modifica di alcuni articoli del dispositivo. “L’emanazione della legge dello stato-nazione è stata fatta in fretta”, ha affermato il ministro alla radio dell’esercito, “abbiamo sbagliato e dobbiamo rimetterci mano”.

Benjamin Netanyahu accanto al capo della comunità drusa di Israele

A protestare è anche la comunità drusa. Una protesta tanto più significativa perché i drusi votano a destra, e di certo non possono essere annoverati nel fronte pacifista. Tre parlamentari drusi, di tre partiti diversi, hanno deciso di rivolgersi all’Alta corte di giustizia israeliana perché annulli la legge o, in subordine, ne cassi alcune parti sulla base della violazione dei diritti fondamentali, compreso il diritto all’uguaglianza. Nella legge, sostengono i tre parlamentari drusi, le minoranze non hanno uno status. Quella legge, insistono,

[…] esilia i drusi e altri gruppi, nonostante la lealtà manifestata allo stato, la cui sicurezza hanno contribuito a difendere prestando servizio militare e pagando un alto tributo di sangue.

I drusi si sentono traditi. Tra i tre appellanti c’è Hamad Amar, parlamentare di Yisrael Beitenu, il partito della destra ultranazionalista vicino al movimento dei coloni. Di Yisrael Beitenu, Naftali Bennett, ministro dell’istruzione, è il leader assoluto. Bennett, tra i più fieri sostenitori della legge, ha dovuto ammettere, di essersi reso conto in ritardo di come la legge abbia ferito i sentimenti della comunità drusa d’Israele. “Questo naturalmente non è nell’intenzione del governo israeliano”, ha twittato Bennett.

Questi sono i nostri fratelli di sangue, che stanno fianco a fianco con noi sul campo di battaglia e che sono entrati in un patto di vita con noi. Noi, il governo di Israele, abbiamo la responsabilità di trovare un modo per riparare la frattura.

Una frattura che si sta allargando. Coinvolgendo figure di primo piano dell’ebraismo mondiale. “Oggi mi vergogno di essere israeliano” afferma il pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim con un intervento su Haaretz in seguito all’approvazione alla Knesset della legge che qualifica Israele come “lo stato nazionale del popolo ebraico”. Il significato di quella legge – nota Barenboim – è che 

[…] gli arabi in Israele diventano cittadini di seconda classe. Questa è una forma molto chiara di apartheid.

Barenboim – che è cittadino anche dell’Argentina e della Spagna, nonché cittadino onorario della Palestina – sostiene che il parlamento israeliano ha tradito gli ideali dei padri fondatori del paese. Loro puntavano

alla libertà, alla giustizia, alla pace… promettevano libertà di culto, di coscienza, di lingua, di educazione, di cultura. [Ma settant’anni dopo] il governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di giustizia ed i valori universali con nazionalismo e razzismo.

Barenboim così conclude:

Non riesco a capacitarmi che il popolo ebraico sia sopravvissuto duemila anni, malgrado le persecuzioni ed infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi adesso in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo. Ma questo è esattamente ciò che fa la nuova legge. Pertanto oggi mi vergogno di essere israeliano.

Daniel Barenboim

Concetti che il grande direttore d’orchestra ha sviluppato in un altro articolo pubblicato sull’edizione online di The Guardian, pubblicato, tradotto in italiano da settimananews.it.

Vale la pena riportarne ampi stralci:

Nel 2004 ho tenuto un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, nel quale ho parlato della Dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele. L’avevo allora definita ‘una fonte di ispirazione a credere in ideali che ci avrebbero trasformati da ebrei in israeliani’. Proseguivo ricordando che questo documento fondamentale aveva espresso un impegno: ‘Lo stato di Israele si dedicherà allo sviluppo di questo paese per il bene di tutta la sua gente; sarà fondato sui principi di libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele. Assicurerà piena uguaglianza, diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini senza considerare le diversità di appartenenza religiosa, di razza o di sesso; assicurerà libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura’.

E ancora:

I padri fondatori dello stato di Israele che firmarono la Dichiarazione nel 1948 consideravano il principio di uguaglianza il fondamento della società che stavano costruendo. S’impegnarono anche a ‘perseguire pace e buone relazioni con tutti i vicini, stati e popoli’. Settant’anni dopo, il Governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di uguaglianza e valori universali con nazionalismo e razzismo. Questa legge afferma che soltanto gli ebrei hanno un diritto alla autodeterminazione nazionale in Israele.

E poi:

Mi addolora profondamente dover oggi ripetere le stesse domande che quattordici anni fa avevo posto alla Knesset: è possibile per noi ignorare l’intollerabile distanza tra le promesse della Dichiarazione d’indipendenza e la realtà di Israele? L’occupazione e la dominazione su un altro popolo si accorda alla Dichiarazione di indipendenza? Vi è qualche sensatezza nell’indipendenza di uno a scapito dei diritti fondamentali di un altro? Possono gli ebrei, la cui storia è una collezione continua di sofferenze e persecuzioni incessanti consentire a se stessi di rimanere indifferenti ai diritti e alle sofferenze dei popoli vicini? Può lo stato di Israele permettersi il sogno irrealistico di una fine ideologica del conflitto anziché perseguirne una pragmatica e umanitaria, basata sulla giustizia sociale? Continuo a credere, a dispetto di tutte le difficoltà, oggettive e soggettive, che il futuro di Israele e il suo posto nella famiglia delle nazioni illuminate dipenda dalla nostra abilità di realizzare le promesse dei padri fondatori sancite nella Dichiarazione di indipendenza di Israele.

Infine:

Nulla è veramente cambiato dal 2004. Eppure, oggi abbiamo una legge che ratifica la popolazione araba come cittadini di seconda classe. Ne consegue che si tratta di una forma molto chiara di apartheid. Non penso che gli ebrei abbiano vissuto venti secoli, quasi sempre attraverso persecuzioni e sopportando crudeltà senza fine, per diventare loro stessi oppressori che infliggono crudeltà ad altri. Questa legge fa esattamente questo. Per questo, oggi mi vergogno di essere israeliano.

Nato a Buenos Aires nel 1942 da genitori russi di origini ebraiche, Daniel Barenboim dal 1992 è direttore musicale dell’Opera di Stato di Berlino. Ha ricoperto fra l’altro anche la carica di direttore musicale all’Orchestre de Paris (1975-1989), alla Chicago Symphony Orchestra (1991-2006) e al Teatro alla Scala di Milano (2011-2014).

Un punto di non ritorno. La costituzionalizzazione di una “etnocrazia”.
Gideon Levy, firma storica di Haaretz, censore critico, e per questo odiato, della destra ultranazionalista al potere, racconta così l’evento:

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una delle leggi più importanti della sua storia, oltre che quella più conforme alla realtà. La legge sullo stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano ‘ebraico e democratico’, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno…  Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante.

Identità ebraica e sistema democratico: erano i due pilastri su cui si reggeva l’utopia sionista, quella dei padri della patria. Settant’anni dopo la fondazione dello Stato d’Israele, l’uno, l’identità ebraica assolutizzata e costituzionalizzata, ha finito per minare l’altro: l’idea di una democrazia inclusiva. Un passaggio d’epoca imposto con un voto a maggioranza: a favore del provvedimento hanno votato sessantadue deputati su centoventi: contrari cinquantacinque, compresi i rappresentanti dei partiti arabi. I partiti di centrosinistra e quelli che rappresentano la minoranza araba si sono opposti.

Il timore è che ci sia una deriva «etnica» che finisca per discriminare gli abitanti non ebrei di Israele. È vero che la legge è stata emendata dalle parti più controverse, dopo l’intervento del presidente Reuven Rivlin: per esempio è stato cancellato l’articolo sulla possibilità di creare città o quartieri «soltanto per ebrei». Ma è rimasto l’articolo che prevede che l’arabo non sia più la seconda lingua ufficiale, e quello che stabilisce come “l’intera Gerusalemme unita” sia la capitale dello stato ebraico. Altra norma controversa è quella che sancisce che “lo stato vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico con valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento”.

Il presidente israeliano Reuven Rivlin

La legge è stata esaltata dal premier Netanyahu che ha parlato di “rispetto di tutti i cittadini”, mentre Ayman Odeh leader dei parti arabi ha denunciato che la norma dimostra che Israele “non ci vuole qui”. A colpi di maggioranza, Israele ha perso la sua anima originaria. Quella legge che segna un punto di non ritorno, sancisce la realizzazione di una idea di stato, di popolo, di comunità, che si fonda sull’appartenenza etnica, sull’affermazione di una diversità che crea gerarchia, che al massimo può contemplare la tolleranza ma mai una piena inclusione.

La questione israeliana si chiama, oggi più che mai, “etnocrazia”. L’etnocrazia è, in primo luogo, la sanzione della sconfitta del sionismo e il trionfo del revisionismo di Zeev Jabotinsky, non a caso il punto di riferimento ideologico della destra nazionalista israeliana. Prima che nelle urne, la vittoria della destra etnocratica in Israele, è avvenuta sul piano culturale, sull’aver plasmato la psicologia di una nazione a propria immagine e somiglianza. La destra ha vinto perché ha fatto prevalere, nella coscienza collettiva, Eretz Israel, la Terra d’Israele, su Medinat Israel, lo Stato d’Israele. In questa visione, la Sacra Terra, proprio perché è tale, non è materia negoziabile e chi osa farlo finisce per essere un traditore che merita la morte.

Questo, un traditore sacrilego, è stato Yitzhak Rabin per la destra israeliana che ha armato ideologicamente la mano del giovane zelota, Ygal Amir, che mise fine alla vita del premier-generale che aveva osato stringere la mano al “capo dei criminali palestinesi”, Yasser Arafat, riconoscendo nel nemico di una vita, un interlocutore di pace. E ora, il nemico, o comunque l’estraneo, viene individuato all’interno stesso d’Israele, della sua società, dello stato.

Se non è la morte della democrazia, lo è degli ideali originari del sionismo.

“Israele nazione ebraica”. Democrazia ferita ultima modifica: 2018-07-26T19:21:41+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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