L’ora della borghesia cinese

La crescita della domanda interna traina il popoplo dei creativi e produttori. A loro guarda il Partito comunista per rinnovare la propria piattaforma di rappresentanza sociale.
scritto da MICHELE MEZZA

[SHANGHAI]
Viale Nanchino a Shanghai è l’approdo naturale delle molte carovane di turisti europei che vengono scaricati dalle guide per le rituali due ore di orgia consumistica. Fino a qualche anno fa il lungo ed esclusivo viale, costeggiato da massicci edifici coloniali anni Venti, che sfocia sul leggendario Bund, il lungo fiume orlato dalle residenze della legazione inglese del primo dopo guerra, che guarda stupito lo sfolgorante skyline di Pudong di fronte, era una sequenza dei grandi marchi occidentali, da Bulgari a Uniqlo, da Omega a Gap.

Oggi invece comincia a essere dominato da nuove e battagliare griffe cinesi.
Da Anta, la rivale della Nike nel mercato dei capi sportivi, a Concept, una linea di abbigliamento seducente e rigorosa: quella che era la fabbrica del mondo si propone invece ora come titolare dell’intero ciclo dell’offerta, a partire dalla gestione strategica e artistica delle imprese.

Viale Nanchino, Shanghai

A incuriosire però è quanto questa, per certi versi inevitabile evoluzione del mastodontico complesso industriale cinese, sia orientata e guidata più che dall’onnipresente vocazione all’esportazione, da una evoluzione chiarissima che si coglie, persino da un occasionale turista, della domanda interna.

Salta infatti subito agli occhi come, almeno a Shanghai, i cinesi siano oggi eleganti. Il sabato sera o la domenica pomeriggio sulle due sponde del lungo fiume, dove a centinaia di migliaia si addensano gli shangaiesi, si nota con evidenza un cambio di status.

Non solo i giovani professionisti o gli studenti reduci dall’estero, che guidavano il trend di raffinatezza di qualche anno fa, ma in generale la popolazione: le giovani coppie con bambini, i molti single di mezza età dei due sessi, o anche i riconoscibili residenti dei sobborghi di campagna, che si affacciano sullo scorcio più desiderato della città, appaiono più curati, più compiti, più attenti alla forma, persino quella relazionale. Sicuramente più eleganti.

I giovani, ovviamente, sono in reparto più avanzato, le ragazze con più ambizione, con una combinazione di casual e di vintage che colpisce. Ma soprattutto con una scelta indistinta di design nazionale. Non sembra una volontà autarchica o peggio nazionalista, quanto il ritrovarsi in una proposta di qualità che non deve pagare pedaggi a culture e codici esterni.

Si alimenta così una domanda di soluzioni e sollecitazioni sperimentali, come si colgono nei quartieri della creatività qual è l’ormai fin troppo noto M50 o le vie attorno all’ex legazione francese.

È questa la tanto attesa borghesia cinese che politologi e sociologi occidentali annunciavano come punto di rottura delle flessibilità e tolleranze del sistema a partito unico? Shanghai fa intendere con il ritmo della sua crescita che non è di quel tipo la talpa che comunque sta scavando.

Non si vede il nascere di un ceto potenzialmente in attrito con il regime. Piuttosto si sembra intravedere un’anticipazione, e un’espansione, di quel inizialmente limitato popolo di creativi e produttori che trovano la propria collocazione sul mercato globale a partire dalla crescita di una propria domanda interna.

Viale Nanchino, Shanghai

A questi si capisce che guarda il Partito comunista per rafforzare e articolare la propria piattaforma di rappresentanza sociale ancora basata sull’alleanza dei produttori manifatturieri a cui, con Jiang Zemin, si erano integrati i vertici imprenditoriali e speculativi di successo con l’apertura del partito ai capitalisti cinesi.

Ora arriva una nuova ondata: individualista, alfabetizzata, globalità e competitiva. Sembrano figli di quei giovani metropolitani che trent’anni fa si ritrovarono in una sera di maggio in piazza Tien An Men.

Allora si scagliarono contro un regime che non aveva parole per loro. Quelle parole furono successivamente trovate dal loro persecutore, quale fu Deng Xiaoping, che in un leggendario discorso nel sud del paese nel 1992 aprì le gabbie della competizione interna spiegando che

a volte anche le fenici giovani possono cantare in maniera più armonica di quelle anziane.

Fu il segnale del disgelo, della fiducia l’intesa fra partito e nuove forze dell’intraprendenza dei giovani cinesi.

I successori, da Jiang Zemin a Hu Jintao, fino all’attuale Xi Jinping, hanno pattinato sul ghiaccio trovando nella velocità di sviluppo all’estero la chiave di un arricchimento sostenibile dal sistema. Ora non pare proprio ulteriormente differibile lo spostamento del motore della crescita cinese sulla domanda interna di qualità.

Con quali prezzi e quali conflitti? Da Shanghai, che non è tutta la Cina, ma ne rimane la lente di ingrandimento, sembra plausibile capire che effettivamente le giovani fenici stiano cantando più forte ma con armonia.

L’ora della borghesia cinese ultima modifica: 2018-10-15T13:53:23+01:00 da MICHELE MEZZA

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