Copyright, l’inutilità di una legge

Le nuove regole sul diritto d’autore approvate dal Parlamento europeo servono a ben poco perché la realtà va più veloce del legislatore. E i problemi restano tanti.
scritto da MICHELE MEZZA

La legge sul cosiddetto copyright è poco più di un consiglio per la Silicon Valley. Diciamo una vaga prospettiva, che non turba minimamente i sonni dei monopolisti della rete. Apple ha festeggiato il voto europeo che ha l’ambizione di tagliare le unghie ai proprietari degli accessi indiscriminati ai contenuti, come è la stessa casa fondata da Steve Jobs, lanciando una nuova piattaforma che cambierà ancora una volta radicalmente le regole del gioco fra guardie e ladri dei link.

Il nuovo sistema Apple infatti, combinando produzioni esclusive con citazioni d’autore, impaginerà discrezionalmente ogni contenuto multimediale – news, video, film, fiction ed eventi – a sua assoluta decisione, rigenerando format e prodotti che non avranno più un legame con i contenuti originari e, di conseguenza, saranno sconvolti i tentativi di tutela editoriale e, soprattutto, saranno interrotte ogni relazione fra ogni autore con i propri utenti, sottraendo agli editori il controllo sui data base prodotti dal consumo.

Già così la legge approvata a Bruxelles è carta straccia. Un’ennesima fotografia ad un ghepardo che è già da un’altra parte.

Poi ci saranno le varianti nazionali.

Il voto contrario dei due partiti che compongono la maggioranza di governo in Italia – Lega e Movimento cinque stelle – fa intendere, ad esempio, che il consiglio approvato nel parlamento europeo nel nostro paese avrà percorso che si annuncia lungo e tortuoso .

La disciplina approvata infatti rimanda in sede nazionale la regolamentazione dettagliata di quel complesso sistema che prevede che prima si stabiliscano accordi fra editori e piattaforme e poi gli autori dei singoli contenuti rilanciati dalle piattaforme si possono far pagare dal proprio editore in ragione del link. Un sistema fatto a posta per impallarsi.

Quando, come e con quali modalità si faranno questi accordi? E gli editori in che misura saranno tenuti a ribaltare agli autori la remunerazione dei link che avranno strappato ai service provider? E se un paese, come ad esempio il governo italiano non dovesse adottare automaticamente la normativa, o lo facesse con una gamma di eccezioni o di definizioni che le renda inafferrabili? O se le norme saranno meccanicamente adottate in modo da risultare già vecchie alla loro approvazione, come ad esempio nel caso della nuova piattaforma Apple?

Tutto questo porterà ad un riprodursi di infiniti contenziosi: editori, produttori cinematografici, giornalisti, scrittori, filmmakers, rivendicheranno la tutela che la legge ha promesso. Mentre i tronfi padroni delle piattaforme si appelleranno all’inapplicabilità delle norme.

Già Google ha sornionamente fatto trapelare il dato di circa quattro miliardi e mezzo di link che dovrebbe cancellare per rispondere alla domanda di tutela di circa 160 mila fra imprese ed associazioni che, in vista della nuova norma, hanno già annunciato il loro ricorso per proteggere i loro contenuti. Con la piccola postilla che ogni volta che si cancella un link che permette di raggiungere un file video o testuale ne nascono altri dieci. Una vera fatica di Sisifo, si lamentano i poveri web master di Mountain View che vorrebbero rispettare la legge, ma proprio non possono.

In realtà, è esattamente il modello di business su cui sono attestati i colossi della Silicon Valley che non permette alcuna trasparenza legale. Lo hanno dimostrato in questi giorni i giornalisti del Washington Post, testata di proprietà di un altro Tycoon digitale quale è Jeff Bezos, il capo di Amazon, che spiegano come la permanenza di filmati in rete quali ad esempio quello relativo al massacro in Nuova Zelanda – per ore e ore le immagini dell’eccidio hanno prodotto contatti e like – sia strettamente connessa proprio al sistema di indicizzazione e directory delle piattaforme che individuano la tipologia, il contenuto e l’effetto che produce traffico di testi e video, rendendoli automaticamente virali.

Parliamo di quel fenomeno che il Mit di Boston ha definito Website morphing, ossia la modalità per cui si ricostruisce l’identikit di ogni singolo utente per comprenderne bisogni e vulnerabilità commerciali.

La viralità è la vera moneta di scambio fra piattaforme e autori. Basta guardare i titoli delle notizie in line anche delle testate più prestigiose, tutti volti a solleticare gli istinti peggiori di ognuno di noi per portarci al fatidico click di condivisione. In questo passaggio, tracciando lo scorrimento del cursore sulla notizia e sull’intera pagina del sito che stiamo guardando, la piattaforma accresce la sua conoscenza intima di noi, accumulando la vera materia prima della rete: i dati profilanti.

In questo modo ogni singolo elemento del contenuto, l’aggettivo del titolo, l’inquadratura del video, la didascalia della foto, diventa un grafo, ossia un sistema semantico che identifica e decifra le relazioni fra scelte omogenee in rete di milioni di persone. Più o meno quel giochino che facevamo da piccoli, e neanche tanto piccoli, sulla Settimana Enigmistica, congiungendo tutti i punti in un quadrato e facendo così, via via affiorare una figura.

Il grafo e un sistema dinamico che collega tutte le affinità di comportamento in rete dandogli una dinamica produttiva. Cambridge Analytica, tanto per citare qualche furbacchione, era in realtà un broker di infiniti grafi elettorali.

Mentre ogni piattaforma produce grafi sociali collegando tutti coloro che cliccano su siti che mostrano video con la fase di lancio del gioco del curling (le bocce su ghiaccio). In questo modo chiunque abbia da vendere vestiti per il curling saprebbe subito a chi destinare la propria comunicazione. Se questi dati non vengono resi automaticamente disponibili per i titolari dei contenuti, ma rimangono patrimonio discrezionale delle piattaforme si altera il mercato. Si crea quella situazione di informazione asimmetrica, descritta nel famoso saggio sul mercato dei limoni dal premio Nobel per l’economia George Akerlof.

Infatti se nella compravendita di limoni, il venditore è in grado di avere informazioni più complete e dettagliate sul prodotto degli acquirenti si crea un’alterazione del mercato, per cui il venditore stesso sarà portato a smerciare prodotti di bassa qualità, dato che nessuno gli può contestare il dato per mancanza di informazioni, ma altresì porta l’acquirente, conscio della condizione di squilibrio in cui opera, a dare per scontato che quei limoni che lui acquista non sono di livello, per cui tenta di recuperare con il basso costo. In questo modo viene escluso forzatamente il prodotto di qualità dal mercato.

Quanti limoni si vendono ogni giorni su Google e Facebook?

Si comprende dunque come nel mondo digitale l’accesso e l’elaborazione dei dati sia ancora più importante della retribuzione per un produttore, o un acquirente. Sono i dati che gli permettono infatti di valorizzare il proprio lavoro, rendendolo pertinente e coerente con una molteplicità di nuovi clienti.

A questo punto se l’ordinaria retribuzione a tariffa – tanti articoli di giornali hai linkato tanto mi devi dare – diventa ingestibile, e comunque sarebbe mistificante di un altro valore – i dati – che comunque verrebbe occultato dalle piattaforme, come procedere per non consegnarsi rassegnati allo strapotere di Google e Facebook come, ad esempio, quella sciera di libertari e pirati di ogni risma reclamano, ripetendo le ragioni delle ben pagate lobbies della Silicon Valley? Forse sarebbe il caso di prendere in parola i capitani degli imperi digitali.

In questi mesi in cui a Bruxelles si sono agitati centinaia di avvocati e agitatori, improvvisamente presi dal sacro furore della difesa della libertà in rete, è stata ripetutamente urlato un principio: la circolarità dei contenuti prevale sulla loro proprietà. Questo è la pietra angolare della rete: internet diventa una civiltà proprio perché la sua peculiarità è quella di promuovere la circolarità di ogni contenuti e relazione, moltiplicandone gli accessi e la consapevolezza sociale. Questo è stato l’effetto della connessione neurale: espandere geometricamente la conoscenza. Un valore che non può certo rallentare per un futile motivo quale è l’accertamento della proprietà fiscale di questo o quel contenuto.

Sarebbe stato come impedire agli enciclopedisti di comporre un’opera che ha dato monumentale percezione della cultura solo perché le formule chimiche o le ricerche botaniche che pubblicavano erano di proprietà privata. 

Ma la circolarità come valore civile, come spazio pubblico, come dimensione statuale dell’eguaglianza, come presupposto della competitività, deve poggiare su un valore indiscusso e fondante la comunità civile che è la reciprocità.

Qualsiasi condizione o vincolo che intervenga in una relazione fra due entità, sociali, o giuridiche deve essere reciproca per valere. È la base dei nostri codici. In caso contrario subentra la nullità dell’atto. Qualsiasi contratto, o impegno, è considerato nullo se non è maturato in un regime di reciprocità.

Nel nostro caso il principio della circolarità dei contenuti come motore della diffusione del sapere e della consapevolezza, in virtù del quale sono stati smantellati colossi proprietari, come le grandi case discografiche o i gruppi editoriali, può valere se insiste su tutta la filiera dei contenuti digitali, a cominciare dai sistemi di calcolo e dai data base profilanti. È questo il principio che rende coerente con l’ambiente reticolare e funzionale con l’intraprendenza individuale la nuova economia del link.

Infatti basando sulla reciprocità della condivisione fra copyright e algoritmi o dati l’interscambio noi potremmo automaticamente ricostituire le condizioni paritarie e innovative in cui la rete era nata e si è diffusa, come ha più volte spiegato Tim Berners-Lee. Da una parte ridimensioneremmo, automaticamente, il potere debordante dei service provider, che non sarebbero più gli unici titolari del potere di indirizzamento di un link, dall’altro ridaremmo mercato al pulviscolo di operatori individuali o imprese di content providers che potrebbero riprogrammare gli asset tecnologici delle infrastrutture per proporre nuove applicazioni e nuovi formati dei propri contenuti.

Giornalisti, registi, scrittori, architetti, giardinieri, medici, potrebbero scambiare i propri corredi di saperi e competenze, che oggi le piattaforme condividono surrettiziamente, con l’accesso a quei sistemi distributivi o di ricerca che al momento gli sono preclusi. Si riaprirebbe un’economia dell’artigianato, dove non è più il gigantismo del calcolo a discriminare le opportunità di successo, ma solo la capacità di ideare adattamenti e design di contenuti e servizi per specifiche utenze.

Se ci pensiamo è proprio quello che alla metà degli anni Sessanta i ragazzi del free software istintivamente praticarono, senza ideologie o veli culturali, per il semplice fatto che la materia prima che valorizzava il loro lavoro era diffusa, abbondante e autoperformante con l’uso. Ed è quello che oggi le grandi città potrebbero organizzare nei loro nuovi piani regolatori delle intelligenze e delle connessioni dove stabilire procedure e regole per condividere sistemi e piattaforme tecnologiche in cambio della condivisione dei saperi metropolitani.

Una pratica questa delle intese territoriali fra comunità e proprietari del calcolo che risponde alla nuova necessità dell’economia della conoscenza, che pretende ormai che ogni abilità o sapere debba essere intermediato da strumenti informatici. Se limitiamo e privatizziamo l’accesso a questi strumenti è come se avessimo inibito l’uso dei libri. Ritorneremo alla suggestione orwelliana di un solo grande fratello. 

Mentre, ci spiega Jaron Lanier, solo una rinascita di una classe media dell’informazione, che renda diffusa e moltiplicabile la risorsa del sapere può oggi ripristinare la potenza liberalizzante del digitale. L’appiattimento della geografia sociale in solo due classi: calcolanti e calcolati, ci racconta molto di un populismo protestatario e subalterno che si sta diffondendo proprio nel cuore dello sviluppo capitalista.

Due secoli fa l’Occidente colse l’opportunità di trasformare il conflitto sociale che nasceva nella pancia di un’industrializzazione selvaggia come una straordinaria occasione per riprodurre il dinamismo rinascimentale, dando agli individui il controllo dei proprio destino. La fabbrica divenne una matrice di sviluppo e di benessere progressivo.

Oggi si ripropone l’occasione. Una rete plumbea dove solo una navigazione individuale alla ricerca di materiali per supplire ai propri bisogni, nei ranghi di una sudditanza linguistica e culturale a pochi padroni delle piattaforme sta degradando l’area atlantica, e non emancipando quella del Pacifico.

È la capacità di dare vita autonoma ai propri strumenti che rende una democrazia civile. Ce lo spiegava nel 350 a.C. già Aristotele ne La Politica:

Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo e, come dicono che fanno le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto i quali a sentire il poeta “entrano di proprio impulso nel consesso divino”, così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati né i padroni di schiavi.


Copyright, l’inutilità di una legge ultima modifica: 2019-03-26T19:47:16+02:00 da MICHELE MEZZA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento