Israele, la diaspora, la memoria

Due visioni dell’Olocausto. Due visioni dell’identità israeliana. Due visioni della politica estera. Le fratture politiche dentro lo stato ebraico e tra esso e le comunità nel mondo, specie americana, sono alimentate ed enfatizzate dal protagonismo di Trump e di Netanyahu e dal loro legame strategico.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

In un paese come Israele che si “nutre” di memoria, dove il passato non passa e diviene anzi il fondamento per costruire narrazioni politiche volte a conquistare voti e vincere elezioni, non c’è tema che si presti a questa operazione di quanto lo sia la Shoah. In discussione, sia chiaro, non è l’importanza che questo evento senza paragoni nella storia dell’umanità, abbia avuto e continui avere, a settantun anni dalla fondazione dello stato d’Israele, nella definizione dell’identità nazionale. Un’importanza assoluta. La storia della Shoah è materia d’insegnamento nelle accademie militari, ha uno spazio definito nei palinsesti televisivi.

Il punto è un altro. Ed esso riguarda un tema che ytali ha sviluppato in più articoli. Un tema che resta irrisolto e che i risultati delle elezioni del 9 aprile, con la vittoria di una destra fortemente radicalizzata in molte delle sue componenti, ha ulteriormente acuito. A dividere le “due Israele” è la visione che si ha dell’Olocausto. È la lettura che se ne dà che porta con sé decisive conseguenze di carattere politico, culturale, identitario. 

Benjamin Netanyahu in occasione del giorno del ricordo dell’Olocausto (1-2 maggio)

Visioni contro. E in un Paese che si “nutre” di memoria, questo non è tema circoscrivibile al confronto tra storici. Quest’ultimi, come emerge da un interessante report di Haaretz, tendono a dividere i diversi approcci alla Shoah in due categorie principali. La visione “particolaristica” vede la distruzione dell’ebraismo europeo come un singolare evento storico, la principale lezione da cui deriva la necessità di mantenere un forte Israele che difenderà gli ebrei a ogni costo e in ogni modo possibile. Un dibattito che non nasce oggi, ma che ha attraversato la storia dello stato ebraico segnandone anche la vita politica.

Una riflessione, questa, che va oltre la classica divisione destra/sinistra, come testimonia quest’episodio. A governare in quel tempo Israele era un primo ministro laburista, un uomo che lasciò il segno, esaltante e tragico allo stesso tempo, nella storia d’Israele: Yitzhak Rabin. Rabin era allora alla guida di una coalizione di centro-sinistra e a ministro dell’istruzione c’era una donna straordinaria, ora scomparsa, figura storica del pacifismo israeliano, fu tra le fondatrici di Peace Now, e leader del Meretz, la sinistra sionista: Shulamit Aloni.

Da ministra dell’istruzione, Aloni decise di sospendere le visite ad Auschwitz, Dachau, e agli altri lager nazisti, per gli studenti israeliani. La ragione era che la destra israeliana usava lo shock prodotto da quelle visite per costruire la sua propaganda politica, fondata sulla “visione particolaristica” della Shoah. Contro la decisione di Shulamit Aloni si scatenò una campagna furibonda, una levata di scudi talmente pervasiva da portare Rabin, politico tutt’altro che accomodante, a decidere lo spostamento di Aloni a capo di un altro dicastero. Per i propugnatori di questa visione, lo sterminio di sei milioni di ebrei portava con sé non solo la necessità, vitale, di statualizzare il focolare nazionale ebraico, ma che quella tragedia senza pari legittimasse Israele a fare di tutto, e di più, per evitare il ripetersi di una seconda Shoah.

I più critici di questo uso politico dell’Olocausto, accusano i propugnatori di avere usato quella tragedia come arma di ricatto politico verso l’Europa (“come osate criticarci, voi che siete stati la terra dei pogrom e dei lager”) e gli Stati Uniti (“sapevate dell’esistenza di quel campi di sterminio, ma invece di intervenire per liberarli, li avete considerati un obiettivo secondario, rispetto alla necessità di arrivare a Berlino prima dei russi”).

In altri termini, sia quando agiamo con il pugno di ferro contro i palestinesi, sia nelle guerre contro gli arabi, sia quando chiediamo di arginare il regime “negazionista” di Teheran, lo facciamo forti dell’insegnamento della Shoah: mai più permetteremo questo.

A questa visione se ne contrappone un’altra. Una visione “universalistica” che considera l’Olocausto come l’espressione più estrema del razzismo e dell’odio nei confronti dell’altro da sé, e la sua lezione è applicabile al mondo nel suo complesso. I “particolaristi”, rimarca Haaretz. enfatizzano le vittime del crimine; gli “universalisti” i suoi autori, compresi quelli che non hanno alzato la voce per protestare, o che hanno girato le spalle trincerandosi dietro “non sapevamo, non potevamo sapere di quest’aberrazione”.

Con alcune eccezioni, autorevoli ma comunque minoritarie, Israele ha abbracciato la visione particolaristica dell’Olocausto sin dall’inizio. In particolare, sotto la guida dei i governi di destra, da Menachem Begin a Benjamin Netanyahu, si è trincerato nell’approccio centrato sugli ebrei. Sebbene le testimonianze dei sopravvissuti durante il processo Eichmann abbiano innescato un cambiamento radicale nei loro atteggiamenti, fino ad ora visti come resti di ebrei mandati alla loro distruzione come “pecore al massacro”, l’attenzione sul nazionalismo e sull’eredità sionista dell’Olocausto rimase intatta. 

Cittadini israeliani si fermano per due minuti in occasione della giornata del ricordo dell’Olocausto (Yom HaShoah)

L’approccio universalistico, condannato come “pericoloso” dal presidente Reuven Rivlin due anni fa in un discorso sulla Giornata della memoria dell’Olocausto, è praticamente scomparso dal discorso pubblico israeliano. Riportiamo di seguito parte di un articolo scritto per Haaretz da uno dei più autorevoli storici israeliani: il professor Zeev Sternhell (l’articolo è del 1 Marzo 2018):

Spesso mi chiedo come, tra cinquanta o cent’anni, uno storico interpreterà la nostra epoca. Quand’è – si chiederà – che la popolazione in Israele ha iniziato a realizzare che lo Stato, nato dalla guerra d’indipendenza, sulle rovine dell’ebraismo europeo, e pagato col sangue dei combattenti, alcuni dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, si è trasformato in una tale mostruosità per i suoi abitanti non ebrei? Quand’è che alcuni israeliani hanno capito che la loro crudeltà e la capacità di prevaricazione sugli altri, palestinesi o africani, ha iniziato a erodere la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana? La risposta, potrebbe dire quello storico, è racchiusa nelle azioni di parlamentari come Miki Zohar e Bezalel Smotrich e nelle proposte di legge del ministro della giustizia Ayelet Shaked. La legge dello Stato-nazione, che sembra formulata dal peggiore degli ultranazionalisti europei, è stata solo l’inizio.

Continua poi:

Dato che la sinistra non ha protestato contro di essa nelle manifestazioni in Rotschild Boulevard, quella è stata l’inizio della fine della vecchia Israele, la cui dichiarazione di indipendenza rimarrà come pezzo da museo. Un reperto archeologico che insegnerà alla gente ciò che Israele sarebbe potuta diventare, se solo la sua società non fosse stata disintegrata dalla devastazione morale causata dall’occupazione e dall’apartheid nei Territori. La sinistra non è più in grado di sconfiggere l’ultranazionalismo tossico che si è sviluppato qui, la cui versione europea ha praticamente sterminato la maggioranza del popolo ebraico.

E conclude:

Le interviste per Haaretz di Ravit Hech a Smotrich e Zohar dovrebbero essere ampiamente diffuse su tutti i media in Israele e nel mondo ebraico. In entrambe, si nota non solo un crescente fascismo israeliano, ma anche un razzismo simile al nazismo degli esordi. Come ogni ideologia, la teoria nazista della razza si è sviluppata nel corso degli anni. All’inizio, ha solo privato gli ebrei dei loro diritti umani e civili. È possibile che, se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, la “questione ebraica” si sarebbe risolta con la sola espulsione “volontaria” degli ebrei dalle terre del Reich. Dopotutto, molti ebrei austriaci e tedeschi erano riusciti ad andarsene in tempo. È possibile che questo sia il futuro dei palestinesi.

Le cose si sono sviluppate in modo diverso per gli ebrei americani, specialmente durante gli anni precedenti la Guerra dei sei giorni. Mentre Israele si preoccupava di essere intrappolato in un ghetto del Medio Oriente, circondato da nemici che cercavano di portare a termine il lavoro iniziato dai nazisti, l’America fu spazzata dalle tempeste della lotta per la parità di diritti.

I soldati ebrei tornano dalla guerra con ricordi brucianti di genocidio e campi di concentramento, insieme agli ebrei più giovani inorriditi per quello che percepivano come il silenzio dei loro genitori, vissero la segregazione razziale nel Sud e la discriminazione contro i neri nel Nord come qualcosa di analogo alle politiche naziste verso gli ebrei negli anni Trenta.

Molti di loro si sono offerti volontari per fungere da avanguardia del movimento per i diritti civili. Si identificarono con esso – e furono così identificati dagli altri.

I giorni ansiosi prima della guerra del 1967 suscitarono timori sia in Israele che negli Stati Uniti di un nuovo Olocausto; la vittoria rapida e decisiva dell’esercito israeliano è stata vista come la risposta miracolosa degli ebrei, un segno divino, come un parziale risarcimento per ciò che avevano subito con la Shoah. 

L’espressione “mai più”, promossa per la prima volta dalla Jewish Defense League del rabbino di New York Meir Kahane, il cui movimento venne messo fuorilegge in Israele per razzismo, fu adottata dalla comunità ebraica americana nel suo insieme, in entrambe le sue connotazioni particolaristiche e universalistiche. 

Gli ebrei americani abbracciarono Israele e divennero il loro alleato strategico, ma l’eredità della loro lotta a fianco degli africano-americani, nonostante la loro reciproca caduta, rimase impressa nella loro coscienza collettiva, insieme al loro timore primordiale dei governi che alimentano il razzismo e fomentano l’odio contro le minoranze.

Il tweet di Donal Trump per congratularsi della vittoria di Benjamin Netanyahu

L’era di Donald Trump ha accentuato le divisioni nei due diversi approcci e li ha portati al centro della scena. In Israele, la maggioranza ebraica è diventata sempre più sospettosa – e alcuni dicono sulla scia della legge dello stato-nazione, sempre più tormentata – verso le minoranze, mentre gli ebrei americani si considerano improvvisamente una minoranza minacciata dalla maggioranza bianca che ha eletto Trump.

Gli ebrei israeliani vedono Trump come il loro amico più sicuro, mentre i loro cugini ebrei negli Stati Uniti vedono il presidente come un fomentatore di odio verso le minoranze, pericoloso per l’America in generale e per il loro stesso benessere in particolare. Gli israeliani vedono i recenti attacchi alle sinagoghe di Pittsburgh e San Diego come aberrazioni che distolgono l’attenzione dalla principale minaccia dell’islam radicale. Gli ebrei sono stati massacrati nei loro luoghi di culto, secondo la visione prevalente, per nessun’altra ragione che essere ebrei. La maggior parte degli ebrei americani ritiene che Trump abbia liberato il genio mortifero della supremazia bianca dalla sua bottiglia, compreso l’odio per la Weltanschauung universalistica degli ebrei e l’impulso a rivendicare la vendetta storica per la loro solidarietà con i neri. 

La parte particolaristica della loro visione del mondo significa che solo pochi estremisti ai margini degli ebrei americani osano associare l’amministrazione Trump – o il governo Netanyahu – al regime nazista. I sostenitori dell’approccio universalistico, d’altro canto, detengono sia obiettivi meritori di protesta sia resistenza, prima che sia troppo tardi.

Ottant’anni dopo l’inizio della guerra che ha “facilitato” l’Olocausto, ora le sue visioni divergenti sono uno dei principali elementi costitutivi del muro che separa sempre più i suoi sopravvissuti. Quelle visioni interrogano anche il rapporto tra religione e politica, e l’uso enfatico, strumentale, che quest’ultima fa della prima. Un discorso che non riguarda solo i regimi teocratici islamici, ma che chiama in causa anche l’Occidente. E l’America di The Donald.

Trump è stato mandato da Dio per salvare Israele dall’Iran.

In un’intervista a Christian Broadcasting Network, una settimana prima del voto in Israele, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha risposto così alla domanda se l’attuale presidente degli Stati Uniti fosse paragonabile alla figura biblica di Ester, che si dice abbia salvato gli ebrei con l’aiuto di Dio. “Da cristiano, credo certamente sia possibile”, ha dichiarato Pompeo, sperticandosi in lodi dell’amministrazione Trump per aver assicurato che “lo stato ebraico rimarrà”. Il segretario di stato Usa si è detto poi “fiducioso che il Signore sia al lavoro qui“.

Israele, la diaspora, la memoria ultima modifica: 2019-05-04T13:35:50+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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