Iran. Trump agli alleati: armiamoci e partite

L‘impulsiva e irrazionale gestione dell’escalation nei confronti degli ayatollah sembra avere l’unico effetto, finora, di creare seri problemi agli europei e ai paesi della regione.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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È una rappresentazione che non funziona, perché resta in superficie e non fa i conti con le sempre più complesse dinamiche geopolitiche, oltre che militari, che segnano le prove muscolari in atto da settimane nelle acque del Golfo Persico. La narrazione che va per la maggiore, pigra e semplicistica, è che quello in atto sia uno scontro a due: Stati Uniti versus Iran, Trump contro gli Ayatollah.

Non è così. Perché, come rimarcano gli attenti analisti dei media americani, a cominciare dal Washington Post, una cosa è certa: The Donald non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in una guerra diretta, campale, contro Teheran. Non devono trarre in inganno i tweet “esplosivi”, sparati a raffica dall’inquilino della Casa Bianca. Una cosa è la “guerra mediatica”, altra è quella combattuta sul terreno, quella nella quale si contano i morti e si valutano costi e benefici anche in chiave interna.

L’Ayatollah Khamenei

A mettere bene in chiaro che se dovesse scoppiare un conflitto con l’Iran, esso non sarebbe circoscrivibile in qualche scaramuccia locale, ma assumerebbe da subito i caratteri di una guerra totale, ci hanno pensato i generali del Pentagono. E poi, il prossimo sarà l’anno elettorale per Trump, con le elezioni presidenziali del novembre 2020. E tutti i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli americani tutto vuole meno che vedere il proprio paese, e i propri figli, impegnati in una nuova guerra nel sempre più lontano, ai loro occhi, Medio Oriente.

E allora? Come non impegnarsi direttamente ma al tempo stesso non darla vinta ai pasdaran khameinisti?

I più stretti collaboratori del tycoon americano, ci hanno pensato e ripensato, tirando fuori la loro quadratura del cerchio: la “coalizione dei volenterosi”. Che, tradotta in termini più diretti e chiari, dar vita ad una sorta di “Nato sunnita” impegnata a contrastare nel Golfo Persico il nemico sciita. Una “coalizione” allargata all’alleato più fedele degli Usa in Europa, il Regno Unito.

Giovedì scorso, ricorda il Washigton Post, sono stati gli inglesi a trovarsi in acque agitate mentre una petroliera britannica transitava nello Stretto di Hormuz, la via marittima utilizzata per gran parte delle spedizioni petrolifere mondiali. Secondo il governo britannico, tre navi iraniane hanno cercato di bloccare l’ingresso allo stretto, spingendo una scorta navale britannica, la HMS Montrose, “a posizionarsi tra le navi iraniane” e la petroliera di sua Maestà.

Il governo iraniano ha negato qualsiasi scontro, ma l’incidente arriva in un momento di tensione nel Golfo. Poco più di un anno dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare con l’Iran e altre potenze mondiali, Teheran questo mese ha iniziato a superare il limite dell’accordo sull’arricchimento dell’uranio. La mossa ha relativamente poco effetto pratico ma è un colpo simbolico alla diplomazia.

Le rotte di navigazione lungo la costa del Golfo iraniano, tuttavia, forniscono il potenziale per un conflitto nel mondo reale. Un certo numero di petroliere nel Golfo di Oman è stato danneggiato negli ultimi mesi in possibili attacchi di sabotaggio. Quando l’Iran ha abbattuto un drone senza sorveglianza negli Stati Uniti a giugno, gli Stati Uniti hanno persino elaborato piani per un attacco di rappresaglia.

L’escalation di tensioni tra Iran e Gran Bretagna è iniziata quando le forze britanniche hanno assistito le forze locali nel catturare una superpetroliera iraniana nel Mar Mediterraneo, vicino al territorio britannico di Gibilterra il 4 luglio. Il governo britannico ha poi affermato che la nave stava violando sanzioni commerciali con la Siria. Una disputa tra Gran Bretagna e Iran – annota ancora il Washington Post – sarebbe accolta con favore dall’amministrazione Trump, che ha lottato per convincere le nazioni europee che la sua linea dura con l’Iran è necessaria.

“Ottime notizie”, ha twittato la scorsa settimana il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, quando la Gran Bretagna ha “sequestrato” la petroliera iraniana. Ma di più Londra non intende fare. Tra le crisi politiche interne che non sembrano avere soluzione di continuità, il Regno Unito ha cercato di rimanere nell’accordo con l’Iran insieme ad altre nazioni europee, Francia e Germania in primis.

E poi c’è un altro elemento di cui tener conto: a differenza degli Stati Uniti, negli ultimi anni la Gran Bretagna non è diventata meno dipendente dal petrolio e dal gas dal Medio Oriente, ma di più. L’Iran sembra aver tentato di mettere in pratica la sua minaccia contro le navi battenti bandiera britannica in seguito al sequestro di una nave cisterna iraniana al largo di Gibilterra, annota Jonathan Marcus, analista militare della Bbc.

Ma sebbene questo incidente abbia una dimensione essenzialmente bilaterale, è anche un forte richiamo al fatto che le tensioni nel Golfo sono tutt’altro che rientrate. E con la disputa in corso attorno all’accordo sul nucleare con Teheran, le cose potrebbero solo peggiorare. L’episodio – rimarca ancora Marcus – potrebbe dare ulteriore impulso agli sforzi degli Stati Uniti per mobilitare una forza navale internazionale nel Golfo per proteggere la navigazione internazionale. Ma più preoccupante di tutto, mostra che gli elementi all’interno del sistema iraniano – il braccio navale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, o qualsiasi branca militare legata ai Pasdaran – sono intenti ad alimentare la tensione.

Questo inevitabilmente fa il gioco del presidente Trump mentre la Gran Bretagna e i suoi principali partner europei lottano per mantenere in vita l’accordo nucleare. Ma i dubbi di Londra sull’“armiamoci e partite” americano è poca cosa se rapportato alle preoccupazioni che investono i paesi del Medio Oriente profondamente ostili all’Iran.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno speso molto tempo, sforzi e denaro nel tentativo di influenzare l’opinione dell’amministrazione Trump sull’Iran. L’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare del 2015 testimonia un’indubbia vittoria da parte delle petromonarchie del Golfo (e del loro alleato ormai neanche troppo occulto, Israele).

Ora, però, Trump non sembra voler calzare l’elmetto e ai suoi alleati fa sapere che l’America può svolgere una funzione di coordinamento, sviluppare un lavoro di intelligence, ma se si vogliono proteggere petroliere e interessi all’oro nero legati, beh, gli alleati del Golfo devono pensarci da soli.

E qui le cose si complicano, e di tanto.

Da un lato, vogliono dimostrare che i miliardi di dollari di acquisti militari non sono andati sprecati, che possono aiutare a difendersi.

dice al WashingtonPost Henry Rome, analista del Medio Oriente presso l’Eurasia Group di New York.

Ma non vogliono dare l’impressione di poter difendersi da soli, per timore di indurre Trump a fare i bagagli e tornare a casa.

In particolare, finora sia i funzionari sauditi che quelli degli Emirati hanno offerto risposte relativamente deboli ai presunti tentativi iraniani di interrompere il commercio nel Golfo.

Dobbiamo affrontare chiaramente il comportamento dell’Iran, ma allo stesso tempo non essere aggrediti

ha dichiarato il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, in un’intervista rilasciata a Bloomberg Television dopo che le navi cisterna sono state danneggiate a maggio.

Questa è la regione in cui viviamo ed è importante per noi gestire questa crisi.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti devono essere stati allarmati anche quando hanno visto Trump ospitare questa settimana il capo dello stato rivale del golfo Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, alla Casa Bianca. Il Qatar è il paese sunnita del Golfo più vicino a Teheran.

Secondo il piano del generale Joseph Dunford, capo dello stato maggiore congiunto delle forze statunitensi, gli americani fornirebbero sorveglianza dello spazio marittimo mentre le navi sarebbero scortate dalle nazioni di cui battono bandiera. Le zone più a rischio sono proprio lo stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, lo stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden.

Mike Pompeo e John Bolton

Già il mese scorso il segretario di stato americano, Mike Pompeo, aveva auspicato che almeno una ventina di paesi, compresi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, si impegnassero in un’alleanza per la sicurezza marittima. Immediato era arrivato il sì del ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed al-Nahyan, citato dall’agenzia ufficiale Wam:

La regione è complessa e ha molte risorse, siano esse gas o petrolio, che sono necessarie per il resto del mondo. Vogliamo che il flusso di queste risorse rimanga sicuro per garantire la stabilità dell’economia mondiale

ha affermato il ministro emiratino. Ma da soli non possono farcela.

E allora si torna alla madre di tutte le domande: che diavolo ha davvero in testa Donald Trump? È facile discernere ciò che la maggior parte dei paesi coinvolti nella crisi vuole ora, rileva in proposito il Washington Post. L’Iran vuole che le sanzioni vengano abolite alle sue condizioni. Gli alleati europei vogliono rimanere nell’affare Iran e mantenere le tensioni basse. Anche paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno un obiettivo ragionevolmente comprensibile di combattere l’influenza dell’Iran nella regione senza ricorrere alla guerra.

Ma gli obiettivi imperscrutabili degli Stati Uniti lasciano tutti in perdita. Alcuni membri dell’amministrazione Trump (il duo Pompeo&Bolton) hanno sostenuto a spada tratta il cambio di regime in Iran, mentre altri dicono che vogliono che gli Stati Uniti restino nell’accordo nucleare. In mezzo c’è lui, l’amletico presidente. La guerra non la vuole, ma non vuole neanche perdere la faccia, e i contratti miliardari, con i suoi amici e alleati sauditi.

Iran. Trump agli alleati: armiamoci e partite ultima modifica: 2019-07-14T10:39:23+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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