Bojo. Ovvero il declino dell’impero britannico

Chi è Boris Johnson, il nuovo premier del Regno Unito, in un profilo scritto dal giornalista francese Jean Quatremer in occasione della nomina dell’esponente tory, tre anni fa, a ministro degli esteri.
scritto da JEAN QUATREMER

È ufficiale: Boris Johnson, “Bojo”, sarà il nuovo primo ministro inglese, colui che condurrà, forse, il prossimo 31 ottobre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea. Vale la pena riproporre per i lettori di ytali qui di seguito il ritratto che ne diede esattamente tre anni fa su The Guardian il giornalista francese Jean Quatremer, corrispondente da Bruxelles di Libération e animatore del blog Coulisses de Bruxelles (“Dietro le quinte di Bruxelles”).
Sulla scorta del profilo scritto allora, Quatremer commenta oggi che “vedere questo bambino viziato, che mente come un bambino, e che presenta posizioni ideologiche tanto solide quanto quelle di un gelato al sole, accedere alle porte del potere fa pensare ai partner di Londra di assistere alla proiezione del film “Il declino dell’impero britannico”, per parafrasare il titolo del film quebecchese “Il declino dell’impero americano… In fin dei conti Boris Johnson è lo specchio della classe politica inglese, un politico che gioca cinicamente con l’avvenire dei suoi concittadini per impossessarsi del potere… A Bruxelles si commenta che sarebbe capace di ogni cosa, anche di rinunciare alla Brexit se ci vedesse un suo tornaconto personale”. Forse per questo il grande statista inglese e degno rappresentante di quella classe sociale abituata da secoli a vivere sulle spalle degli altri, Nigel Farage, ha commentato via Twitter la nomina di Johnson con un “Auguri a Boris Johnson primo ministro e al suo giuramento di eseguire la Brexit il 31 ottobre al grido di vincere o morire. Ha il coraggio per farlo?” [Alessandro Pastore, Londra]

Qui di seguito il testo dell’articolo di Jean Quatremer pubblicato da ytali il 20 luglio 2016

La nomina di Boris Johnson alla carica di ministro degli esteri britannico è senza dubbio un ottimo esempio di humour britannico: l’ex sindaco di Londra sta alla diplomazia come Stalin stava alla democrazia. Non capita tutti i giorni che un Paese nomini come suo rappresentante a livello internazionale un bugiardo patentato, un tipo per il quale le esagerazioni, gli insulti e le allusioni razziste non spaventano, un uomo senza convinzioni profonde se non quella della propria importanza.

Non mi sorprenderebbe ora se la Gran Bretagna nominasse Dracula a capo del ministero della salute,

ha commentato sarcasticamente il politico tedesco Rolf Mützenich, responsabile esteri della Spd.

Ma questo esempio di humour britannico ha un prezzo: si svaluta il valore delle parole che la Gran Bretagna dirà in ambito internazionale forse ancora più brutalmente di quanto Brexit abbia svalutato la sterlina. La reazione del ministro degli esteri francese, Jean-Marc Ayrault riassume anche il sentimento di altri governi europei: “Lei conosce bene quale sia il suo stile, il suo metodo”, aggiungendo che Johnson è quello che ha “mentito molto” (durante la campagna per Brexit NdT) e che l’UE avrebbe bisogno di un negoziato con qualcuno che fosse stato “chiaro, credibile e affidabile”. Niente di quanto è emerso evidente nella campagna referendaria suggerisce che Johnson risponda a tali criteri.

All’estero, la reputazione di bugiardo dell’ex sindaco di Londra è precedente alla campagna stessa. Nessuno ha dimenticato la sua attività di giornalista a Bruxelles, dove fu corrispondente del Daily Telegraph tra il 1989 e il 1994.

Lontano dal mito molto francese di un giornalismo anglosassone fondato sull’etica e il rigore, Johnson è stato l’incarnazione della stampa scandalistica che “non lascia mai ai fatti smentire una buona storia”. Questa era la risposta che Johnson sornione dava ai suoi omologhi stranieri quando protestavano per le sue storie esagerate.

Ho osservato i suoi metodi quando ero inviato a Bruxelles nel 1992. Un giorno scrisse una storia sostenendo che il portavoce di Jacques Delors era così ben pagato (e incompetente come tutti i burocrati secondo la sua narrativa), che viveva in un castello immenso, alla periferia di Bruxelles. Questo fu negato con veemenza in una conferenza stampa, per l’ilarità di Johnson. La storia aveva, senza dubbio un fondo di verità: il portavoce viveva in una grande casa del XIX secolo con una piccola torretta esterna che ospitava una rampa di scale secondo una delle follie architettoniche in voga all’epoca. “E allora?, vedi anche tu che alla fine è un castello!” mi disse Johnson ridendo quando gli feci notare che il suo articolo era semplicemente falso…

Johnson difficilmente poteva credere a quello che egli stesso scriveva, eppure continuava a sfornare storie. Era un gioco, tutto una grande risata, tanto più che il suo giornale ferocemente anti-europeo più ne leggeva di queste storie e più rimaneva senza fiato e ne chiedeva altre ancora.

Fondamentalmente, nonostante le nostre molte conversazioni, non ho mai realmente capito ciò che questo figlio di un funzionario della commissione europea realmente pensasse del progetto europeo: era un eurofobico come il suo giornalismo suggeriva? O era solo un opportunista in cerca di farsi un nome? O stava sistemando qualche vecchio conto in sospeso con il padre, un funzionario europeo brillante e stimato?

In ogni caso il giornalismo non ne guadagnava, ma che gliene fregava! Johnson riuscì a inventare un nuovo genere giornalistico: le false credenze sull’Unione Europa, ossia una storia con un piccolo elemento di verità iniziale che veniva ingrandito fino superare la realtà stessa e nel momento che raggiungeva il lettore era falsa. Aveva capito molto bene che alcuni dei suoi compatrioti avevano un gusto per le teorie del complotto, e poteva fornirgliele con un capro espiatorio politico che era incapace di difendersi.

L’Unione europea, a differenza dei suoi stati membri, manca di un’autorità politica indiscutibile e in questo modo qualsiasi reazione da parte della Commissione di Bruxelles viene immediatamente liquidata come “interferenza” negli affari interni dello Stato nazionale. In particolare, le rettifiche di “Bruxelles” contro queste false credenze sono liquidate con l’argomento del “non c’e’ fumo senza arrosto” e quindi sono regolarmente ignorate dai media. La cosa drammatica è che Johnson ha fatto scuola: tutta la stampa britannica, in varia misura, ha continuato a spacciare queste false credenze alimentando la fobia locale contro l’Unione Europea alla quale nessuna politica ha avuto il coraggio di resistere e che alla fine ha portato alla Brexit.

Johnson divenuto un uomo politico, non ha cambiato i suoi metodi: così, dopo essersi a lungo opposto alla Brexit, ha preso la testa della campagna di “Leave“, non esitando a mentire o a insultare i partner europei del Regno Unito.

E, proprio come quando era un giornalista, ha riconosciuto le sue bugie senza problemi il giorno della vittoria referendaria. Eppure niente di tutto ciò ha impedito che diventasse capo del servizio diplomatico britannico. Il volto globale della Gran Bretagna è oggi un buffone (come molti a Bruxelles lo descrivono), la cui parola è affidabile come quella di un venditore di tappeti.

In tutto questo va riconosciuto al nuovo primo ministro Theresa May una dose di fair play: almeno ora sappiamo che i negoziati Brexit saranno sporchi e giocati con colpi bassi. Che meravigliosa prospettiva.


(traduzione di Alessandro Pastore)

Bojo. Ovvero il declino dell’impero britannico ultima modifica: 2019-07-23T17:22:39+01:00 da JEAN QUATREMER

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