Un grande showman. Tutto qua?

I numeri hanno ratificato l’indiscutibile talento di Fiorello. Rai 1 ancora tiene incollata al divano una fetta rilevante di audience. Ma era questo l’obiettivo? O meglio: era questo che serve al paese?
scritto da MICHELE MEZZA

Tutto qua? Tutta questa aspettativa per un ottimo ascolto su Rai 1? La frenesia di Fiorello che ieri sera ha cercato di drogare la sua scommessa su RayPlay con il suo mercuriale dinamismo ha provato anche a disinnescare le critiche del giorno dopo anticipandole. La scenetta del giornale contemporaneo che pubblicava i commenti al programma via via che procedeva la trasmissione è stata la cosa più originale e divertente, ma non sufficiente a dare un’anima al progetto.

Certo i numeri – 25 per cento sulla tv lineare, diciamo la solita Rai 1, con sei milioni e mezzo di spettatori e un picco di contatti che ha superato i nove milioni – hanno ratificato che Fiorello è un grande showman, e Rai 1 ancora tiene incollata al divano una fetta rilevante di audience. Ma era questo l’obiettivo? O meglio: era questo che serve al paese? Avevo capito che si apriva una storia nuova, diciamo un nuovo esperimento per il sistema Italia della comunicazione multimediale.

Ieri sera abbiamo visto un bonsai di varietà, con costi da Baobab, che cercava di entrare negli schermi piccoli di smartphone e tablet semplicemente facendosi più piccoli, come diceva Lello Arena salendo sulla bicicletta di un mitico Troisi in Ricomincio da Tre.Ma alla fine sempre Studio Uno era. Certo sessant’anni dopo, con una sfavillante cornice e straordinari interpreti. Ma pur sempre un palcoscenico, una luce e un invitato.

È questa la strada per interpretare la lezione di cinquant’anni di Internet? Un servizio pubblico può riproporre con la rete lo stesso riflesso condizionato che ebbe con Berlusconi: fare meglio quello che faceva lui? E quale rete dobbiamo assumere come competitore? Netflix, che personalizza magistralmente sulla base di un monopolio di dati sensibili l’idea stessa di sceneggiatura di un programma, usando poi quel programma per riprodurre l’elettrocardiogramma emotivo di ognuno dei suoi utenti, per lanciare un altro successivo programma? O invece il vero modello che un paese dovrebbe ridisegnare per acquisire autonomia nei linguaggi e sovranità nei saperi non è in realtà YouTube, ossia un grande incubatore di talenti e creatività, in un servizio pubblico che faccia lavorare il paese e non gli studi di Via Teulada? RaiPlay deve essere vetrina o fabbrica?

L’obiettivo in rete, tanto più per un’azienda pubblica, non sarà mai la confisca dell’attenzione di milioni di spettatori, ma l’orchestrazione dell’intraprendenza di milioni di cittadini.

O la Rai entra in questa logica, oppure rimarremo prigionieri delle nostre memorie, in cui si cerca di fare sempre quello che sappiamo fare meglio. Ma l’innovazione è tale proprio quando ci chiede di fare cose che non sappiamo fare, o almeno che non abbiamo mai fatto.

Ieri di cose mai fatte ne abbiamo viste poche.

Il nomadismo con cui Fiorello ha cercato di dare brio e ritmo al varietà, trascinando lo spettatore nel tinello di questo o quel personaggio non è bastato. Inquadrature, dialoghi e movimenti di scena erano troppo inchiodati agli spazi di via Teulada. Diciamo che siamo al pasticcio del cavallo e l’allodola, dove tutto, ma proprio tutto è varietà televisivo di com’eravamo. Con la sicumera di chi, controllando reti di grande ascolto, pensa che sia facile trovare utenti da uno schermo all’altro.

Un giochetto che si tentò anche vent’anni fa, con il lancio di RaiNews 24, nel 1999, quando il primo canale all news, che allora realmente sperimentò lo streaming, andando in simul cast sulla rete, fu semplicemente trasmesso in chiaro su Rai3, come promozione. Non solo non servì, ma fu un danno: proprio vent’anni fa infatti il pubblico cominciava a segmentare linguaggi e identità, chiedendo alla rete modelli e relazioni diverse e opposte a quelle della tv, altrimenti internet non avrebbe avuto l’esplosione che ha avuto. Mentre il vero vantaggio, ieri come oggi, di avere un prodotto di convergenza non è quello di sbandierarlo ma di renderlo contaminante nella propria pancia aziendale. A questo punto la domanda è: Rai Play è solo un postino che distribuisce su un terreno ostico come la rete prodotti pensati per la tv oppure diventa un impresario che incide sulla letteratura e i modelli di utenza dei programmi?

La streaming tv, tanto più se veicolata da quello che il filosofo francese Michel Serres chiamava “la magia di Pollicina”, ossia l’interattività del pollice, tipico degli smartphone manovrati camminando, è un sistema bi-direzionale e non la reinvenzione del broadcasting settant’anni dopo. Un sistema che presuppone una relazione fra il singolo utente e l’insieme del programma.

Netflix declina questa bi-direzionalità con la sua sfacciata e impudente videata che costringe ogni utente a costruire la propria cartella clinica, che solo lo stesso Netflix può analizzare per sfaccettare ogni singolo frame, secondo medietà e tendenze prevalenti, territorio per territorio, narrazione per narrazione. La Bbc sta inseguendo una modalità sociale, in cui cogliere un senso comune dall’offerta di una gamma di opzioni che permettono a ogni cittadino inglese di imprimere la sua impronta sul palinsesto. L’unica cosa che non si può più fare, che il servizio pubblico di un paese che sta faticosamente e inconsapevolmente in larga parte cercando una strada autonoma e originale alla propria identità computazionale non può fare, è risolvere tutto con l’auspicio di un chiacchiericcio digitale che dovrebbe legittimare uno spettacolo datato che si ripropone serialmente.

Mi chiedo ad esempio se non sia la Rai che dovrebbe utilizzare il suo asset digitale per combinarsi con le nuove opportunità del 5g nelle metropoli del paese, dove dare forma alle tribù urbane che cercano voce, o connettere le aree interne ai centri storici con format partecipativi. Trovando codici e procedure per rendere i dati raccolti beni comuni e non gelosi patrimoni privati.

Questo mi parrebbe un esperimento che potrebbe dare senso al paese e una coesione reale e non predicatoria e ideologica, a una comunità linguistica.

Soprattutto m’aspetterei, come accennavo prima, una connessione funzionale delle fabbriche dell’azienda, penso a reti e testate, per non parlare di quelle direzioni trasversali che rischiano di essere o commissariamenti mascherati o pura esibizione relazionale, e le grammatiche digitali. Separare i due mondi è un errore che è già stato fatto, giusto vent’anni fa, quando con il lancio di RaiNews 24 si recintò, isolandolo, il canale digitale rispetto al flusso delle produzioni giornalistiche, usandolo come mera e occasionale vetrina, una civettuola gardenia all’occhiello che appariva la notte su Rai3, ma senza nessuna strategia di contaminazione con il corpaccione tradizionale dell’azienda. Oggi si ripete l’errore: Fiorello diventa un testimonial generalista, per trainare curiosità e attenzione, facendo uscire dall’anonimato una macchina tecnologica che potrebbe dare invece al servizio pubblico una missione nazionale e competitiva. L’innovazione è discontinuità di saperi e abilità, non aggiustamenti di esperienze da confermare. Altrimenti la reazione degli utenti conferma l’intuizione di Fiorello: tutto qua?

Un grande showman. Tutto qua? ultima modifica: 2019-11-05T16:06:00+01:00 da MICHELE MEZZA

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