Confinati alla fine del mondo

L’esperienza della pandemia, durante e dopo, vissuta a Furteventura, una delle mete più frequentate del turismo europeo e buen retiro di tanti italiani.
scritto da LUCIO FAVARETTO
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[FUERTEVENTURA]

PRIMA DELLA CHIUSURA

Era carnevale. Una festa dell’arcipelago canario che coinvolge tutti, abitanti, residenti stranieri, turisti.

Durante la dittatura franchista il carnevale fu proibito e dall’arrivo della democrazia in Spagna, la festa assunse un significato catartico, liberatorio, guai a toglierla.

Ascoltavo le notizie dall’Italia e dalla Cina con molta apprensione. Seguivo tutti i telegiornali italiani, la triste conta dei morti, mentre qui non succedeva niente. La gente faceva mattina tra canti balli e scherzi. 

Poi arrivò la calima, il vento che dal Sahara porta la sabbia in sospensione, oscurando l’inflessibile sole del luogo. Dalla finestra della mia casa si vede l’oceano. In linea d’aria sono poco più di duecento metri. 

Ma non si vedeva niente. Tutto, case, cose, automobili impiastricciate di sabbia. Si leggevano le raccomandazioni di tenere finestre serrate e di restare il più possibile in luoghi chiusi per non respirare la sabbia. I voli negli aeroporti furono sospesi per qualche giorno e proprio la calima tanto odiata, che dura circa tre giorni, forse, ci salvò. Furono chiuse qui a Fuerteventura le feste, tutte le carnascialate che si propagavano in tutti i paesetti dell’isola e l’aeroporto per mancanza di visibilità.

Poi riprese l’apertura, una specie di corsa per finire velocemente l’evento più importante dell’anno. Dall’Italia le notizie peggioravano di minuto in minuto. 

 Sentivo inconsciamente come sopra una nave che scricchiola piena di rumori sinistri, che stava per rompersi quell’assurdo Titanic, tra i canti e i balli, qui, in mezzo all’oceano. 

Regnava una stranissima esuberanza, costruita su fondamenta che stavano per crollare. 

Ci furono consultazioni varie del governo spagnolo e delle comunità locali, più o meno le nostre regioni, e si diede via al confinamento.

“Nessuno, da domani alle ore 24 potrà uscire di casa se non per motivi medici, per fare la spesa nel supermercato recarsi nella farmacie che rimarranno aperte,

recitavano continuamente le televisioni spagnole. 

Le case da mare si sa sono piccole, sono fatte per starsene fuori, all’aperto. Alcuni appartamenti della palazzina dove viviamo per qualche mese all’anno venivano affittati ai turisti settimanali.

Molti prenotavano e pagavano biglietti aerei che venivano regolarmente annullati poche ore prima della partenza, sostituiti con un voucher da utilizzare in un futuro senza date. 

Calima (foto di Roberto Rotolo)

Essere confinati all’estero, con le camionette militari che pattugliavano e sorvegliavano le strade, e i loro altoparlanti che emettevano l’inno stonato “state in casa, non uscite” faceva volare il mio immaginario peggiore. Ricordavo di quand’ero ragazzo e arrivavano le notizie e le immagini dal Cile. Era più forte di me, avendo tutto il giorno per pensare, provare i brividi di un disagio per quelle forme sicuramente corrette e involontariamente autoritarie del confinamento. La mia parte razionale era completamente d’accordo ma la parte emotiva faceva tornare a galla quei resoconti, di quando l’esercito prese in mano una nazione sterminando e massacrando gli oppositori. In questo caso non era vero, ma i ricordi per qualche secondo, mi facevano pensare al peggio. E giuro che il mio animo apprensivo mi fece pensare così. 

DOPO

Rimanere confinati in un’isola lontana e straniera fu un’esperienza impressionante, le giornate volavano tra un giornale on line, cibo, radio, film, televisione e il telefono per sentire casa. L’isola di Tenerife fu la più colpita perché continuò le sue feste; l’8 marzo ci furono una manifestazione delle donne che di solito si guarda con grande gioia e una partita con lo stadio affollato. E lì che ci fu il maggior numero di casi. 

Eravamo chiusi al mondo in un’isola che ha solo quattro unità per le terapie intensive, ma solo un paio di persone vi finirono ricoverate. Grazie a Dio qui a Fuerteventura, a differenza del resto della Spagna, ci furono pochi casi, una quarantina su 89.000 abitanti circa. 

Una coppia di francesi, venuta qui per anticipare l’estate e godersi una settimana di sole se ne è andata solo la scorsa settimana. 

Si telefonava continuamente a casa. Per chi se ne sta fuori dalla propria terra, una patria che nel mio caso coincide con i miei amici, è sempre fluttuante una componente illusoria, una rifrazione delle nostre percezioni che distorce la realtà dei luoghi dove siamo nati.

L’impossibilità di tornare crea una nostalgia quasi retorica. Ma sentivo che in Italia la situazione era disastrosa. Ci sentivamo incastonati come schegge nelle case e eravamo immobili come scogli nell’isola più lontana d’Europa.

 Il Sudamerica con i suoi satrapi che per ragioni linguistiche qui è molto raccontato, stava diventando già da allora il luogo dove i più poveri morivano come mosche, poi l’Inghilterra e le sciocchezze sull’immunità di gregge, e poi ancora gli Stati Uniti con il novello Caligola che credendo nell’immortalità del suo impero, si faceva fotografare in un estasi di detersivo per far vedere che bastava qualche pastiglia di disinfettante, creando per emulazione alcuni morti intossicati in più. Avevano ingerito detersivo, detersivo per la lavastoviglie, che spariva dai supermercati americani finché pregarono la popolazione di non farlo. Qualcuno ci cascò e finì male: il panico era mondiale.

L’isola chiuse completamente. L’ansia saliva lenta e forte come il mercurio dei vecchi termometri, quelli che usavamo da bambini. Tutto chiuso dove, di solito è tutto aperto, dove il bello è potersi godere l’inverno seduti fuori, mangiando fuori, con lunghe passeggiate soleggiate nel clima semidesertico e nel luogo che conta spazi infiniti. E sotto sotto, ancora più sotto un sottile dolore. Il vuoto era ancora più immenso. 

Ci si chiedeva, dati gli spazi immensi a disposizione dove ci s’incontra a malapena con gli altri solo se si vuole, il perché fossimo a domicilio coatto. Si camminava nella terrazza e si vedevano camminare in solitaria persone nelle terrazze condominiali ancora più vicine all’azzurro del cielo, così terso e blu che sembrava un insulto al cielo così celeste, sentirsi rintanati qui, dove le piogge sono rare e flebili, quattro gocce subito asciugate dal sole. 

Qui o a casa, iniziarono le polemiche politiche, quelle dell’“apro-chiudo”. La destra voleva aprire tutto, il centro sinistra al governo voleva salvare la pelle ai cittadini. 

Un giorno, andando al supermercato, vidi gli alberi di carrubo rossi fiammanti, poi nel computer le foto aeree della polizia mostravano i delfini liberi di giocare più vicini alle spiagge. Ci si consolava con le immagini della natura che giravano nella rete sociale. 

Il colpo definitivo ce lo diedero le immagini dall’Italia con le camionette che portavano i poveri corpi uccisi dal virus , una processione sinistra e dolorosa che resterà per sempre impressa nella mia mente.

Non feci nessun biglietto di ritorno. 

Di solito a primavera si torna e ci si gode la casa e gli amici. Decidemmo di fermarci qui. Ma il luogo perdette la sua originaria vocazione magica per cui ci eravamo sentiti chiamati, senza una vera ragione, a svernare ogni anno, regalandoci una lunga vacanza: era diventato un piccolo paese, un piccolo appartamento lontano da tutto e da tutti aperto in modo distorto dal plasma delle televisioni di tutto il pianeta.

 Un senso di solitudine satellitare. 

Avevo nostalgia di casa. Ma la nostalgia è un desiderio a ritroso con tutte le sue menzogne e le sue maschere. 

Amo poco le temperature sociali che si sono via via create in Veneto, il Veneto cementificato e lavato dal prosecco, la sua immagine vagamente razzista, l’imprecazione perenne contro le tasse che ancora continua. Sentivo qualche talk show dove sembrava che ci fosse un colpevole che voleva arrestare la popolazione con il pretesto di un virus inventato, e la cosa ci faceva male. 

Lo so, in Veneto c’è un’altissima presenza di volontari che senza tante storie aiutano gli altri, ma la comunicazione che arriva è di un popolo che abbaia alla luna se si fermano i capannoni industriali.

Intervennero saltimbanchi, giornalisti, commercianti, tutti, che non accettavano una verità vecchia come il mondo. Un virus stava, come nei peggiori film di fantascienza, decimando le persone. Un virus di cui si sapeva poco e di cui tutti parlavano.

 Mi chiedevo se il futuro di un prossimo fascismo fosse quello di “obbligare a parlare” (Barthes), parlavano tutti e di tutto, ma di certo, rispetto alla probabilità di una grave malattia che spesso finiva nella morte non c’era e non ci poteva essere assolutamente niente di certo. Persino la pubblicità confermava una retorica da clausura. Anche qui si sprecava il motto che stare chiusi dentro è bello (sic). Al problema vero (le vittime del virus) si sovrapponevano immagini di felicità ritrovate per le reclusioni famigliari.

Si torna a casa, nei casi di lunghe permanenze all’estero, con l’idea di poter controllare la realtà. Ma dopo quasi un anno fermi qui, si capisce che non si controlla nulla, che non si ritorna mai, dopo che si è stati a lungo fuori. 

Si ha paura di dire a se stessi che dopo tanti anni, pur senza le comodità tecniche della propria casa, e malgrado i grandi affetti degli amici consolidati da tanti anni, ci si affeziona a un luogo perché l’Oceano e la luce che qui è benedetta, fanno perdonare qualsiasi mancanza. Così ci si lega a un ambiente popolare e multietnico (pochi sono di qui, pochi restano per sempre qui).

Oggi la situazione economica dell’isola è estremamente difficile e incerta. 

Il sindaco della città di Puerto del Rosario, Juan Jiménez González, ha comprato per mesi tutti i prodotti agricoli dei coltivatori locali, che non avevano modo di fare i loro mercati, per darli alla croce rossa, alle famiglie bisognose. Perché anche qui il turismo sfrutta le persone, le paghe sono un pressappoco, metà in busta metà fuori busta e il danaro arrivato alle famiglie monoreddito è il settanta per cento di ciò che veniva dichiarato (quasi mai tutto lo stipendio). Stanno aiutando pagando loro bollette della luce e dell’acqua, danno buoni pasto. 

Gli “ultimi” tra gli “ultimi” qui sono i molti clandestini, scappati dal Sudamerica e bloccati qui.

Scappano dalla delinquenza, dai default dei loro paesi per arrivare qui, nascosti, per fare lavori pesanti e difficili, quasi sempre pagati in nero. Ora sono in fila alla croce rossa e alla Banca alimentare. Non riescono a pagare gli affitti (cari) della città e se ne stanno nascosti, Dio non voglia che abbiano bisogno di un medico. Perché arrivando da fuori Europa sono i negri del posto. 

 Quasi ogni giorno anche qui sbarca un gommone di altri cosiddetti “clandestini”.

 Arrivano dopo aver attraversato il Sael a piedi, dribblato il Marocco e stanno qui, protetti dal Comune e dalle chiese (plurali) locali. Vengono testati nelle barche al largo, fanno a tutti loro i test per il covid due volte e restano in quarantena. Escono nel pomeriggio solo ragazzi, ragazze e bambini sani. Da loro non c’è nessuna possibilità di contagio. Se ne stanno seduti con una bottiglietta d’acqua, vengono portati al mare e riportati in un enorme capannone di proprietà del comune che garantisce loro distanze sociali (sarebbe meglio dire “fisiche”). La gente del posto lascia viveri, abiti nuovi, chiunque può comperare qualche cosa e metterla a disposizione di questi ragazzi. 

Ma anche qui, strano caso, sembra che il problema in un posto abituato alla multietnicità e alle convivenze senza molti problemi, siano un centinaio di persone che arrivano con i gommoni. Sono, e lo scrivo senza retorica, persone tranquille pacate, per fortuna accudite. 

Si sente, con grande disagio da parte mia, qualche gruppo di italiani, anch’essi ospiti, che si lamentano di questi “negri” mal arrivati. E come da noi t’arriva di traverso lo spiffero mefitico nei tavoli dei bar perché “dovevano aiutarli a casa loro perché sono ben vestiti” (la gente locale, ripeto, ha dato abiti, alimenti, di tutto e di più con grande generosità). 

E allora sentendo questi italiani, qualcuno che vive qui da decenni, anch’egli aiutato dal Comune, che riperpetuano ovunque il loro triste mantra che aizza i poveri contro i poveri, viene ancora meno la voglia di tornare.

 Poi parlo con una signora cubana bianca, scappata qui, e vengo a sapere che nemmeno a cuba i neri cubani sono ben visti e il mio senso di rabbia e di incredulità a sempre più forte. 

Stamane, mentre scrivo c’è un’alba impressionante e fa il caldo secco di qui accompagnato dalla brezza. Ma, malgrado gli spazi di tanto oceano, tanta terra e tanto cielo, penso non ci sia un posto al mondo senza razzismo, scopro che sono incapace di ribattere alle bestemmie disumane di alcuni immigrati italiani che scaricano così su quattro ragazzi, la loro inconsapevole infelicità dovuta all’impossibilità di tornare a casa. 

O peggio ancora, penso che non ci sia un posto al mondo dove stare serenamente.

Almeno qui, il sindaco ha diramato un comunicato sulla salute e sul monitoraggio di questi ragazzi onde “evitare qualsiasi forma di razzismo che può considerarsi reato, poiché l’isola deve il suo sviluppo a chi ha lavorato arrivando da fuori” perché Vox, il partito di destra, soffia frasi mefitiche sul nulla, ma accende fuochi, per fortuna piccoli e fatui. Il mondo sembra un unico posto impazzito e ingiusto. Meglio guardare il mare. E sentire l’aria leggera che ci accarezza. 

È che sto invecchiando.

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Confinati alla fine del mondo ultima modifica: 2020-07-24T17:04:43+02:00 da LUCIO FAVARETTO

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