“Trump e Bibi, gemelli siamesi”. Parla Ehud Barak

“Netanyahu ha radicalizzato il Likud, di cui è diventato il padre-padrone. Ha radicalizzato la destra, come ha fatto in America il suo grande amico e sodale Donald”. In questa intervista l’ex premier che sconfisse l’attuale primo ministro nel 1999 rilancia l’appello al presidente Reuven Rivlin, perché, prima della conclusione del suo mandato, “disinneschi” la bomba-Netanyahu.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Lui Benjamin “Bibi” Netanyahu lo conosce bene, di certo meglio di qualsiasi altro avversario del premier più longevo nella storia d’Israele. L’ultima sconfitta di Netanyahu nelle elezioni data 1999. E a sconfiggerlo fu il soldato più decorato nella storia d’Israele: Ehud Barak. Lo fece sfidando “Bibi” sul suo stesso terreno: quello della sicurezza, ricordandogli in ogni dibattito televisivo, in ogni intervista o spot elettorale, che nell’esercito Netanyahu è stato suo subalterno, e dunque non ci provasse nemmeno a spiegare a lui come si combattono i nemici d’Israele. E oggi per Barak il primo “nemico” d’Israele è colui che lo governa. E in questa intervista in esclusiva concessa a ytali ne spiega le ragioni. E rilancia l’appello al presidente Reuven Rivlin perché, prima della conclusione del suo mandato, “disinneschi” la bomba-Netanyahu.

A marzo Israele tornerà a votare, per le quarte elezioni anticipate in due anni. Un record mondiale. E questo in piena crisi pandemica. Lei ha usato in passato parole durissime nei confronti del premier Netanyahu. E ora ha suscitato un grande clamore politico-mediatico l’appello pubblico che ha rivolto al capo dello stato Reuven Rivlin. Da cosa nasce questa sua iniziativa?
Dalla percezione della gravità del momento e dalla grande stima che ho sempre avuto nei confronti di un politico a cui riconosco, pur essendo lontano dalle mie idee, di aver ricoperto nel migliore dei modi il suo ruolo. È stato il presidente di tutti gli israeliani, a fronte di un primo ministro che ha spaccato il paese. Rivlin concluderà il suo ben meritato mandato quest’estate. Ha osservato che Israele è stato diviso in tribù, quindi ha usato la sua posizione per sanare le fratture. Nelle sue azioni, Rivlin ha unito l’amore per la Terra di Israele e il sogno della sua integrità con un liberalismo umano rispettoso di ogni dignità umana e dei valori dell’uguaglianza. Non ha esitato a fare le giuste mosse simboliche, anche quando erano controverse. Rivlin è un uomo di destra, ma di una destra responsabile, che ha sempre avuto a cuore il bene del paese, la destra dei Begin, degli Shamir, dello stesso Sharon, di personalità che non hanno mai, mai anteposto i propri interessi personali al bene della nazione. Rivlin è di questa “pasta”.

Mentre Netanyahu, di che “pasta” è?
Netanyahu ha radicalizzato il Likud, di cui è diventato il padre-padrone. Ha radicalizzato la destra, come ha fatto in America il suo grande amico e sodale Donald Trump. Non è certo un segreto che Netanyahu ha fatto tutto il possibile per impedire a Rivlin di essere eletto presidente, ma Rivlin si è astenuto da qualsiasi regolamento di conti pubblico, e in generale non ha interferito nella politica. Un’eccezione l’ha fatta dopo l’esito delle seconde elezioni anticipate, quando ha proposto la sua tabella di marcia nel momento in cui nessuna delle due parti, né quella di Netanyahu né quella del suo sfidante Benny Gantz, è riuscita a formare un governo. Non so cosa pensi ora Rivlin di questo esperimento. A mio modesto parere è stato un fallimento, perché Netanyahu ha trasformato il tentativo di colmare il divario e favorire la riconciliazione in uno strumento per schiacciare Gantz e per intensificare la sua lotta contro la Knesset e il sistema giudiziario.

Un’accusa pesante.
No, pesante è il gioco che sta facendo Netanyahu. Portare il paese al voto quando la crisi pandemica è tutt’altro che risolta, non solo sul piano sanitario ma anche per le sue devastanti ricadute sul piano sociale ed economico. Invece di spendere ogni energia, e ogni shekel, per far fronte a questa crisi senza precedenti, ha deciso di portare Israele al quarto referendum personale, perché tali sono state le tre elezioni anticipate e la prossima. E tutto questo perché non ha ottenuto ciò che voleva…

Vale a dire?
La garanzia dell’immunità. Una legge ad personam che avrebbe inferto un colpo durissimo allo stato di diritto, una ferita letale…

Ma alla base del governo Netanyahu-Gantz non c’era il “patto della staffetta”, che avrebbe dovuto portare Gantz a occupare la poltrona di primo ministro diciotto mesi dopo la formazione dell’esecutivo, e dunque entro settembre 2021?
Gantz si è rivelato un politico ingenuo, e questo è un difetto letale. Solo lui ha creduto che Netanyahu avrebbe rispettato quel patto senza nulla in cambio. Lui ha utilizzato questi mesi per sfiancare il suo alleato, indebolirlo, e c’è riuscito in pieno. Gantz ha compiuto un suicidio politico, testimoniato anche dall’abbandono degli uomini che pure aveva portato al governo. 

Non solo per i sondaggi, ma per il clima politico che si respira oggi in Israele, l’impressione è che la partita si gioca solo a destra.
Una democrazia compiuta vive sull’alternanza di governo, su visioni, progetti, programmi che si confrontano e si scontrano, senza però demonizzarsi reciprocamente. Senza trasformare gli avversari in nemici da distruggere. Quello che mi spaventa non è un governo di destra, è già avvenuto più volte nella storia d’Israele, ma la destra che Netanyahu e i suoi fedelissimi incarnano. È una destra che si riconosce in quel che è avvenuto mercoledì scorso a Washington.

“La Rogue League. Gemelli siamesi politici. Entrambi sono narcisisti, bugiardi seriali, disprezzano i loro sostenitori ma incitano contro il sistema giudiziario. Si occupano freneticamente solo di se stessi e sono pronti ad assassinare la democrazia. Gli americani hanno già estromesso il loro, a caro prezzo. Adesso tocca a noi” [da un tweet di @barak_ehud]


Netanyahu lo “sciamano” d’Israele?
Quello è folclore. Ma in quello che c’è dietro non ha nulla di folcloristico, ma è un segnale d’allarme che da Washington arriva fino a qui, in Israele. Il momento della verità per il nostro futuro s’avvicina. Quello che abbiamo visto l’altro giorno sui gradini del Campidoglio e al suo interno è un segnale d’allarme. La disponibilità di Netanyahu a infrangere ogni regola e legge è evidente, e ha raggiunto un picco all’inizio del suo processo, con quella scena in tribunale che potrebbe essere uscita proprio da un film di gangster. E infatti il procuratore nel suo processo è già sotto sorveglianza giorno e notte, proprio come i procuratori nei processi ai boss della criminalità organizzata, e per le stesse ragioni. Il processo è iniziato, e quindi ci troviamo di fronte a una nuova situazione. 

Da qui il suo appello a Rivlin, rivolto al capo dello stato attraverso le colonne di Haaretz. Tra i critici della sua iniziativa, a fronte dei tanti sostegni ricevuti, c’è chi sostiene che quell’appello è un tentativo di forzare la mano al presidente.
Ma quale forzatura, ma quale ingerenza! Io mi sono rivolto con il rispetto dovuto a colui che è il primo cittadino d’Israele. Ho chiesto al Presidente di riaffermare pubblicamente e inequivocabilmente che Israele è sorto con il sudore e il sangue dalle ceneri dell’Olocausto per essere una società modello, nello spirito della Dichiarazione d’Indipendenza e dell’eredità dei profeti ebrei…

Ma questo non dovrebbe essere un patrimonio acquisito, una memoria storica condivisa, un punto fondamentale dell’identità nazionale?
Certo che dovrebbe, ma purtroppo oggi non è più così. Ed è questo lo strappo che ha provocato Netanyahu, uno strappo che non ha nulla a che fare con la tradizionale divisione destra-sinistra, ma che investe l’identità nazionale, la concezione che si ha della democrazia. E quella di cui Netanyahu si fa portatore, così come Trump negli Stati Uniti, è una visione eversiva, di chi identifica il bene del paese con se stesso, arrivandosi a considerare al di sopra della legge. Come Trump. Per questo ho ritenuto di dovermi rivolgere al presidente di tutti gli israeliani. Vincere un’elezione non dà il diritto all’impunità. La pretesa di Netanyahu è una radicalizzazione del concetto di “dittatura della maggioranza”. Probabilmente, Netanyahu e suoi alleati ultraortodossi avranno la maggioranza, assieme alle altre forze di destra, nelle elezioni di marzo. Spero di no, ma è una prospettiva quanto mai realistica.

“Chiudi gli occhi, e immagina leader come Ben-Gurion o Begin, Eshkol o Rabin, Peres o Shamir, in una crisi come quella attuale. Leader che hanno agito per il futuro del popolo di Israele e non hanno stravolto le leggi per sopravvivere da soli. Semina speranza nei cuori, prendi decisioni coraggiose e mettile in pratica. Ora apri gli occhi. Ci meritiamo di più”. [da un tweet di @barak_ehud]

Cosa c’entra Rivlin? Non può certo essere il leader di una coalizione “anti Bibi”.
Magari potesse esserlo… A marzo Rivlin sarà ancora il presidente dello Stato d’Israele. E spetterà a lui conferire l’incarico di formare il governo. Il mio accorato appello al presidente Rivlin è di non essere il “notaio” dei risultati usciti dalle urne, e di fare tutto ciò che è nelle sue prerogative, e nella sua coscienza, per non dare una mano all’incredibile situazione di affidare a qualcuno che è sotto processo per corruzione, frode e violazione della fiducia il compito di formare il nuovo governo in Israele. È di sua competenza. Astenersi dall’agire potrebbe lasciare una macchia indelebile sulla sua eredità e su tutti noi. Una tale dichiarazione deve essere fatta molto presto, prima della presentazione delle liste di partito il 4 febbraio, in modo che chi compila le liste ne tenga conto e che tutti gli israeliani ne siano a conoscenza quando andranno alle urne. Conosco bene tutte le controargomentazioni. Prima di tutto, non ci si dovrebbe nascondere dietro la pretesa che non c’è nulla nella legge che impedisca a un imputato criminale di ricoprire la carica di primo ministro; il legislatore non ha mai concepito una tale possibilità. Allo stesso modo, non c’è alcuna istruzione nella legge che impedisca agli azionisti generali di una grande banca di rieleggere un presidente del consiglio di amministrazione che è sotto processo per appropriazione indebita di fondi bancari.

Tuttavia, se una tale prospettiva si presentasse, la Banca di Israele annuncerebbe certamente in anticipo che tale elezione non sarebbe stata approvata. Né la legge vieta di eleggere un presidente sotto processo per aver gestito un’organizzazione criminale. Tuttavia, è ragionevole supporre che la Corte suprema escluderebbe anche solo la prospettiva di una tale nomina, poiché una tale candidatura lascerebbe un marchio di vergogna sull’istituzione della presidenza. In secondo luogo, è vero che il processo è tutt’altro che finito e Netanyahu ha diritto alla presunzione di innocenza.

Ogni israeliano ha il diritto di sperare di essere infine assolto. Se viene assolto o condannato per un reato che non comporta una turpitudine morale, Netanyahu potrebbe candidarsi come primo ministro dopo aver scontato la sua pena ed essere eletto di nuovo. Ma ora? Non possiamo vedere cosa dice di Israele e di tutti noi? Dato il percorso di Netanyahu di declino personale, politico e morale, la sua vittoria elettorale potrebbe portare all’approvazione di una “legge francese” e di una clausola di esclusione di base, a una grave erosione dell’indipendenza della Corte Suprema e all’ulteriore marginalizzazione della Knesset. La fortezza della democrazia è in pericolo reale e imminente. Nessuno può sostenere: non lo sapevo. E nessuno può venir meno alle proprie responsabilità. 

Signor Presidente, è nelle sue mani. La prego, agisca prima che sia troppo tardi!

“Trump e Bibi, gemelli siamesi”. Parla Ehud Barak ultima modifica: 2021-01-11T20:49:15+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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