Naza. Il problema non è chi ha parlato, ma ciò che ha detto

GIANNI MORIANI
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Per Netanyahu è «scioccante»: «Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo a livello globale, e quando proviene dall’interno è intollerabile», ha dichiarato in un video pubblicato su Telegram, aggiungendo che due registi israeliani che ritraggono le Forze di Difesa Israeliane come criminali di guerra ricevono applausi al Festival di Venezia. Per il capo di stato maggiore Eyal Zamir, Naza è costruito su «calunnie di sangue, distorsioni deliberate della realtà e gravi false accuse contro soldati e comandanti delle IDF»: un «attacco allo Stato di Israele». Il ministro della Cultura Miki Zohar è andato oltre: ha chiesto alle autorità di verificare se Yuval Abraham e Rachel Szor abbiano commesso «tradimento contro lo Stato» o «aiuto al nemico in tempo di guerra», e di valutare la revoca della loro cittadinanza. Tre accuse. Tre registri diversi. Un solo bersaglio: chi ha parlato.
Ma c’è qualcosa di più inquietante della smentita: il modo in cui viene pronunciata. Perché una cosa è negare un fatto. Un’altra è dimostrare che quel fatto è falso. Il primo è un gesto. Il secondo è un lavoro. E quel lavoro, finora, non è stato presentato pubblicamente nel merito delle singole accuse.

C’è un’ultima cosa che va detta, e va detta con chiarezza. Quando Zamir accusa i ventiquattro testimoni di aver infangato «soldati e comandanti» per aver raccontato ciò che hanno visto e fatto, sta chiedendo implicitamente qualcos’altro. Sta chiedendo che i soldati si comportino come Adolf Eichmann. Ubbidienti. Silenziosi. Esecutori di ordini, senza mai interrogarsi sul loro contenuto.

Non è un paragone facile. Va fatto con la massima cautela. Ma è un paragone che la storia stessa impone, perché non è un tribunale straniero, non è un nemico, ad averlo già chiuso. È Israele. Nel 1962, quando ha impiccato Eichmann.
Al processo di Gerusalemme, Eichmann si difese dicendo di aver solo eseguito ordini. Di essere stato un ingranaggio. HannahArendt chiamò tutto questo «la banalità del male»: non un mostro, ma un funzionario diligente, che aveva smesso di pensare a ciò che faceva. Israele non accettò quella difesa. Israele impiccò Eichmann.
Perché uno Stato che fonda parte della propria ragion d’essere sulla memoria della Shoah non può, allo stesso tempo, pretendere dai propri soldati la stessa obbedienza silenziosa che ha condannato a morte. Non si può condannare l’obbedienza cieca a Gerusalemme, e poi chiedere ai propri soldati di Gaza di non parlare, di non testimoniare, di non interrogarsi.
I ventiquattro militari di Naza hanno fatto l’esatto contrario di Eichmann. Hanno rotto il silenzio. Hanno rifiutato di essere soltanto ingranaggi. Hanno scelto di pensare a ciò che stavano facendo — e di dirlo. È esattamente ciò che Israele, settant’anni fa, ha stabilito che ogni soldato, ovunque, dovesse essere capace di fare. Ora che alcuni dei suoi lo hanno fatto, li si accusa di tradimento.

Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze di ventiquattro ex militari e operatori dell’intelligence israeliana che, secondo i registi, hanno avuto esperienza all’interno dell’apparato militare e dell’intelligence, compresa l’Unità 8200. Sono testimonianze dall’interno del sistema che ha condotto e sostenuto la guerra. Alcuni degli intervistati parlano di possibili crimini di guerra. Altri arrivano a parlare di genocidio. Raccontano procedure, bombardamenti, criteri di selezione degli obiettivi, uccisioni mirate e valutazioni sul numero delle possibili vittime civili.
Il cuore della denuncia è semplice e terribile. La morte dei civili palestinesi, secondo queste testimonianze, non sarebbe stata sempre un effetto imprevedibile delle operazioni militari. In determinati casi sarebbe stata una variabile conosciuta, prevista e incorporata nel calcolo con cui venivano prese le decisioni. È questo che Naza chiede al pubblico di guardare. Non il documentario in quanto tale. Ciò che il documentario sostiene di avere portato alla luce.


Israele ha risposto principalmente su due fronti. Il primo è politico e istituzionale: il film viene accusato di distorcere deliberatamente la realtà. Il secondo è giudiziario: è stata avviata un’indagine sulla possibile divulgazione non autorizzata di materiale classificato e sulla provenienza delle informazioni utilizzate dai registi.
Ma qui occorre distinguere due questioni. Una cosa è stabilire se sia stata commessa una violazione nel modo in cui determinate informazioni sono state ottenute o divulgate. Un’altra è stabilire se il contenuto di quelle informazioni sia vero. L’accusa di divulgazione illecita, da sola, non smentisce il documentario. Non dimostra neppure che le testimonianze siano false. Una dichiarazione politica non è una confutazione. Definire falsa un’accusa non dimostra che sia falsa.
Se le testimonianze contenute nel documentario sono inattendibili, allora bisogna dimostrarlo. Punto per punto. Episodio per episodio. Documento per documento. Si può contestare una testimonianza. Si può dimostrare che un documento è falso. Si può ricostruire un episodio e arrivare a una conclusione diversa. Ma bisogna farlo.


Perché indagare sulla fuga di informazioni è una cosa. Rispondere al contenuto di quelle informazioni è un’altra. La domanda fondamentale riguarda ciò che quelle informazioni dicono. Questa è la domanda che riguarda il pubblico. Non chi ha parlato. Ciò che ha detto. La fuga di notizie non è necessariamente la notizia. La notizia è ciò che quella fuga porta alla luce. E se quelle informazioni sono false, allora vengano confutate nel merito.
Non basta definire «false» delle testimonianze senza confrontarsi con il loro contenuto. Non basta accusare di distorsione chi le ha raccolte. Non basta spostare l’attenzione dalla sostanza alla fonte. Non basta, soprattutto, minacciare chi ha parlato di revoca della cittadinanza, o accusarlo di tradimento, come sostituto di una confutazione nel merito. Perché una testimonianza può essere contestata. Un documento può essere smentito. Un’accusa può essere dimostrata falsa. Ma bisogna farlo. Altrimenti la smentita resta un atto di autorità. Non ancora un atto di verità.


Il compito del giornalismo

C’è poi una questione ancora più grande. I registi hanno fatto il loro mestiere. Hanno cercato fonti. Hanno raccolto testimonianze. Hanno ricostruito procedure. Hanno cercato di verificare ciò che potevano verificare. Hanno dato forma pubblica a informazioni e testimonianze che, senza quel lavoro, sarebbero rimaste all’interno dell’apparato militare e dell’intelligence. Non hanno emesso una sentenza. Non spetta a loro. Hanno fatto qualcosa di più elementare e, proprio per questo, fondamentale: hanno messo a disposizione del pubblico una serie di testimonianze perché potessero essere conosciute, verificate e giudicate. È uno dei compiti fondamentali del giornalismo.
E proprio questo compito, a Gaza, è stato sottoposto a una pressione straordinaria. L’accesso indipendente dei giornalisti stranieri alla Striscia è stato fortemente limitato, mentre i giornalisti palestinesi hanno continuato a lavorare dentro una guerra nella quale i luoghi realmente sicuri sono diventati sempre più difficili da trovare. Le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa hanno documentato un numero enorme di giornalisti e operatori dei media uccisi dall’inizio del conflitto. Le cifre variano a seconda delle metodologie e dei criteri utilizzati, così come varia l’attribuzione delle responsabilità nei singoli casi.
Ma il dato essenziale rimane. Da una parte, l’accesso indipendente alla Striscia è stato impedito o drasticamente limitato. Dall’altra, coloro che erano già lì e continuavano a documentare ciò che accadeva sono morti a centinaia. Il risultato è un mondo con meno testimoni. Meno telecamere. Meno fotografie. Meno racconti diretti. Meno possibilità di verificare ciò che accade sul terreno. Quando muore un giornalista non muore soltanto una persona. Muore anche una possibilità di testimonianza. E quando muoiono centinaia di giornalisti, la perdita non è soltanto umana. È anche una perdita di conoscenza.

È dentro questo vuoto che Naza assume un significato ancora più grande. Quando non puoi entrare per vedere, devi ascoltare chi era dentro. Quando i testimoni sul terreno vengono uccisi, devi proteggere quelli che possono ancora parlare. Quando una testimonianza arriva dall’interno dello stesso apparato che conduce una guerra, il compito del giornalista non è stabilire in anticipo che sia vera o falsa. È documentarla. Verificarla. Confrontarla. Renderla pubblica. E sottoporla alla prova dei fatti. È questo che, secondo i suoi autori, hanno fatto Abraham e Szor.

Ed è proprio per questo che la reazione istituzionale al documentario merita attenzione. Perché il rischio è che tutta l’energia venga concentrata ancora una volta sulla fonte: chi ha parlato? Chi ha divulgato il materiale? Chi ha consegnato le informazioni? Chi deve essere indagato, privato della cittadinanza, processato per tradimento?
Alla coscienza civile del mondo non interessa soltanto la fuga di notizie. Interessa ciò che quelle notizie dicono. La domanda centrale rimane: che cosa è accaduto davvero? È accaduto quello che le persone intervistate nel documentario raccontano di aver visto o conosciuto? Le procedure che descrivono sono esistite? Gli obiettivi sono stati scelti secondo quei criteri? Le vittime civili erano previste? E, soprattutto, erano considerate all’interno del calcolo operativo? Queste sono le domande. Non la fuga. Non il traditore. Non il regista. Il fatto.

Gaza, nel frattempo, rischia di diventare una parola. Terroristi. Sicurezza. Autodifesa. Danni collaterali. Zone sicure. Sono parole che possono avere un significato preciso nel linguaggio politico e militare. Ma possono diventare anche una cortina dietro la quale la realtà scompare.
Gaza non è una parola. Gaza sono corpi. Macerie. Ospedali danneggiati o distrutti. Famiglie disperse. Bambini. Anziani. Feriti che non trovano cure. Persone costrette a fuggire ancora e ancora. Una popolazione privata delle condizioni elementari per vivere.
Il numero dei palestinesi uccisi nella guerra ha raggiunto dimensioni tali da diventare quasi incomprensibili. Le autorità sanitarie della Striscia hanno fornito bilanci di decine di migliaia di morti, mentre studi indipendenti hanno suggerito che il numero reale delle vittime potrebbe essere ancora più alto. Una cifra di queste dimensioni rischia di diventare astratta. Non lo è. Sono persone. Nomi. Volti. Madri. Padri. Figli. E dietro ogni numero c’è una storia che qualcuno avrebbe potuto raccontare.
Per questo il giornalismo conta. Per questo la morte di un giornalista conta. Per questo conta la possibilità, o l’impossibilità, di entrare a Gaza. E per questo conta anche una testimonianza che arriva dall’interno di un esercito.

Il caso Naza, allora, non è soltanto un caso cinematografico. È un test. Un test per Israele. Un test per il giornalismo. Un test per la coscienza civile del mondo. Se il film è falso, lo si dimostri. Non con un video su Telegram. Non soltanto con l’accusa generica di «distorsione» o «calunnia di sangue». Con i fatti. Con gli episodi. Con i documenti. Con le ricostruzioni. Con una confutazione capace di confrontarsi con le testimonianze una per una. Perché è così che si cerca la verità. Si verifica. Si confronta. Si documenta. Si dimostra.


Ma c’è un punto che la reazione israeliana rende inevitabile: distinguere la questione della fuga dalla questione del contenuto. L’indagine sulla possibile divulgazione di materiale classificato può stabilire se qualcuno abbia violato una legge o una procedura. Non può, da sola, stabilire se ciò che è stato divulgato sia falso.
E allora la domanda non è soltanto: chi ha fatto uscire la notizia? È: che cosa rivela quella notizia? Bisognerebbe guardare dentro quel calcolo. Capire se e come la possibile morte di civili sia stata considerata nelle decisioni operative. Stabilire quali procedure siano state adottate, quali criteri abbiano guidato la scelta degli obiettivi e quale peso sia stato attribuito alle possibili vittime civili. Sono questioni che richiedono prove, documenti, testimonianze verificabili e ricostruzioni indipendenti. Non slogan.

Non è il documentario a essere scioccante

Una guerra può essere raccontata per mesi attraverso comunicati, conferenze stampa e dichiarazioni istituzionali. Ma arriva sempre un momento in cui qualcuno, dall’interno, decide di raccontarla diversamente. Quando accade, non basta delegittimare chi ha parlato. Bisogna rispondere a ciò che ha detto.
Netanyahu può trovare il documentario «scioccante» e parlare di antisemitismo. Zamir può parlare di «calunnie di sangue». Zoharpuò chiedere la revoca della cittadinanza. Ma c’è una cosa che dovrebbe restare intollerabile per chiunque, a prescindere dallo schieramento: che dopo decine di migliaia di palestinesi uccisi la discussione pubblica rischi ancora una volta di spostarsi da ciò che è accaduto a chi lo ha raccontato.

Non è il documentario a essere scioccante. Scioccante, anzi agghiacciante, è la dimensione della distruzione a Gaza. Sono le vittime, gli ospedali devastati, le famiglie spezzate, i bambini morti, la fame, le cure rese impossibili, lo sfollamento ripetuto di una popolazione intera. Il documentario non è il fatto. Il documentario è uno strumento per interrogare il fatto. E le testimonianze dall’interno dell’apparato militare israeliano pongono una questione ancora più grave: non soltanto quale sia stata la dimensione della distruzione, ma come siano state prese le decisioni che l’hanno prodotta.
È questo che deve essere accertato. Non chi ha parlato. Non chi ha fatto uscire le informazioni. Non chi ha realizzato il documentario. Ma ciò che è stato fatto. Perché il vero scandalo non è che il mondo abbia visto. Il vero scandalo, se le accuse saranno confermate, è ciò che il mondo avrebbe visto: la morte di civili, la fame, la distruzione del sistema sanitario, le cure rese impossibili, la devastazione di intere comunità. E una realtà ancora più inquietante: se la morte di civili è entrata deliberatamente nel calcolo operativo, non siamo di fronte soltanto a una conseguenza imprevedibile della guerra, ma a una questione che riguarda direttamente la responsabilità di chi ha preso quelle decisioni.

Questo è ciò che le testimonianze sostengono. Questo è ciò che deve essere discusso. Questo è ciò che deve essere, punto per punto, dimostrato o smentito — nel merito, non spostando l’attenzione sulla fuga che lo ha reso pubblico, né sulla legittimità di chi ha rotto un silenzio che Israele stesso, con Eichmann, ha già giudicato indifendibile. Perché una fuga di notizie può essere perseguita. Una testimonianza può essere contestata. Una notizia può essere smentita. Ma nessuna di queste cose elimina la necessità di stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Il problema non è chi ha fatto uscire la notizia.
Il problema è ciò che la notizia rivela.

Naza. Il problema non è chi ha parlato, ma ciò che ha detto ultima modifica: 2026-09-15T09:48:00+02:00 da GIANNI MORIANI
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