Il “patto del Golfo” ha designato il nuovo presidente palestinese

Tra gli effetti del patto tra Riyadh e i suoi alleati la convergenza su un uomo fidato per la successione a Abu Mazen: Mohammed Dahlan.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Quello sì che è stato per davvero un accordo “storico”, destinato a cambiare il volto, cioè la geopolitica, non solo nel Golfo arabico ma nell’intero Medio Oriente. A partire dalla Palestina. La notizia non ha trovato una grande eco nell’informazione nostrana, sempre più infettata dal “virus” del provincialismo, ma nelle poco segrete stanze delle cancellerie europee, così come a Washington e a Gerusalemme, non è sfuggita la portata di quell’intesa siglata lo scorso 5 gennaio. Quel giorno i paesi arabi hanno normalizzato le relazioni con il Qatar dopo il boicottaggio stabilito nel 2017 dall’Arabia Saudita e da tre paesi alleati, Emirati, Bahrain, Egitto. Come parte dell’accordo, l’Arabia Saudita ha riaperto il suo spazio aereo e il confine terrestre e marittimo con il Qatar. A dar conto dell’importanza dell’evento, sono i firmatari dell’accordo: l’emiro del Qatar, al-Thani, arrivato all’aeroporto di al Ala accolto in pompa magna dall’erede al trono e uomo forte del regno saudita principe Mohammed bin Salman. Il patto tra Riyadh e i suoi alleati e Doha incorpora in sé anche una gestione condivisa della “questione palestinese”. 

Il che significa mettersi d’accordo sulla successione al vecchio e malandato presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Il meccanismo di successione è stato avviato. Per dare una facciata di “democraticità”, ecco la notizia che le elezioni parlamentari palestinesi potrebbero svolgersi il 22 maggio e quelle presidenziali due mesi dopo. Lo ha detto in una intervista a Voice of Palestine – ripresa dall’agenzia Wafa – Azzam al-Ahmad membro sia del Comitato esecutivo dell’Olp sia di quello centrale di Fatah, il partito di Abu Mazen. Lo stesso presidente palestinese nelle scorse settimane ha annunciato – dopo aver fatto sapere che è stata raggiunta una intesa in tal senso con Hamas, l’altra forza politica palestinesi – la prossima indizione di elezioni, attese da anni. Al-Ahmad ha anche spiegato che ora si attende che Abu Mazen firmi i decreti sul voto il prossimo gennaio e che tutte le parti in causa diano avvio a “dialogo e discussioni” per assicurare il successo del voto “nello spirito della legge”. 

Ma questa, per l’appunto, è la copertura di facciata. La realtà è che le petromonarchie del Golfo hanno sancito un patto d’azione che mira, tra le altre cose, a una eterodirezione condivisa della “questione palestinese”. Per farlo, c’era bisogno di convergere su un uomo fidato, a Riyadh come a Doha, ad Abu Dhabi come al Cairo. E alla fine quel nome è stato tirato fuori. E accettato da tutto il fronte arabo sunnita. Un nome che ytali aveva anticipato in un articolo del 20 agosto 2020: il successore di Mahmoud Abbas sarà Mohammed Dahlan (Abu Fadi).

Ha la fama di duro Dahlan. Cinquantanove anni, moglie saudita, fluente nella lingua ebraica, ha guidato la lotta di Fatah contro Hamas a Gaza per poi proporsi come un leader energico capace di cambiare davvero le cose. Ma è anche stato esiliato dalla Cisgiordania con accuse di corruzione quando ha iniziato a opporsi politicamente ad Abu Mazen. Per qualsiasi altro questa avrebbe potuto essere l’inizio della fine politica, ma per Dahlan è invece stato un nuovo inizio: rifugiatosi negli Emirati Arabi Uniti è diventato consigliere del sovrano locale. Come inviato degli Emirati negli ultimi anni ha girato l’Europa e il Medio Oriente, come diplomatico, contribuendo, tra le altre cose, a mediare gli accordi diplomatici tra Egitto ed Etiopia circa il progetto della Renaissance Dam.

In passato ha dovuto subire l’emarginazione sulla base di accuse di corruzione; accuse rivoltegli quando Dahlan annunciò di voler correre contro Abu Mazen. Una coincidenza che alla fine ha fatto il gioco dell’emarginato, che l’opinione pubblica palestinese ha visto a quel punto sotto una luce diversa: vale a dire come l’uomo che aveva osato sfidare una nomenclatura inamovibile, sempre più lontana dai problemi, drammatici, della popolazione. Insomma, come i leader “anti-casta”. L’investitura di Dahlan va inquadrata all’interno dello scontro che segna l’intero scacchiere mediorientale: quello tra sunniti e sciiti. Il ritorno in Palestina dell’Egitto, il sostegno di Arabia Saudita, Qatar, Eau, a cui si è aggiunta la Giordania, a Dahlan sono anche l’investimento su un leader che sta cercando di riportare Hamas nell’alveo sunnita, strappandolo dalle “braccia” dell’Iran sciita e di Hezbollah libanese. 

La regia sunnita manovra dietro le quinte: le prime a rivelare il piano pro-Dahlan a Middle East Eye sono state fonti giordane e palestinesi. Gli obiettivi del progettato cambio al vertice sarebbero unificare e rafforzare Fatah in vista delle prossime elezioni; indebolire Hamas; assumere il controllo dell’Olp e dell’Anp; arrivare ad un accordo di pace con Israele con il sostegno dei regimi arabi sunniti. Questo nel lungo periodo; nel breve l’obiettivo di Dahlan è soprattutto il rilancio economico e il miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi. Condizioni sempre più degradate, soprattutto nella Striscia: il tasso di disoccupazione di Gaza è il più alto del mondo, secondo un rapporto della Banca mondiale.

L’economia nel territorio palestinese, “strangolata” dalla guerra dell’estate 2014 e dall’embargo israeliano, è sull’orlo del collasso. Il 43 per cento degli 1,8 milioni dei residenti della Striscia (che vivono in 160 chilometri quadrati) sono disoccupati. Tra i giovani è il sessanta per cento non ha un lavoro. Il prodotto interno lordo pro capite nella Striscia di Gaza è calato di oltre un terzo negli ultimi vent’anni. Negli ultimi due anni l’economia si è ridotta di almeno mezzo miliardo di dollari, mentre il tasso di povertà ha raggiunto il 42 per cento, nonostante l’ottanta per cento della popolazione riceva aiuti umanitari. Per far fronte a questa situazione catastrofica, sono vitali i finanziamenti delle petromonarchie del Golfo. E i petrodollari sono vincolati da una successione “pilotata” ai vertici dell’Anp: le chiavi del forziere sono nelle mani di Mohammed Dahlan. 

Abu Mazen e il presidente iraniano Hassan Rouhani

In un’intervista del 18 ottobre 2020 a Sky News Arabia (Emirati Arabi Uniti), il politico saudita Yousef Al-Othaimeen, segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, uomo molto vicino al principe ereditario, ha dichiarato che per ottenere una risoluzione della questione palestinese bisogna “pensare fuori dagli schemi”. Ricordando che la guerra e i tentativi di buttare a mare Israele non hanno risolto nulla, Al-Othaimeen ha detto che i palestinesi dovrebbero tentare nuove strade per arrivare alla soluzione a due stati, e si è chiesto che senso abbia insistere che l’unica linea praticabile sia la contrapposizione e il boicottaggio di Israele.

Bisogna pensare fuori dagli schemi per la ricerca della pace. Non credo che una persona ragionevole, sia essa palestinese araba o musulmana, rifiuterebbe qualunque iniziativa per risolvere la causa [palestinese] in qualsiasi modo. La causa [palestinese] va avanti da settant’anni. Abbiamo provato le guerre, abbiamo cercato di gettare Israele in mare e abbiamo tentato molte altre cose. Questa nuova generazione di nostri fratelli palestinesi dovrebbe tentare alcune idee che possono portare alla risoluzione di questo problema, che è importante per tutti noi e per il mondo islamico, ma in modo nuovo. Dovremmo tentare ciò che non è stato ancora tentato allo scopo di conseguire una soluzione a due stati in cui Gerusalemme est sarà la capitale dello stato appena fondato. Ieri ho visto una conferenza stampa su Sky News Con tre importanti ministri dell’Iraq, dell’Egitto e della Giordania. Tutti e tre lo hanno sottolineato. La sfida è come raggiungere quell’obiettivo. Che senso ha insistere che c’è una sola strada, quella del boicottaggio e del tenersi alla larga? Potrebbero esserci modi che non sono tradizionali e non sono stati ancora provati.

Abdel Fattah al Sisi

Le grandi manovre delle petromonarchie del Golfo guardano anche alla nuova presidenza americana. Per ciò che concerne la questione palestinese “Con Biden alla Casa Bianca ai palestinesi tornerà il colore sulle guance”, afferma Zvi Yehezkel, esperto di Medio Oriente a Tel Aviv. 

I rapporti diplomatici infatti con un presidente democratico tra Ramallah e Washington verrebbero ristabiliti integralmente.

Verrebbe riaperta l’ambasciata palestinese a Washington, chiusa da Trump, e il consolato americano a Gerusalemme est, che prima di Trump era l’ambasciata di fatto degli Stati Uniti per i palestinesi. L’amministrazione rinnoverà ulteriormente gli aiuti americani all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa, e ad altre istituzioni palestinesi tagliate fuori da Trump,

scrive l’ambasciatore Oren, aggiungendo che con Biden la Casa Bianca

tornerebbe anche ad opporsi alla costruzione israeliana in Giudea e Samaria, così come nella Gerusalemme unificata, che considera un “ostacolo alla pace”.

Durante la campagna elettorale, Biden ha promesso di “rilanciare i palestinesi”, ma ha criticato il presidente palestinese Mahmoud Abbas per non essersi fatto avanti “quando se ne presenta l’occasione”.

Ora a cogliere l’occasione spetterà al presidente in pectore palestinese: Mohammed Dahlan. Nonostante l’investitura ricevuta dal fronte arabo-sunnita, la sua strada è tutt’altro che in discesa. Dahlan, infatti, dovrà fare i conti con le mire neo-ottomane della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e con l’ala più oltranzista del regime iraniano, quella che ha come punto di riferimento la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.

Mohammed Dahlan con Yasser Arafat

Dalla parte di Dahlan e dei suoi sponsor c’è il fatto che né la Turchia né, tanto meno, l’Iran dispongono di quello che oggi serve ai palestinesi per sopravvivere: i dollari. Dollari a palate. Quelli che possono garantire Qatar e Arabia Saudita. Una torta miliardaria, quella della ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania, una fetta della quale andrebbe anche all’Egitto di al-Sisi, alle prese con una crisi economica che potrebbe sfociare in rivolta sociale.

Quanto a Israele, se, come sembra dai sondaggi, a governare resteranno le destre, e a dare le carte che contano sarà l’eterno Netanyahu, “Bibi” dovrà prendere atto che alla Casa Bianca non c’è più il suo grande amico e sodale Donald Trump, ma un “filoisraeliano” temperato come è Joe Biden. Nella sua lunga vita politica e di governo, Netanyahu ha saputo dar prova di un pragmatico “trasformismo”, e in cambio di una pace ricca con un mondo sunnita pilotato dal Regno Saud di Mbs e di un rinnovato patto di difesa con l’America di Biden, “Bibi” si acconcerà ad accettare anche la nascita di un mini-Stato palestinese. Gli accordi di Abramo 2.0 sono già pronti. Ed è pronto il presidente palestinese che li firmerà. È solo questione di tempo. 

Il “patto del Golfo” ha designato il nuovo presidente palestinese ultima modifica: 2021-01-15T20:16:24+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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