Il caso Minniti. Revolving doors all’amatriciana

Dirigenti di peso di partiti nazionali, con una particolare coincidenza per il Pd, lasciano la politica attiva per assumere ruoli in istituzioni o imprese, sia pubbliche sia private
scritto da MICHELE MEZZA
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In poche settimane abbiamo assistito a una vera e propria diaspora. Dirigenti di peso di partiti nazionali, con una particolare coincidenza per il Pd, hanno lasciato la politica attiva per assumere ruoli in istituzioni o imprese, sia pubbliche sia private. Un ex segretario del Pd, come Maurizio Martina, è diventato un alto funzionario della Fao. L’ex ministro dell’economia Carlo Padoan è presidente dell’Unicredit. Sempre del Pd l’ex tesoriere Luigi Zanda è stato (per sei mesi) amministratore del quotidiano Domani di Carlo De Benedetti, e ora l’ex ministro degli interni Marco Minniti assume la presidenza dalla nuova fondazione Medi Or promossa dal gruppo di tecnologie militari Leonardo.

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A destra il fenomeno d’interscambio fra mercato e istituzioni era più consolidato. Storicamente in quel campo si raccolgono interessi organizzati dell’economia. L’avvento del partito impresa di Berlusconi ha poi strutturato il fenomeno, promuovendo una leva di manager a rappresentanti palesi nelle istituzioni del sistema Mediaset. 

Meno marcata a sinistra era l’osmosi fra sistema economico e politica. 

Nelle lontane esperienze della Sinistra Indipendente si cooptavano singoli esponenti di questa o quella cultura aziendale che erano esibiti come prova del dialogo fra Pci e mercato. Paradossalmente il Pci, nella sua ricerca di accreditamento, si mostrò storicamente più disponibile a veicolare ambizioni politiche di esponenti del mercato rispetto, ad esempio, alla Dc di De Gasperi e Fanfani.

Rivendicando a sé la rappresentatività del ceto medio produttivo del paese, la Dc si mostrò sempre gelosa della sua autonomia nei confronti del cosiddetto “quarto partito”, come allora s’identificava l’egemonismo della Confindustria degli anni Cinquanta e Sessanta. Emblematiche le contrapposizioni rispetto alle irruzioni di Enrico Mattei che dalla presidenza dell’Eni pretendeva di pilotare il partito cattolico. 

Persino figure meno ingombranti, come ad esempio il lombardo Piero Bassetti, primo presidente della Regione, dovettero dismettere ogni ambizione, come furono rapidamente ridimensionate le prospettive di Umberto Agnelli, che si candidò nelle liste democristiane nel ’76 per sostenere il partito nei confronti dell’avanzata comunista.

Avanti il prossimo

L’esaurimento della spinta propulsiva dell’Urss, proclamato da Berlinguer, rese più fluido il sistema relazionale fra Bottegone e apparati industriali.

Ricordiamo, nel mondo dell’energia, figure di grande prestigio come Giovan Battista Zorzoli, oppure i due miglioristi milanesi Guido Margheri ed Eugenio Peggio; la grande impresa industriale, meglio se con proiezioni nel mercato militare, era uno dei laboratori di queste prime promiscuità ideologiche. La centralità del sistema comunicativo fu un altro ambito in cui si registrarono passaggi dal Pci alle imprese, con un occhio di riguardo proprio per il gruppo berlusconiano Fininvest, o il sistema delle telecomunicazioni. 

Nei tempi più recenti si ricordano le testimonianze del senatore Franco Debenedetti, fratello dell’allora patron di Repubblica Carlo, o del giovane Colaninno, figlio del presidente della Piaggio e capitano coraggioso in una delle sfortunate scalate a Telecom, come fiori all’occhiello degli eredi del Pci guidati da D’Alema o da Veltroni.

Poi, negli anni Novanta, dopo lo sgretolamento del monolite di Botteghe Oscure, proliferarono figure intermedie, di esuberanti yuppie della politica che si trovarono al confine fra imprese e influenza politica, come Chicco Testa, che da esponente di una tendenza ambientalista divenne uno dei principali hub di relazioni del mondo Enel, o Mauro Moretti, leader sindacale dei ferrovieri della Cgil, arrivato alla testa di Trenitalia.

La tendenza si infittisce con la crisi del ruolo dei partiti e la prevalenza degli staff elettorali, che rendono la macchina politica sempre più permeabile. La successione dei governi tecnici, da Ciampi e Monti fino all’attuale Draghi, crea un’area intermedia, in cui gli esperti diventano essi stessi partito, non influenzando ma sostituendosi agli apparati tradizionali. Un fenomeno che segna un allineamento del sistema politico sud europeo – con l’Italia anche Spagna e Francia – alle democrazie angloamericane, dove la contaminazione fra istituzioni e imprese è un dato sostanziale, vitale, del ciclo politico. Il nuovo motore sono le tecno-strutture, così come la nuova ideologia è la scienza di integrazione e manipolazione delle biotecnologie. Corpo e mente entrano in gioco e diventano elementi essenziali del mercato del consenso.

Come scrive nel suo saggio Stati nervosi William Davies:

Dopo tutto in inglese Truth (verità) ha la stessa radice di Trust (fiducia). Oltre ad aver rivoluzionato i metodi per indagare la natura, la Rivoluzione scientifica ha rivoluzionato anche il modo in cui le persone hanno deciso di fidarsi le une delle altre sulla base di una documentazione accessibile a tutti

Proprio la pandemia ha ingigantito questa dinamica, introducendo nell’agorà istituzionale a pieno titolo gli esperti e mettendoli direttamente a confronto con l’opinione pubblica. In questo gorgo si dissolve la figura del partito-principe, del mediatore di interessi, della macchina che costruisce rappresentanza e delinea decisioni. Soprattutto si chiude definitivamente il secolo del Che fare? di Lenin, di quella visione che ha dominato a tutte le latitudini ideologiche e sociali, per cui un partito era la massima potenza di calcolo decisionale in cui straordinari personaggi riducevano a unità immense masse di domande e di bisogni. In campo oggi ci sono potenze di calcolo reali che analizzano e simbolicamente sintetizzano sterminate quantità di dati che si traducono poi in una sequenza infinita di casi singoli: ognuno trova la sua soluzione nel suo specifico loculo di legame sociale con una filiera che arriva al tavolo della decisione.

Il partito diventa così uno sciame, come spiega il filosofo di orginine sud coreana Byung-Chul Han in cui

il crescente obbligo di presenza, prodotto dal medium digitale, minaccia universalmente il principio di rappresentanza (“Nello sciame”, Editore Figure Nottetempo, 2015).

Una minaccia che ha disgregato la siderurgia politica del grande partito, rendendola liquidità sociale. Una trasformazione che muta radicalmente l’idea stesso di potere centrale come riuscì a vedere, nella sua ultima e io credo più geniale intuizione, il più lucido ideologo del potere centrale come Carl Schmitt, che proprio in procinto di morte scrisse:

Dopo la prima guerra mondiale ho detto Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Dopo la seconda guerra mondiale, in vista della mia morte dico ora Sovrano è colui che dispone delle onde spaziali.

Onde che oggi corrispondono a quel processo di auto-organizzazione che è offerto dal sistema reticolare attraverso il quale regoliamo le nostre relazioni sociali. Un passaggio che spiega istantaneamente la leggerezza della politica e la normalizzazione dei partiti, i cui gruppi dirigenti sono sempre più occasionalmente mutuati da gruppi sociali che momentaneamente assumono la guida di influenze e di lobby territoriali. 

Una normalizzazione che non intercetta più saperi e competenze e nemmeno immaginari e ambizioni delle élite che si rivolgono altrove per trovare una propria strada al successo. Anzi, dai partiti, in particolare da una sinistra muta e amorfa escono dirigenti che si ricollocano sul mercato professionale. A differenza del passato, non più in rappresentanza delle proprie matrici politiche, ma piuttosto per costruire condizionamento di quelle matrici. 

Chi esce ora dal Pd o dal sindacato, non lo fa per allungare l’influenza di quegli apparati nella società civile, ma per offrire occasioni alle imprese che li cooptano per occupare stanze ormai vuote del potere centrale.

S’inverte il flusso delle revolving doors all’italiana. Non sono i partiti che collocano ma le lobby che occupano direttamente. Leonardo, come tutti i comparti industriali-militari, deve far coincidere il proprio marketing con la bussola geopolitica del paese. Il modo più rapido ed efficacie è fornire chiavi in mano il servizio: diventare il think tank della Farnesina. Così come Unicredit deve diventare il ministero dell’economia ombra per fronteggiare la competizioni di stati o banche come la Francia o la Germania.

Quella mostruosità degli iperstati tecnologici, come Google e Amazon, che si ergono a entità paritarie con i grandi paesi del mondo, oggi è tradotta in Europa in una sorta di mutua assistenza fra stato debole e imprese fragili. 

Un patto fra subalterni che oggi, in mancanza di altro, persino non potendosi permettere una vera opposizione, ha trovato il suo governo.

Il caso Minniti. Revolving doors all’amatriciana ultima modifica: 2021-02-27T15:14:39+01:00 da MICHELE MEZZA

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