Gaza. Vincitori e vinti

Dopo il sangue e il lutto e il terrore delle persone, l’inutilità di questa ennesima guerra che lascia inalterati i problemi e irrisolte le situazioni. Ma un esame più approfondito evidenzia dinamiche di forte cambiamento nei rapporti di forza tra i diversi attori interni ed esterni al conflitto.
JANIKI CINGOLI
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Dopo undici giorni di conflitto, il cessate il fuoco instaurato all’alba del 21 maggio resiste. 261 morti, di cui 249 palestinesi (oltre la metà civili), tredici israeliani (un militare); 1948 palestinesi e 345 israeliani feriti; 4360 razzi e missili scagliati contro Israele. Nella Striscia oltre 1500 gli obbiettivi bombardati dagli aerei e dai mortai israeliani, molti chilometri di tunnel sotterranei distrutti, ma anche 17.000 abitazioni ed esercizi commerciali danneggiati e duemila distrutti o resi inagibili. Decine di migliaia gli sfollati. Circa 800.000 abitanti non hanno accesso ad acqua potabile, l’energia elettrica viene erogata quattro o cinque ore al giorno per mancanza di carburante.

Fonti ufficiali a Gaza calcolano i danni a circa 250 milioni di dollari. Dalla parte israeliana, il governo non ha ancora fornito dati ufficiali dei danni, ma circa 3500 proprietà risultano danneggiate, oltre a 1724 veicoli motorizzati, e milioni di abitanti sono stati costretti a ripararsi nei rifugi, paralizzando in larga parte il Centro e il Sud del paese. Secondo l’Associazione Industriali, le sole imprese israeliane hanno subito danni per 369 milioni di dollari. A questi bisogna aggiungere le ingenti ricadute sul settore turistico, oltre agli altri settori dell’economia.

Si è trattato di una guerra chiaramente asimmetrica, anche se la sproporzione non ha raggiunto i livelli della guerra del 2014, durata cinquanta giorni, quando i morti palestinesi furono oltre 2200, gli israeliani 74.

Dietro l’aridità di queste cifre, il sangue, il lutto e il terrore delle persone, l’inutilità di questa ennesima guerra che lascia inalterati i problemi e irrisolte le situazioni.

Tuttavia, un esame più approfondito evidenzia dinamiche di forte cambiamento nei rapporti di forza tra i diversi attori interni ed esterni al conflitto.

Le conseguenze per Israele

Netanyahu e il ministro e le forze di polizia hanno avuto indubbiamente forti responsabilità in tutto il mese precedente lo scoppio del conflitto, in particolare a Gerusalemme, dagli incidenti alla Porta di Damasco, a quelli sulla Spianata delle Moschee, a quelli per il rinnovato tentativo di sfrattare tredici famiglie palestinesi nel quartiere di Sheick Jarrah, a Gerusalemme Est.

Tuttavia, la leadership israeliana è stata probabilmente presa in contropiede dall’entrata in campo a gamba tesa di Hamas (in collaborazione con lo Jhiad islamico), che, dopo l’ultimatum del 5 maggio del capo della sua ala militare a Gaza, Muhammad Deif, in cui s’intimava a Israele di cessare i tentativi di sfratto a Sheick Jarrah e di sgomberare le forze di polizia dalla Spianata delle Moschee, il 10 maggio lanciava oltre duecento razzi contro lo Stato ebraico, di cui alcuni atterravano alla periferia di Gerusalemme. L’intervento aveva luogo in occasione dell’annunciata marcia degli oltranzisti ultraortodossi attraverso la città vecchia, per celebrare il Jerusalem Day (giorno che celebra la riunificazione della città dopo la guerra del ’67), marcia poi annullata in seguito ai razzi.

Lo stesso giorno, oltre 520 palestinesi rimanevano feriti negli scontri sulla spianata delle Moschee. Israele reagiva colpendo 130 obbiettivi nell’Area di Gaza. Iniziava così il conflitto destinato a durare undici giorni, fino al 21 maggio.

Si è già detto dei danni subiti da Israele e dei raid da esso effettuati sulla Striscia di Gaza.

Netanyahu e le fonti militari rivendicano i grandi risultati conseguiti, con la distruzione di molti chilometri della rete di tunnel sotterranei che circonda Gaza (secondo Hamas, il cinque per cento dei cinquecento chilometri totali), di impianti per la costruzione di razzi, missili e armi, di depositi di armi e di postazioni per il lancio di missili, oltre all’eliminazione, anche attraverso assassinii mirati, di circa trenta importanti esponenti militari di alto livello, legati all’intelligence e alla costruzione delle armi più sofisticate.

Lo stesso Deif e il leader di Hamas a Gaza Yahiha Sinwar sono scampati a due attentati, mentre le loro abitazioni sono state distrutte. Ma la realtà è che il grosso delle forze armate di Hamas e dello Jhiad islamico sono restate intatte (come rivendicato dallo stesso riapparso Sinwar, riapparso durante una manifestazione per celebrare la “vittoria” dopo il cessate il fuoco), il tentativo di indurre le milizie islamiche a rifugiarsi nei tunnel per seppellirle sotto i bombardamenti, fingendo un falso attacco di terra, è andato in larga parte a vuoto, dell’arsenale di quindicimila razzi e missili disponibili prima della guerra ne sono rimasti a disposizione delle formazioni islamiche circa diecimila (Hamas e lo Jhiad islamico avrebbero potuto andare avanti ancora per molte settimane a lanciarne), e le scorte potranno essere facilmente ricostituite e rafforzate.

Dei 4360 razzi e missili lanciati da Gaza, larga parte è caduta in aperta campagna o dentro la Striscia, la parte restante è stata intercettata al novanta per cento dal sistema difensivo Iron Dome, che tuttavia è stato fortemente penetrato per l’alta intensità dei razzi scagliati, in media 396 al giorno, con salve di centinaia in pochi minuti. In undici giorni, sono stati lanciati quasi altrettanti razzi che nei cinquanta giorni della guerra del 2014 (4594). Oramai tutto il territorio israeliano è esposto alla minaccia dei missili provenienti da Gaza, che hanno raggiunto una gittata molto più lunga, arrivando anche a 200 km. La stessa banca dati di obbiettivi da colpire forniti dall’intelligence si è presto rivelata insufficiente e non aggiornata, ed è stata presto esaurita.

Non si è neanche discusso della restituzione dei corpi dei militari e dei prigionieri israeliani detenuti da Hamas, si è semplicemente ritornati al precedente status quo.

Una scuola a Gaza

L’esplosione del conflitto dentro Israele

Israele si è trovato poi a fronteggiare l’esplosione del conflitto interno con la popolazione arabo-palestinese, che rappresenta oltre il venti per cento del totale, con i massicci scontri che sono dilagati in tutto il paese e a Gerusalemme Est, soprattutto nelle città miste abitate da arabi e ebrei, come Lod e Acco. Gli scontri hanno visto all’inizio come protagonisti i giovani arabo palestinesi, che per il trenta per cento sono disoccupati e senza istruzione superiore, non vedono un futuro davanti a sé e diventano facile preda delle gang che infestano le città e i quartieri arabi, con circa 40.000 armi illegali in circolazione, e sul fronte opposto i giovani ultraortodossi, presto soccorsi dalle milizie dei coloni provenienti dagli insediamenti e dell’estrema destra israeliana.

In una situazione che aveva visto progressi sostanziali nella convivenza tra le diverse etnie del paese, e la crescente inclusione del ceto medio arabo-israeliano nel tessuto civile del paese, le lacerazioni prodotte da questi scontri saranno difficili da rimarginare.

Alsusi, famoso per i suoi falafel, ha ripreso l’attività, in un altro posto.

L’espansione dei fronti del conflitto

Israele in questi due mesi si è trovato a fronteggiare minacce su sette fronti: oltre a Gaza, agli scontri interni al paese, a Gerusalemme Est e alla Cisgiordania, vi sono stati incidenti al confine giordano, dove in due occasioni manifestanti guidati dal partito islamico che si richiama alla Fratellanza musulmana, il Fronte di Azione Islamico, hanno cercato di oltrepassare il confine con Israele, respinti dalle forze di sicurezza giordane. I gelidi rapporti esistenti tra Netanyahu e la corona Hashemita non hanno certo aiutato, in tutto questo periodo, anche per quanto riguarda le tensioni sulla Spianata delle Moschee, su cui il re giordano rivendica l’alto patronato come discendente di Maometto.

Dalla Siria, inoltre, il 14 maggio tre razzi venivano scagliati contro Israele, due dei quali atterravano all’aperto sul Golan senza fare danni e uno cadeva in mare.

Il giorno prima, altri tre razzi venivano scagliati dal Libano, cadendo in mare, anche se Hezbollah smentiva di essere all’origine dell’incidente. Incidenti di frontiera con il Libano si moltiplicavano negli stessi giorni.

Occorre tener presente che, mentre a Gaza Israele si trova a fronteggiare decine di migliaia di razzi, Hezbollah in Libano ne possiede centinaia di migliaia, molti dei quali di lunga gittata e di alta precisione.

Dietro tutto questo, si staglia l’ombra dell’Iran, e della sua strategia di “deterrenza di profondità” contro lo Stato ebraico e le stesse truppe Usa ancora dislocate nell’area.

Le brigate Al Qassam a Khan Yunis City, Gaza sud

L’acuirsi delle tensioni Israele-USA

Gli Stati Uniti e il presidente Biden in persona hanno inizialmente sostenuto il diritto all’autodifesa di Israele e condannato Hamas per il lancio di missili, bloccando tre risoluzioni al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma con il protrarsi del conflitto le pressioni per un cessate il fuoco si sono fatte più intense. Il 20 maggio, nella sua quarta telefonata con il leader israeliano, Biden ha formalmente chiesto una descalation del conflitto, e il giorno dopo è stato raggiunto il cessate il fuoco, grazie alla mediazione egiziana e anche del Qatar.

La tensione con Biden si va tuttavia acutizzando, mentre Netanyahu radicalizza le sue posizioni in questi ultimi giorni, arrivando a contestare la decisione USA di riaprire un suo consolato a Gerusalemme Est, annunciata dal segretario di stato Tony Blinken durante la sua breve missione di questi giorni nell’area, e portando avanti una dura opposizione contro i negoziati indiretti in corso a Vienna, per riportare gli USA dentro l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 2015, da cui Trump era uscito nel 2018.

La questione di fondo, tuttavia, è che Israele è priva di una strategia di lungo periodo verso Gaza, non intende rioccupare la Striscia e abbattere il regime di Hamas, per timore che ad esso subentrino formazioni ancora più estremiste, legate ad Al Qaeda, e non vuole comunque farsi nuovamente carico dei suoi due milioni di abitanti. Inoltre, Netanyahu è determinato a mantenere intatta la divisione tra Gaza e la Cisgiordania, e tra Hamas e Fatah, in modo da rendere vano ogni tentativo di rilancio del negoziato di pace verso una soluzione a due stati.

D’altra parte, anche i tentativi di negoziare una “hudna”, una tregua di lungo periodo, con relativo scambi di prigionieri, ripresi anche in questi giorni al Cairo, sono destinati a scontrarsi con le resistenze interne della destra israeliana, nonché con l’ostilità dell’Autorità Palestinese, perché ufficializzerebbero di fatto il regime di Hamas, e la separazione della Striscia dalla Cisgiordania.

Si assiste quindi da anni a una “tatticalizzazione della stategia”, con periodici scoppi di ostilità destinati a tornare al punto di partenza, continuando comunque a tenere in vita il regime di Hamas, consentendo il flusso in contanti di decine di milioni di dollari del Qatar (in febbraio, prima del conflitto, ne erano stati preannunciati 360 milioni per l’anno in corso), che ogni mese l’ambasciatore qatarino Mohammed al-Emadi porta in capaci borse attraversando il valico israeliano di Erez.

Netanyahu e Hamas, per certi versi, si sostengono reciprocamente e sono funzionali l’uno all’altro.

Il leader del Likud, tra l’altro, ha tratto profitto dagli scontri, che hanno delegittimato il tentativo guidato da Yair Lapid, nuovo presidente incaricato dopo il fallimento del tentativo dello stesso leader del Likud di formare un governo, e che era teso alla formazione di un governo di unità nazionale che includesse due partiti di destra, guidati da Naftali Bennett e Gideon Sa’ar, e potesse contare sul sostegno di due partiti arabo-israeliani, la Joint List e la Unied Arab List. Sotto la pressione degli eventi, Bennett si è tirato indietro, facendo intendere che il tentativo di Lapid, il cui mandato scade il 2 giugno, era da considerarsi fallito. Dopo la cessazione delle ostilità, tuttavia, pare che i giochi si siano riaperti, e che Bennett stia riconsiderando l’ipotesi.

Operazione di polizia condotta dalle forze armate nel quartiere Silwan, Gerusalemme Est

Hamas allarga la sua influenza

Hamas aveva inizialmente puntato sull’accordo raggiunto con Fatah per nuove elezioni, sia legislative (previste per il 22 maggio) sia presidenziali (per il 31 luglio). Ma il 29 aprile, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ne annunciava il rinvio sine die, attribuendone la responsabilità a Israele che non garantiva la possibilità agli abitanti di Gerusalemme Est di parteciparvi, ma in realtà temendo la vittoria di Hamas data la frammentazione delle liste che facevano riferimento a Fatah.

A questo punto Hamas si intestava la lotta per Gerusalemme, a Sheick Jarrah e sulla Spianata delle Moschee, e quella della minoranza araba che dilagava in tutto il paese e nella stessa Cisgiordania, malgrado i tentativi di Fatah di tenere calma la situazione. È accaduto qualcosa di simile alle primavere arabe: la lotta, iniziata dai giovani arabo palestinesi, è poi stata presa in mano dai più organizzati attivisti di Hamas, che anche dopo il cessate il fuoco hanno continuato le manifestazioni, sia contro Israele, che contro lo stesso Abbas, accusato di collaborazionismo.

Il 27 maggio attivisti di Hamas arrivavano a espellere il Gran Mufti di Gerusalemme, il palestinese Sheikh Mohammed Hussein, per la sua fedeltà all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). e gli scontri tra attivisti di Fatah e di Hamas sono continuati anche nei giorni successivi.

La formazione islamica tuttavia, sotto le pressioni egiziane, ha dovuto accettare il semplice cessate il fuoco, senza alcun riferimento alla Spianata delle Moschee o a Sheick Jarrah, senza che venisse garantita la riapertura permanente dei valichi di frontiera con Israele, la fine del blocco della Striscia, per non parlare degli altri progetti più ambiziosi di cui si favoleggia da anni, come la costruzione di un porto e di un aeroporto in un’isola artificiale antistante la Striscia, in territorio egiziano.

Inoltre, dopo gli scontri iniziali, non è riuscita a sollevare una “terza intifada”: gli scontri pur così intensi sono stati presto ricondotti sotto il controllo della polizia israeliana, e in Cisgiordania sotto il ferreo controllo dell’Autorità palestinese.

Yehya Al Sinwar, leader di Hamas, partecipa alla festa per la vittoria a Gaza

L’isolamento del presidente palestinese Mahmoud Abbas

Dopo l’annuncio della cancellazione delle elezioni palestinesi del 29 aprile, Abbas si è trovato fortemente isolato nell’opinione pubblica palestinese, anche se è parzialmente riuscito a dirottare la colpa su Israele, che non garantiva il diritto di voto ai palestinesi di Gerusalemme Est. Tuttavia, come già detto, è riuscito a mantenere la situazione in controllo, e ora i suoi sforzi e quelli della leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sono volti a focalizzare l’attenzione nei diversi forum internazionali, a partire dal Tribunale internazionale dell’Aia, sui “crimini israeliani”, e soprattutto a intercettare larga parte delle centinaia di milioni di dollari, volti alla ricostruzione di Gaza, che vengono annunciati dai diversi player regionali e internazionali.

Dopo la guerra del 2014, il tentativo gli riuscì, ma la maggior parte dei fondi restarono nelle casse dell’ANP, e solo le briciole arrivarono alla martoriata popolazione di Gaza.

Razzi di Gaza su Ashkelon nei giorni del conflitto

Quanti Stati nella Palestina storica

Si fa un gran parlare, in questi giorni, di tener viva la prospettiva di una “soluzione a due Stati”. Ma si tratta in larga parte di una posizione di principio, non destinata a tradursi in concreti tentativi di rilancio del processo di pace, come ha ribadito lo stesso Blinken nei giorni scorsi. Altre sono le priorità di Biden, dalla Cina, alla Russia, alla sfida climatica, al rilancio economico e sociale del suo paese.

Molti affermano che la realtà odierna è quella di uno Stato unico, dalla Giordania al mare, dato che Israele controlla sia la Cisgiordania, lasciando all’ANP solo briciole di potere entro enclave sempre più erose dagli insediamenti, sia Gaza, dominata internamente da Hamas, ma controllata ai confini, dall’aria, dal mare e perfino attraverso i registri anagrafici dallo Stato ebraico.

L’ipotesi di una soluzione a uno Stato, che pure sta allargando i suoi consensi, è legata anche a coraggiose visioni, elaborate da intellettuali israeliani, palestinesi e internazionali, che ritengono che la strada migliore e più realistica sia quello di uno Stato unico in cui i due popoli esercitano una doppia parallela sovranità, attraverso diversi gradi di divisione e di condivisione. Ma anche questa via pare difficilmente percorribile, data la diffidenza e l’odio oramai accumulatisi tra i due popoli in tutti questi anni e l’effettiva volontà dei diversi player in campo.

Chi scrive ritiene che il futuro più verosimile, almeno per questa generazione, sia quello di uno Stato (Israele), dai confini variabili per la progressiva erosione di quel che resta della Cisgiordania, più due mezzi stati palestinesi, l’uno in Cisgiordania, dove l’ANP si regge entro enclave frammentate dagli insediamenti ebraici (grazie alla reciproca collaborazione con i servizi di sicurezza israeliani), per puntellare una leadership che non vuole rinunciare ai suoi privilegi; e l’altro nella Striscia di Gaza, totalmente controllata all’interno da Hamas, ma sotto l’occhiuto blocco israeliano.

Ogni tentativo di accordo interpalestinese, tra Fatah e Hamas, è destinato a fallire, perché nessuno dei due vuole rinunciare a ciò che ha, e perché Israele comunque troverà i modi per impedire che esso proceda. Questa è la desolante realtà, che si può cercare di alleviare, ma che nell’attuale contesto non vede prospettive stabili di soluzione.

La vittoria del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi

Gli egiziani sono stati, con la collaborazione del Qatar e con l’accorta e prudente regia degli USA, i mediatori principali del cessate il fuoco, e sono i garanti della sua applicazione. Questo ha profondamente modificato l’immagine del presidente Abdel Fattah al-Sisi, in particolare verso il nuovo presidente USA Biden, che all’inizio del suo mandato l’aveva classificato tra i dittatori da tenere alla larga e da richiamare al rispetto dei diritti umani. A lui Biden ha dovuto telefonare due volte, per arrivare a far tacere le armi. 

Sisi è quindi il maggior beneficiario della crisi, come nota su Ha’aretz Zvi Bar’el. Egli ancora una volta ha ristabilito il principio che l’Egitto è la sola àncora che può assicurare qualche forma di stabilità nella battaglia tra Israele e Hamas, per le sue connessioni con la formazione islamica e il suo controllo del valico di confine di Rafah, attraverso cui può influenzare anche lo stesso Netanyahu, con cui peraltro il coordinamento in termini di sicurezza è strettissimo.

Il ruolo essenziale dell’Egitto è perfino sottolineato nella dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu finalmente approvata il 22 maggio, il giorno successivo al termine delle ostilità.

[dal blog di Janiki Cingoli su Huffington Post]

Immagine d’apertura: Protesta davanti alle macerie del palazzo al Jalaa dei giornalisti di Gaza contro i raid aerei israeliani che hanno colpito anche i mezzi d’informazione. Si commemora anche il giornalista Yusef Abu Hussein ucciso da un attacco aereo.

Gaza. Vincitori e vinti ultima modifica: 2021-05-27T17:05:44+02:00 da JANIKI CINGOLI

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