Zattere. Un mondo di artisti.

SANDRO G. FRANCHINI
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“Zatterini”: così Maria Damerini chiamava gli amici che come lei abitavano sulla bella, lunga e luminosa fondamenta che, orientata a sud, è lambita dal vivace e trafficato canale della Giudecca, coronata nella sua punta finale dalle ariose cupole della chiesa della Salute e dalla sfera d’oro su cui danza instabile la Fortuna.

Nel suo Gli ultimi anni del Leone. Venezia 1920-1940 (edito dal Poligrafo nel 1988 con prefazione di Mario Isnenghi), Maria Damerini riesce, approfittando del luogo di osservazione privilegiato datole dall’essere la moglie di Gino Damerini, direttore della Gazzetta di Venezia, a darci un ritratto di straordinaria vivacità e ricchezza di dettagli di quella che era la vita artistica, culturale e mondana di Venezia tra le due guerre. Fu quello un periodo in cui la città visse un’ansia frenetica di conoscere, di sperimentare e di chiamare a sé il mondo, quasi a voler così trovare l’antidoto alla desolazione e alle paure che la guerra aveva, e avrebbe poi inflitto di nuovo di lì a pochi anni al genere umano.

In una città come Venezia, dove sono riconoscibili varie “isole” nell’isola, costituite da zone via via nel tempo distintesi con caratteri propri, le Zattere e le calli e i campi immediatamente prospicenti hanno assunto una loro nuova identità specifica a partire dai primissimi anni dell’800, con l’insediamento dell’Accademia di Belle Arti e delle sue Gallerie presso la ex Scuola Grande della Carità. Da allora decine e decine di pittori e di scultori hanno allestito nelle vicinanze i loro studi e le loro abitazioni creando così una sorta di tebaide di artisti. Carattere riconfermato in questi ultimi decenni anche grazie alla creazione di musei privati quali la Fondazione Guggenheim, la Collezione Pinault alla Punta della Dogana, la Fondazione Vedova e alla nascita di nuove gallerie d’arte e di botteghe artigiane. Fino all’inaugurazione, nel 2000, della nuova ampia e rinnovata sede alle Zattere dell’Accademia di Belle Arti che ha potuto così accogliere un numero crescente di docenti e di allievi.

Come scriveva Maria Damerini: «La plaga degli artisti […] partiva dalla Dogana da Mar all’estremo est delle Zattere e scendeva a triangolo tra Canal della Giudecca e Canal Grande chiuso il terzo lato da San Barnaba, Santa Margherita, i Carmini, l’Angelo Raffaele, San Sebastiano, Calle del Vento. Il suo fulcro era l’Accademia». 

Nel cercare di ricostruire una sorta di stradario di quello che recentemente è stato definito “il chilometro dell’Arte”, pur limitandoci al Novecento, si rimane stupiti del numero degli artisti concentrati in una limitata parte della città, con considerazioni che pure andrebbero quindi fatte non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità della residenzialità a Venezia fino a pochi anni fa. 

Potremmo iniziare il nostro viaggio partendo proprio dall’estremo est delle Zattere, dalla casa di Cesare Laurenti, zona che fu anche di Millo Bortoluzzi, mentre all’altro opposto a San Basilio troviamo quella di Luigi Nono. Al terzo apice di questo ideale triangolo stavano invece i Cadorin, nel bel palazzo in fondamenta Briati: il nonno Vincenzo scultore e suo figlio Guido pittore, come poi lo fu Ida. Casa, questa, più volte visitata dalla regina Margherita munifica mecenate, e dove, durante la seconda guerra, sarebbe venuto ad alloggiare anche Felice Carena, proveniente da Firenze. A San Barnaba stava invece Teodoro Wolf-Ferrari; poco più in là erano i Ciardi, Guglielmo e Beppe e Emma. Oltre il canale, sempre a San Barnaba, Ettore Tito e il figlio Gigetto. A San Trovaso Italico Brass e Mario Rota; e Lulo de Blaas con lo studio proprio alle Zattere. Nei pressi di Campo Santa Margherita stava lo scultore Antonio Del Zotto e più tardi la pittrice Mimì Gelmetti e Cagnaccio di San Pietro, mentre tra le Zattere e il Canal Grande era il giardino dove aveva studio Toni Lucarda. 

All’Accademia, oltre che insegnare, lavoravano nei loro studi Guido Cadorin, Bruno Saetti, Giuseppe Cesetti, Arturo Martini, che abitava alle Zattere verso la Salute, e, poi, Alberto Viani, e Virgilio Guidi, che più tardi si sarebbe trasferito a San Marco. Ancora alle Zattere abitava Alessandro Milesi; a San Sebastiano Filippo De Pisis e, prima di lui, Amedeo Modigliani. A Sant’Agnese visse Gennaro Favai, avversario di Ezra Pound in centinaia di interminabili partite a scacchi. A San Gregorio, sul Canal Grande, per un periodo abitò Mariano Fortuny, che poi avrebbe acquistato palazzo Pesaro Orfei a San Beneto.

Tutto un mondo fantastico di cui l’eco e le immagini limpide sono nei ricordi di chi ne ha avuto esperienza personale, come Roberto Demarco e Aldo Trevisanello, o di chi ne ha fin da ragazzo raccolto la testimonianza come Stefano Demarco. Le loro botteghe artigiane sono il segno concreto e tangibile e tuttora operoso di tutto un mondo di cui ancora riusciamo qua e là, anche grazie a loro, a ricostruire i confini.

Ecco così rimbalzare, dai loro ricordi, per gli ultimi decenni del secolo scorso, i nomi di Emilio Vedova, nella sua grande casa delle Zattere quasi fosse la tolda di una nave pronta a salpare verso Oriente, e di Giuseppe Santomaso, a San Gregorio, poco distante dalla mole bassa e massiccia di quell’inizio di palazzo Venier dei Leoni in cui la grande Peggy, signora e mecenate, proteggeva giovani artisti come Tancredi, Vinicio Vianello, Edmondo Bacci. Bacci aveva studio alla Salute assieme a Gino Morandis, studio poi passato a Saverio Rampin. Alla Salute abitavano e lavoravano Luciano Gaspari e la moglie Bruna Gasparini e, fino a ieri, Franco Renzulli. Nella dritta calle dello Squero che porta alle Zattere, abita e lavora Armando Pizzinato. Proseguendo verso l’Accademia troviamo agli Incurabili il campiello reso famoso un tempo dal sognante murale di Bobo Ferruzzi, che lì aveva studio e abitava. A pochi passi, in rio terà San Vio aveva e ha studio Paolo Scarpa. 

A San Vio la concentrazione, tra abitazioni e studi, si fa sorprendente: Antonio Orlandini, scenografo alla Fenice per oltre trent’anni, Marco Novati, Renato Borsato, Giorgio Bacci-Baik (per distinguersi dal fratello Edmondo), Toni Fulgenzi, Sergio Franzoi, Sara Campesan, Mario Carraro, Giorgio Celiberti, Ezio Rizzetto, Carlo Cherubini e, inquieto e sempre di passaggio, Romano Parmeggiani fratello di Tancredi. Vi stette per un periodo anche Fabrizio Plessi, prima di passare alla Giudecca. Ancora a S. Vio, a palazzo Falier, Carlo Hollesh, proveniente da Pola. Nello stesso palazzo, affacciato sul Canal Grande, abitavano Zoran Music con la moglie Ida Cadorin-Barbarigo, che avevamo già incontrato all’inizio del nostro viaggio. Possiamo solo cercare di immaginare l’atmosfera effervescente di quei pochi decenni in quelle due fondamenta così tante e tante volte soggetto dei loro dipinti: quel via vai continuo di cornici e di teleri, i finestroni aperti nei piani alti delle case, le camicie imbrattate di colori, gli incontri, gli scambi, le contese, i confronti, le cene all’osteria tenuta dai fratelli Ribelle e Libertà, figli, neanche a dirlo, di un fiero anarchico. 

A Sant’Agnese Gianfranco Tramontin e l’incisore Mario Abis e, dalla Francia, Léon Gischia, che a Venezia trascorrerà gli ultimi trent’anni della sua vita. Ai Gesuati, il newyorkese Robert Morgan, ma prima Riccardo Licata e Rosetta Fontana Rosa, tra le poche donne in una tebaide di uomini. Procedendo verso la Toletta ecco gli studi di Giuseppe Duodo e di Giorgio Valenzin; a San Trovaso, di fronte alla chiesa, Ferruccio Bortoluzzi; a San Barnaba Fioravante Seibezzi e, alle Romite, Primo Potenza e Mario Deluigi e la casa di Gino Morandis. Poi, eccoci ai Carmini, dove, in fondamenta del Soccorso abitava e aveva studio, prima di trasferirsi a San Polo, Giovanni Soccol e dove, a palazzo Foscarini, lavorava Marco Del Re, mentre proprio in campo, accanto alla chiesa e alla Scuola Grande sta Federica Marangoni, artista del vetro. Lì vicino, in calle dei Ragusei, abitava Carlo Cardazzo, straordinario promotore di artisti e capace come pochi di riconoscerne il talento. Tornando a San Basilio, e ritrovandoci così di nuovo alle Zattere, ecco lo studio di Ivan Beltrame.

Fin qui il Novecento. L’elenco, è impressionante e certo lacunoso, e potrebbe ancora continuare in particolare con i numerosi artisti (ma assieme a loro anche gli scrittori, i poeti, i musicisti, gli studiosi) che, provenienti da ogni parte del mondo, anche in questi ultimi anni, lavorano e vivono qui tra noi, partecipi di storie e di visioni che sanno sempre rinnovarsi con esiti inattesi e capaci di sorprendere. Un elenco che è già esso stesso un patrimonio che va non solo ricordato, ma anche mantenuto vitale. Saprà Venezia tenere viva questa fiamma?

In realtà, nel sole pieno delle giornate d’estate con i loro caffè e l’animazione dei passanti, o nella nebbia fitta delle mattine d’inverno, in cui tutto appare sospeso e irreale nel suono delle sirene delle navi, le Zattere ci parlano e ci parleranno ancora, in ogni loro pietra, di una ricerca di bellezza che continuerà sempre ad accendere il cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo, generazione dopo generazione*.

*La mostra «Zattere. Tra storia e memoria» promossa da Demarco arte, San Vio, e da Bugno Art Gallery, San Fantin, è aperta dal 18 marzo al 18 aprile 2022.

Zattere. Un mondo di artisti. ultima modifica: 2022-03-09T22:35:50+01:00 da SANDRO G. FRANCHINI
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