Israele. Il duro richiamo della realtà

L’attivismo diplomatico di Bennett per ridisegnare la regione mediorentale con i paesi arabi moderati deve fare i conti con la precarietà della situazione interna.
UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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Si possono certo “glorificare” gli “Accordi di Abramo”. Definire, con qualche ragione, “storico” il vertice a tre a Sharm el-Sheikh. E segnalare, come sta facendo ytali, che mentre in Italia si litiga sull’”espulsione” del professor Orsini dai salotti mediatici Rai, in Medio Oriente la diplomazia è in pieno movimento e, mentre il mondo guarda all’Ucraina, sta ridisegnando il volto di quella che rimane una delle aree più calde, e nevralgiche, dello scacchiere internazionale. Tutto vero. Ma “basta” un attentato nel Negev per far ripiombare Israele nella psicosi del terrore.

Annota in proposito Yossi Verte, firma storica di Haaretz:

Naftali Bennett aveva appena assaporato i suoi quindici minuti di fama in un incontro al vertice di Sharm al-Sheikh con il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed al-Nahyan e il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sissi. L’aereo del primo ministro è atterrato all’aeroporto Ben-Gurion martedì alle 15:15. Meno di un’ora dopo, un terrorista, un beduino israeliano, ha lanciato una serie di attacchi omicidi a Be’er Sheva che si sono conclusi con quattro vittime israeliane, con la sua stessa uccisione per mano di due cittadini coraggiosi. Notiziari e siti web si sono subito posti in modalità live-streaming. L’incontro di Bennett, certamente degno di essere chiamato “storico”, è stato a malapena menzionato.

Dopo l’attacco omicida nel Negev, Eran Doron, capo del Consiglio regionale di Ramat Hanegev, presiede una riunionet ra i capi delle autorità locali, ebrei e beduini e le forze di sicurezza in vista di Ramadan e Pesach

In Medio Oriente vige una “legge” non scritta: quando la diplomazia latita ovvero quando essa è iper attiva, ecco scattare un’altra “diplomazia”: quella del terrore.

A darne conto, sul quotidiano progressista di Tel Aviv, è Amos Harel, tra i più acuti analisti israeliani di terrorismo.

È molto facile  – annota Harel – collegare l’attacco terroristico di martedì a Be’er Sheva, il più mortale degli ultimi anni, con l’atmosfera nei territori e la crescente escalation di violenza in vista del Ramadan. Mohammed Abu al-Kiyan, il terrorista che ha ucciso tre donne e un uomo in una carneficina, era un noto attivista islamico militante e ha anche scontato del tempo in prigione a causa dei suoi legami con l’Isis. A Gerusalemme Est, ci sono stati sei accoltellamenti dall’inizio del mese contro israeliani. In un altro incidente, i soldati sono stati presi di mira in un attacco mordi e fuggi in un villaggio della zona di Jenin. Per decenni, le forze di sicurezza israeliane hanno guardato con attenzione le settimane che precedono il mese di Ramadan. Tradizionalmente, è un periodo di grande fervore religioso che si manifesta, tra le altre cose, in attacchi terroristici solitari contro gli israeliani.

Ma, secondo fonti della sicurezza, lo sfondo degli omicidi di Be’er Sheva è un po’ diverso – anche se la parola definitiva su questo emergerà solo nei prossimi giorni. L’aggressore era un beduino, un residente del villaggio Negev di Hura che era implicato nella vicenda del 2015 che coinvolgeva un gruppo di insegnanti accusati di sostenere l’Isis e di cercare di andare in Siria per unirsi alla lotta dell’organizzazione contro il regime di Assad. Abu al-Kiyan è stato rilasciato dalla prigione due anni fa.

Un’indagine del servizio di sicurezza Shin Bet e della polizia dovrà ora concentrarsi sulla questione se abbia segnalato negli ultimi mesi segni di rinnovato estremismo o piani specifici per organizzare un attacco. Dopo il rilascio, detenuti in regime di massima sicurezza della Cisgiordania e certamente in strertture all’interno di Israele sono monitorati dalle autorità. È chiaro che nel caso di Abu al-Kiyan alle autorità è sfuggito qualcosa, anche se per ora non ci sono rapporti secondo cui avrebbe condiviso piani dettagliati con sodali. L’Isis era al vertice della sua potenza e influenza nel 2015. Le sue guerre in Iraq e Siria hanno attirato volontari da tutto il Medio Oriente, tra cui decine di arabi israeliani, così come estremisti islamici che vivono in Occidente. I combattenti di ritorno dai conflitti, così come gli attivisti estremisti che sono rimasti a casa, sono stati responsabili di un’ondata di attacchi terroristici mortali rivolti direttamente ai paesi occidentali tra cui Francia, Gran Bretagna e Belgio. Ma l’Isis stesso ha subito un doppio colpo. È stato espulso da gran parte del suo territorio in Siria dal regime di Assad, che è stato aiutato dalle milizie filo-iraniane e ancora di più dai bombardamenti dell’aviazione russa. Nella Siria orientale e nell’Iraq occidentale, nel frattempo, l’organizzazione è stata schiacciata da sistematici attacchi aerei condotti dall’amministrazione Obama.

Il vertice organizzato dal ministro degli esteri Yair Lapid. Vi parteciperanno il segretario di stato Antony Blinken e i ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrain e del Marocco.

Negli ultimi anni, c’era stato un forte calo degli attacchi terroristici da parte dell’Isis e dei suoi sostenitori fino a quando non si è verificato un altro punto di svolta – il caotico ritiro americano dall’Afghanistan e la riaffermazione del controllo da parte dei talebani. Questo è stato percepito dagli islamisti come una vittoria che avrebbe ispirato i sostenitori in tutto il mondo. I funzionari della sicurezza israeliana dicono che ciò che è successo a Be’er Sheva fa parte di un fenomeno più ampio e mondiale. Paradossalmente, dicono, potrebbe non esserci alcuna connessione tra l’attacco e il terrore palestinese nei territori. Tuttavia, la preoccupazione ora è che il successo di Abu al-Kiyan possa ispirare attacchi imitativi a Gerusalemme e in Cisgiordania, con l’avvicinarsi del Ramadan sullo sfondo. Tuttavia, per ora l’establishment della Difesa tiene distinti l’attacco di Be’er Sheva e la situazione nei territori. L’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e ancora di più Hamas nella Striscia di Gaza, hanno dato messaggi chiari a Israele che intendono imporre la calma durante il Ramadan e lasciare che la popolazione si goda il mese in pace. In Cisgiordania, l’AP vuole assicurare ai fedeli musulmani il pieno accesso all’Haram al-Sharif (Monte del Tempio) durante il Ramadan, dopo che Israele lo ha limitato due anni fa a causa della pandemia di coronavirus e l’anno scorso a causa dei combattimenti a Gaza. Per ora, il vertice politico di Israele non ha intenzione di interrompere la politica volta a consentire a più palestinesi di entrare in Israele per lavoro. Anche il primo ministro Naftali Bennett era di questa opinione, almeno fino all’attacco terroristico di questa settimana e agli attacchi dell’opposizione dell’opposizione nei suoi confronti.

Moshe Kravitzky, Laura Yitzhak, Menachem Yechezkel Doris Yachbas era una vera donna di valore.

Gli appelli iniziali della destra, come se avessero il pilota automatico, erano di vendicarsi contro i palestinesi. Quando l’identità dell’aggressore è diventata nota, la destra ha chiesto al governo di agire contro i beduini in modo indiscriminato. Il fatto che i due partiti arabi della Knesset abbiano condannato l’attacco senza alcun “ma” o “forse” non ha cambiato nulla per la destra. I deputati del Likud e del Sionismo Religioso si sono distinti nelle loro solite tirate. Il loro venerato leader ha risposto con una sorprendente moderazione all’inizio. Ma un’ora o due dopo, Benjamin Netanyahu, capo dell’opposizione, è tornato alle sue vecchie abitudini, dicendo che “la debolezza di Bennett e Lapid è costata vite umane”, come se durante i suoi molti anni di governo Israele avesse goduto di pace e tranquillità perfette. La rabbia espressa da Netanyahu e dai suoi sodali ha ricordato a molti i giorni in cui irrompeva in politica e incitava contro il governo Rabin-Peres durante l’ondata di terrorismo della metà degli anni Novanta”.

Mohammed Abu al-Kiyan

Così Harel. C’è da aggiungere che la scelta di una città del Negev come teatro dell’attacco terroristico non è casuale. Perché il Negev è da tempo zona d’azione, e d’infiltrazione, di cellule terroristiche legate al Daesh. E attaccare nel Negev significa, nell’ottica jihadista, lanciare una doppia sfida: a Israele e all’Egitto. Due dei partecipanti al vertice di Sharm. Una sfida che investe anche la leadership nel campo del radicalismo palestinese. La sfida che l’Isis ha lanciato, non da oggi, ad Hamas.  Una delle roccaforti dell’Isis in Palestina è Rafah, nella parte meridionale della Striscia, mentre la penetrazione islamica sembra essersi estesa fino alla Cisgiordania. Non sono ancora chiari i numeri (Israele parla di 800 miliziani, dalla Palestina giungono numeri più preoccupanti, quattromila), ma le due parti lungo la Striscia di Gaza concordano su un fatto: l’Isis può diventare un avversario comune contro cui unire le forze. Insomma, “il nemico del mio nemico è mio amico”. Il vecchio assunto applicato al Medio Oriente.

Israele. Il duro richiamo della realtà ultima modifica: 2022-03-26T19:27:21+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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