“Il mio manifesto politico”. Parla Achille Occhetto

PIGI DE LAURO
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Prima domanda d’obbligo. Il suo libro è uscito prima dell’invasione dell’Ucraina e non contiene quindi una riflessione sui nuovi avvenimenti. La guerra è solo a poco più di ottocento chilometri dai nostri confini. Che cosa ne pensa, come crede che si possa uscire da questa grave situazione? La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi? Nel suo recente libro, “Perché non basta dirsi democratici”, ammette che la sua è una elaborazione del lutto per la fine del socialismo reale al cui centro c’era la Russia. Ora la Russia è ritornata al centro, Putin vuole ricostruire i vecchi fasti oppure il suo disegno è quello di cambiare la geografia del mondo spostando il baricentro aest. Cosa ne pensa?
Oserei dire che il mio libro, se lo si legge in filigrana con gli eventi della guerra, li precede individuando i temi di un nuovo universalismo mondialista contrapposto al “metodo di Westfalia” fondato sulla mera sovranità degli Stati. Una delle cause di questa sporca guerra sta proprio nell’essere tornati indietro di secoli nella definizione e risoluzione delle controversie internazionali. Un po’ da tutte le parti. Per questo ritengo che la guerra non sia la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma la fine della politica. La pretesa di Putin di riscrivere i confini con il sangue di un’aggressione è politicamente criminale per la stessa Russia. Sia a Est sia a Ovest bisogna incominciare a capire che il baricentro non va spostato da nessuna parte: il centro sono i destini del Pianeta, concentrando le risorse non sulle spese militari ma sulle grandi emergenze ecologiche e sociali in una visione totalmente nuova della sicurezza. È il Pianeta che deve farsi sistema. È utopia? Forse sì, in un mondo che sta andando da un’altra parte. Ma non sono io a essere utopista, sono gli altri a essere pazzi! O, per lo meno, incoscienti.

In questa drammatica circostanza, secondo lei, bisogna schierarsi o essere equidistanti?
Malgrado gli evidenti errori del cosiddetto Occidente, non c’è nessun dubbio che di fronte a un’aggressione si sta decisamente dalla parte dell’aggredito e lo si aiuta con tutti i mezzi. Non c’è un solo imperialismo da combattere, come alcuni credono. Oggi la visione imperiale a direzione totalitaria di un paese capitalista quale è la Russia va combattuta senza se e senza ma, sia pure con le accortezze diplomatiche volte a raggiungere quanto prima la tregua e la fine di questa guerra.

L’approfondita recensione del suo libro, fatta da Enrico Carone su ytali.com, è titolata significativamente “un’altra svolta”. È così? È vero che come diceva lo scrittore, saggista e teologo britannico. C. S. Lewis “Non si è mai troppo anziani per fissare un nuovo obiettivo o per sognare un nuovo sogno”, e lei, da un punto di vista intellettuale, non è mai stato fermo. La famosa svolta della Bolognina ne è un esempio. Ora con il suo nuovo saggio, nel quale sostiene che “frequenta il futuro”, fa una riflessione anche personale, ammettendo che questo libro vada considerato come il suo testamento spirituale. Qual è il messaggio che vuole lanciare?
La recensione di Carone è molto acuta in generale. Il titolo mi è molto piaciuto. Io sto svoltando sempre dalla stessa parte. Sono altri che hanno cercato di fare deragliare la prima Svolta per tornare allo stesso punto: quello della politica politicante. Per questo ho preso le mosse da due suggestioni. La prima, rileggendo il Labriola di “conversando di socialismo” mi sono chiesto se era ancora lecito parlarne e, se sì, come. La seconda, dalla desolante crisi di sistema dei partiti a cui si cominciava a rispondere con il solito politicismo delle sigle e degli schieramenti, che rafforzava la mia profonda convinzione che senza una cultura politica di base non ci sono le premesse stesse della politica. Perché in un sistema politico in cui non riemergono grandi famiglie culturali, sinistra, centro e destra, rimangono gusci vuoti. Per questo ho ritenuto necessario impegnarmi sui temi identitari e sulla ridefinizione dei “fondamentali” di una sinistra e di un centro-sinistra radicalmente rinnovati. Partendo da un assunto fondamentale: se in una democrazia la libertà non coincide con l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, allora non basta più dirsi democratici. Che affronto su diversi piani ben lumeggiati dalla recensione di Carone.

Per onestà intellettuale ho ritenuto di farlo facendo i conti con il passato, sia con la crisi della socialdemocrazia sia con il crollo del “socialismo reale.” Ma in realtà è molto di più dell’elaborazione del lutto, va considerato come il compendio dei “fondamentali” per una sinistra all’altezza del nostro tempo, come una sorta di manifesto politico. Cercando di fornire anche una risposta attuale alla crisi del rapporto tra cittadini e politica, crisi che non si può risolvere sul solo terreno delle varianti nomenclature partitiche, di gusci vuoti, ma mettendo in campo le grandi tensioni ideali e le alternative programmatiche, che si contendono la direzione del Paese. In fondo evoco la necessità di una rivoluzione culturale contro le barbarie del mondo, e il mondo è barbaro perché costruito sulla diseguaglianza. Il messaggio di fondo è questo: è il momento, ed è legittimo, pensare a una società diversa, per cambiare il modello di sviluppo neoliberista che distrugge l’ambiente, nel contesto di una sintesi alta tra questione sociale e questione ambientale nella direzione dell’ecosocialismo.

Sono in vena di citazioni. Keines ha sostenuto che “le difficoltà non risiedono nelle nuove idee ma nel sottrarsi alle vecchie che ramificano in ogni angolo della mente”. È così? Adesso è l’ora dell’ ecosocialismo, una novità ma anche un invito pressante alla sinistra troppo appiattita sulla gestione dell’esistente e governare a tutti i costi. È sempre convinto di quanto aveva detto che è meglio perdere con le proprie idee che vincere con quelle degli altri?
Certo che ne sono convinto. Mi sembra che siano i fatti a dimostrarlo. Non si potrà mai risuscitare, soprattutto nei giovani, una passione politica degna di questo nome senza un orizzonte, senza valori non negoziabili, senza una chiara intenzionalità che metta in moto sia la ragione che il sentimento. Ed è a proposito della mia intenzionalità che si colloca l’idea di un socialismo sperimentale e a tappe che opera nel gorgo delle contraddizioni del presente non già in una visione utopica del sol dell’avvenire. Io identifico nell’ecosocialismo una nuova soggettività più articolata, attraverso una ridefinizione della contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, che rimane, ma all’interno di una visione più ampia, intesa come contraddizione tra l’energia complessiva del lavoro materiale e intellettuale incorporato nella scienza e nella tecnologia e l’appropriazione privatista e incontrollata dei frutti dell’intelligenza sociale complessiva. 

Nel suo libro afferma che la sinistra e i progressisti in genere, devono saper contaminarsi con altri percorsi ideali, riallacciare il discorso tra passato, presente e futuro. Tentativi di contaminazione a sinistra ce ne sono stati, anche lei con la svolta della Bolognina affermava questa necessità, in un certo senso anche il Pd del Lingotto aveva questa ambizione e ora ci prova con il cosiddetto campo largo. Ma le cose non sono andate proprio bene, è il caso di ritentare?
Le cose non sono andate bene. Alla contaminazione si è preferita la fusione a freddo tra apparati. E come si sa una fusione a freddo è un ossimoro. Oggi le forze potenziali che aspirano a una “società altra” sono molto più ampie e prendono coscienza della profonda ingiustizia che si produce se il patrimonio scientifico accumulato continua ad essere requisito da una parte minoritaria della società e dissipato in ordigni di morte e in un modello di sviluppo che sacrifica il bene comune. No. Quel patrimonio, in varie forme, va spalmato su tutto il genere umano. È in questo contesto che si rende necessaria una sintesi alta tra questione sociale e questione ambientale nella direzione di un ecosocialismo che mi spinge a una ridefinizione di parole inflazionate, come riformismo e libertà.

In sostanza la sinistra, ridefinendosi, deve mettere in campo nuovi soggetti politici alternativi all’attuale modello di sviluppo, con il compito storico di collocare in un’unica prospettiva “ecologia, lavoro e società”. E affronto questi tre piani sia separatamente, che congiungendoli in una unitaria visione mondialista, o, se si vuole, e se la parola non spaventa, internazionalista. È con questo spirito che sono d’accordo in linea di principio che si possa aiutare anche militarmente chi è aggredito, chi resiste, chi è un resistente. Ho dei forti dubbi che si debba esultare per il riarmo della Germania al di fuori dalla definizione di una autentica Europa politica, e della missione di pace di una politica estera e di sicurezza comune. In generale, non è il momento di aumentare le spese militari. L’ho scritto prima della guerra, e non ho alcuna intenzione di contraddirmi adesso.

“Il mio manifesto politico”. Parla Achille Occhetto ultima modifica: 2022-03-30T14:03:23+02:00 da PIGI DE LAURO
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