La fatica

in Sempre mondo di Massimo Gezzi
CRISTIANO POLETTI
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Sette anni di lavoro hanno portato a Sempre mondo (Marcos y Marcos, 2022), anni che Massimo Gezzi ha voluto raccogliere in quattro sezioni, di cui l’ultima, Basta il tempo, appare come un’incursione (difficile e per questo soprattutto meritoria) tra le “cose” (alcune) del vivere odierno. “Cose” non è un termine casualmente adottato nel libro, l’autore ne fa cenno fin dal principio. Nella poesia iniziale, tra quarto e sesto verso, troviamo: «perturbazione o per il canto / ripetitivo delle cicale, quando il nodo / si rompe accadono le cose». Gezzi fa dunque riferimento a una forza, un misterioso “meccanismo” possiamo forse dire, che ci ha uniti e ci unisce, unisce tutto e continuerebbe a farlo senonché una forza evidentemente pari e contraria è intervenuta e qualcosa è cambiato, radicalmente. Tutto ciò fa seguito all’incipit che suona come una dichiarazione: «C’è un punto di intersezione che lega»: legàti da un nodo, dunque, stretti in un punto, i nostri destini sembrerebbero quindi accomunati e convergenti ma ecco che per fortuna l’equilibrio viene meno. Nascono così gli accadimenti e con essi le conseguenze, le direzioni che instradano la vita di ognuno (le «storie», come l’autore scrive sempre nella poesia d’apertura), indirizzando in modo diverso per ciascuno la visione e la comprensione dell’esistente. 

In esergo campeggia uno splendido passaggio di versi di Rilke, davvero attuale nel contrastare lo spirito di negazione, e da lì Gezzi ritaglia il titolo: «È sempre mondo e mai / un nessun luogo». A questa somma poi un’altra citazione. Dall’universalità delle Elegie duinesi sembra voler trarre un dato altamente proprio per cui traccia una linea personale mediante la voce fraterna e amata del conterraneo Scarabicchi, mettendo così in chiaro la declinazione (mentale-visiva) necessaria per poterci parlare: «Dalla metà del mondo / da cui guardo». Sono due occhi che compongono lo stesso sguardo, certo, fissano la medesima visione, e condividono un’unica condizione in modo solo apparentemente semplice. In realtà, una simile postura indica qualcosa di diverso: si tratta di “territori” e “fini” umani e poetici difficili da avvicinare. C’è una distanza, la si avverte, mai in fondo risolvibile e mai facilmente ridimensionabile, tra il vasto, l’universale e il diviso, lo scisso.
Quanto detto finora si può sintetizzare in modo semplice: è la fatica di essere.

Viviamo tutti in questo irrinunciabile sforzo, essere, con la paura di non riuscirci. Perché essere ha a che fare con l’intero e non riuscirci significa non poter difendere noi stessi e il mondo. Per questo ci sentiamo divisi, tanto che stare al mondo può diventare mera fatica sminuzzata nei giorni, nel lavoro, nelle notti in cui si ripensano e si rimescolano i giorni. Eppure, sappiamo bene che dentro la quotidianità e l’annessa fatica possiamo trovare la gioia, possiamo almeno provare a costruirla. C’è d’altronde un nucleo da difendere, familiare e lavorativo prima di tutto. L’invito allora che da queste pagine si estende a chiunque è a consociarsi nella consapevolezza che l’errore è possibile a ogni passo (e dovremmo forse imparare a viverlo felicemente, piccolo o grande che sia il passo o l’errore) e che la fragilità è un dato universale, ci racconta per intero. C’è una particolare “tenerezza” nel mostrare per via poetica questo possibile affratellamento, specialmente nella prima sezione del libro, Un’educazione sentimentale

Se alla fine non dobbiamo avere troppa cattiva coscienza del mondo, per dirla con Thomas Bernhard, tuttavia: «quel che pensiamo è pensato di riporto, quel che proviamo è caotico, quel che siamo non è chiaro» (Thomas Bernhard, I miei premi).

Per testimoniare quanto sto provando a dire, ecco di seguito la poesia intitolata Le cose, a pagina 24:


La maschera da sub
con l’elastico squagliato,
il maglione ormai stretto, i pattini
mai messi ma che un giorno indosseremo:
la stratigrafia dei nostri affetti si compone
di cose, oggetti che si ammassano
e andranno traslocati, buttati, sistemati
in cantina con l’idea di utilizzarli,
un giorno o l’altro. Ma una cosa
vuol dire quella volta che l’abbiamo
trovata in un negozio, o condivisa
in un marzo in cui crescevi, invecchiavo,
morivamo di un minuto:
una cosa è fatta di tempo,
rappreso in forma di cosa,
la nostra breve esistenza
sbocciata in questa rozza e polverosa
costellazione che qualcuno osserverà,
scrivendone la storia che intanto
liquefà nel silicone, si sfarina
nella punta di matita che incide
la tua altezza sull’intonaco…

Tutte le relazioni essenziali, padri-figli, insegnanti-studenti, sogni-realtà, sono intessute di domande, anzi costituiscono nel loro insieme il dominio della domanda. Da qui nasce l’intreccio della conoscenza, che è anzitutto interrogazione, dubbio, si scontra con non-risposte o risposte parziali, si muove tra reticenza e sorpresa.

E poi c’è il mondo di fuori, certamente, con il suo dissesto, gli orrori, le oscenità. Lo si sente, si sente che da fuori preme per entrare, che è pronto (inevitabilmente e anche giustamente direi) a toccarci, a invaderci. 

Qui subentra e si aggiunge la fatica dell’osservazione. In Cronaca nera, la seconda sezione, incontriamo: lo straziante biglietto di addio di un figlio alla propria madre; i nostri occhi che non vogliono vedere l’oscenità terrificante e vera di un uomo incendiato; lo schifo a cui si è ridotto il lavoro più umile in troppi contesti di oggi. La domanda è dove siano la dignità e la civiltà, a che distanza le osserviamo e come possiamo recuperarle.

Torniamo adesso alla non-negazione: era già presente nel precedente lavoro di Gezzi, Il numero dei vivi (Donzelli, 2015) e qui viene ripresa in chiave d’interrogazione (come detto, incessante nella prima sezione) e riaffermata. Se allora il poeta scriveva: «ognuno irripetibile e nel suo breve /

splendore indimenticabile / dimenticato», oggi scrive: «Basta il tempo per rendere infinita / la storia trascurabile di ognuno». Continua quindi l’autore, anche in questo nuovo lavoro, a modo suo, con la sua intelligenza, a non volersi “rassegnare al nero”, a non voler «credere che il silenzio / non significhi nulla».

Nel cuore del libro, in particolare su questo voglio fermarmi, si apre un breve e meraviglioso “giro” di poesie, quattro lettere che Massimo Gezzi “fa scrivere” dal pittore francese Paul Signac a Émile Verhaeren, poeta belga. Entrambi sono vissuti a cavallo tra Otto e Novecento. Da pittore, significativamente, a poeta: colpisce qui la scrittura di Gezzi, è forte e dolce a un tempo, veramente affettiva, grande, di una compostezza davvero emozionante. L’ultima lettera-poesia è sublime:


Ginette gioca a nascondersi, al mattino,
e mentre sto a guardarla, come ieri,
oggi giunge la notizia incredibile.
C’è scritto, sul giornale, che un convoglio
ha travolto Émile Verhaeren,
alla stazione di Rouen. Che tentava
di salirci mentre il treno era in partenza,
e che il primo a sapere
la notizia è stato Gide.
Ci dev’essere uno sbaglio, caro Émile:
hanno preso la tua foto
scambiandola con quella di un barbone
che dormiva sui binari.
I baffi, il tuo panciotto…
ma è uno sbaglio, sicuro, così adesso
ti scrivo, ti mando queste righe perché tu
possa leggerle e rispondermi
che vivi, che un giorno torneremo
a parlare dei tuoi versi, quando i fuochi
smetteranno di ardere e gli stati
di sbranarsi. Rispondimi
al più presto, Émile, dimmi che non sei
caduto pure tu, che la tua voce
saprà ancora trovare le parole
per vincere l’orrore. Ti proibisco
di non esserci, rispondimi, tuo

Paul

C’è un ultimo tema che vorrei porre in evidenza in questo articolo, si tratta di un’altra possibile declinazione della fatica. Ma più probabilmente è una nota di fondo. Mi riferisco allo “sradicamento”, la fatica cioè della distanza, l’esperienza di un distacco che è ormai cosa di molti anni nella vita dell’autore. Risuona di nuovo l’idea e la realtà della “divisione”, della lontananza. E se la scuola “a distanza”, vissuta da professore, è stata per Gezzi piuttosto terribile (ci sono pagine importanti in proposito, alla fine della prima sezione) una poesia su tutte restituisce il distacco dalle lontane Marche d’origine. S’intitola Farther On e compare nell’ultima sezione, a pagina 75:

Le nostre vite sono svizzere –
così immobili, così fredde –
finché un bel pomeriggio
le Alpi dimenticano le tende
e guardiamo più in là.

Dall’altra parte c’è l’Italia!
Ma come un guardiano severo –
le Alpi solenni
le Alpi sirene
per sempre si mettono in mezzo.

Nota: Quest’ultima poesia è una traduzione da Emily Dickinson, alla quale l’autore ha aggiunto solo qualche parola. Un gesto di finezza consente di raccordare la propria poetica a mondi e tempi che vengono da lontano, per farli risuonare.

Sempre mondo
di Massimo Ghezzi
Marcos y Marcos, 2022
Prezzo: euro 17,10

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La fatica ultima modifica: 2022-10-26T16:21:31+02:00 da CRISTIANO POLETTI
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