Che cos’è un ebreo? Parliamone

“A Louis Armstrong fu chiesto ‘Che cos’è il jazz?’. La sua risposta fu ‘Amico, se devi chiederlo, non lo saprai mai’. L’aneddoto mi è tornato in mente quando il moderatore ha aperto la presentazione a Venezia del libro ‘Degli ebrei e dell’ebraismo’ di Riccardo Calimani e Riccardo Di Segni”.
PAUL ROSENBERG
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Qualcosa come un secolo fa, al famoso trombettista e cantante Louis Armstrong fu chiesto: “Che cos’è il jazz?”. La sua risposta altrettanto famosa fu: “Amico, se devi chiederlo, non lo saprai mai”. Non ho potuto fare a meno di pensare a quest’aneddoto ieri sera alla presentazione del nuovo libro Degli ebrei e dell’ebraismo di Riccardo Calimani e Riccardo Di Segni. La prima domanda che il moderatore, Gian Antonio Stella, ha posto è stata “Cos’è un ebreo?”. Essendo io stesso ebreo, mi sono reso conto che è quasi impossibile rispondere esaurientemente a questa domanda, e la diversità delle risposte degli autori certamente lo conferma.

Cos’è un ebreo? Tecnicamente (l’ebraismo è una religione molto regolamentata da leggi, quindi una risposta tecnica c’è), un ebreo è chiunque sia nato da una madre ebrea. Ma ci si può anche convertire all’ebraismo, sempre attraverso una specifica procedura. Tuttavia, qui è dove ogni ulteriore tentativo di rispondere alla domanda fallisce, perché nonostante tutti i suoi quadri giuridici dettagliati, l’ebraismo è definito in gran parte da chiunque si applichi alla sua definizione. Il giudaismo è stato a lungo costituito da pratiche diverse. I testi fondamentali dell’ebraismo – la Torah, i Profeti, il Talmud, Halachah (Legge rabbinica) – sono un insieme di entità, fisse nel contenuto ma fluide nel significato, attorno alle quali ruota una miriade di pratiche, rituali e liturgia che variano da gruppo a gruppo, sovrapponendosi e contraddicendosi a vicenda. Si pensi, ad esempio, che secoli fa nelle comunità ebraiche italiane di città come Roma e Venezia (da cui provengono gli autori del libro presentato ieri sera, Calimani veneziano, Di Segni romano), gli ebrei si dividevano in diverse Scuole, un termine usato per descrivere gruppi che si coagulavano attorno sia all’identità nazionale sia a pratiche religiose, che erano il più delle volte reciprocamente incompatibili. C’erano otto sinagoghe nel ghetto di Venezia, cinque delle quali sono ancora attive oggi. I nomi stessi delle sinagoghe raccontano la storia delle loro identità ebraiche: le sinagoghe tedesca, italiana, spagnola e levantina sono abbastanza chiare, ma che dire della Scuola Canton? Il nome indica solo la sua ubicazione, nell’angolo del ghetto tra la sinagoga tedesca e quella italiana. Era una sinagoga importante, ma che tipo di giudaismo vi si praticava? Possiamo solo essere sicuri che fosse diverso dagli altri.

Lo stesso fenomeno era ancora più accentuato a Roma, che era ed è sede della più antica comunità ebraica d’Italia e d’Europa. Nel ghetto di Roma c’era, a un certo punto, una dozzina o più di Scuole, sempre in base alla provenienza geografica e alle pratiche religioso/liturgiche. Questi gruppi, che nei primi anni del Cinquecento non facevano che moltiplicarsi, furono costretti ad aggregarsi in cinque gruppi, tutti ospitati nello stesso edificio, per via dell’imposizione del ghetto da parte di papa Carafa nel 1555. La storia di come si arrivò a queste aggregazioni è ricca di punti di vista discordanti, in conflitto e in competizione tra loro.

Per molti versi il giudaismo presenta divisioni analoghe nella realtà d’oggi. Negli Stati Uniti, dove vivo, noi ebrei non siamo più divisi per regione o origine, ma esclusivamente per pratiche religiose e liturgiche. L’ebraismo ortodosso, ultraortodosso, conservatore, ricostruzionista e riformato può occupare evidentemente universi separati, a volte però convivendo negli stessi edifici. Nel sobborgo bostoniano di Brookline, ad esempio, ci sono cinque diverse sinagoghe, ognuna con propri affiliati e proprie pratiche.

Agli ebrei, tuttavia, questo sembra del tutto naturale. Il giudaismo non è un insieme fisso di credenze, né implica una particolare fede in qualcosa. Essere ebrei significa abbracciare il principio basilare e fondamentale dell’ebraismo (e la sua innovazione storica): l’idea che esiste un solo Dio. Il resto è aperto all’interpretazione. C’è una famosa storia nel Talmud su Hillel, che fu avvicinato da un romano non ebreo che lo sfidò: insegnami l’intera Torah stando in piedi su un piede e mi convertirò. La famosa risposta di Hillel fu: “Ciò che è odioso per te, non farlo a un altro; questa è la Torah. Il resto sono note a margine, vai a imparare“.

In teoria, siamo tutti soggetti alla stessa legge ebraica, ma il modo in cui essa è interpretata o attuata si riduce in realtà non solo all’appartenenza a un gruppo, ma anche all’individuo e al suo personale senso di ciò che significa essere ebrei per lei o lui. La credenza o la pratica religiosa spesso non c’entrano niente. Persone che conosco, la cui ebraicità sembra essere più fortemente sentita, si autodefiniscono “ebrei laici”, persone che non partecipano mai a un servizio religioso ma sono comunque molto coinvolte personalmente e intellettualmente con l’ebraismo e la propria identità ebraica.

È un modo un po’ caotico di gestire una religione, ma è quello che noi siamo. Gian Antonio Stella ha aperto l’incontro con la vecchia battuta secondo cui ovunque ci sono due ebrei ci sono tre opinioni, ma anche questo non rende in realtà giustizia alla diversità di pensiero e interpretazione che è al centro dell’ebraicità. I percorsi labirintici dell’interpretazione ebraica sono forse incarnati al meglio dal Talmud, un testo esoterico scritto in un linguaggio speciale e con un approccio tutto suo (il che significa che richiede una formazione specializzata per leggerlo), che contempla molteplici linee di interpretazione per ogni e qualsiasi riga di testo che spesso si contraddicono a vicenda, perfino nella stessa pagina. La nozione stessa di significato testuale nel giudaismo si fonda su una molteplicità di letture possibili. Ogni parola e, secondo alcuni, ogni lettera, persino ogni spazio tra le lettere che si trova nella Torah racchiude una varietà di significati. C’è una radice pratica dietro questa idea nello stesso ebraico, che come lingua semitica è costruita su parole con molteplici significati. Tuttavia, l’esercizio intellettuale e personale di misurarsi con questi testi porta questa nozione molto oltre.

Mi asterrò dall’addentrarmi nel “perché” di questo approccio. Il punto è l’approccio stesso, un approccio che sfida ogni individuo, che senta di volersi impegnare in un testo o in una discussione o in un’interpretazione, a trovare qualunque cosa trovino, ma anche ad accettare che le loro scoperte siano semplicemente le loro, effimere e possibilmente o anche probabilmente in contraddizione con quelle di altri impegnati nello stesso esercizio. Un ebreo deve accettare fin dall’inizio che non ci sono risposte giuste, solo intuizioni e interpretazioni che convivono l’una con l’altra, ugualmente valide e ugualmente imperfette. Ciò che conta è l’impegno, l’indagine, la discussione.

Questo è lo spirito con cui Di Segni e Calimani hanno scritto insieme questo libro. Sono due ebrei molto diversi con opinioni quasi completamente opposte su molti argomenti. In quanto tale, il loro lavoro è tipicamente ebraico, come lo è stata la presentazione di ieri sera. Le persone hanno parlato, argomentato, discusso, si sono trovate in disaccordo senz’arrivare a vere proprie conclusioni. Ognuno ha detto quello che aveva da dire. Tuttavia, penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che lo sforzo e il tempo spesi siano stati assolutamente utili, se non essenziali. Questo è ciò che mantiene vivo, mutevole, in evoluzione e significativo l’ebraismo e i suoi testi in un tale caleidoscopio di modi che è impossibile definire.

Questo mi riporta alla domanda iniziale posta dal moderatore. Il rabbino capo/ medico/ romano Di Segni e lo storico/ ingegnere/ filosofo laico veneziano Calimani avevano dato entrambi risposte molto diverse alla domanda “che cos’è un ebreo?”. Certo che l’hanno fatto, e sono entrambi ugualmente ebrei. Questa è la natura degli ebrei e del giudaismo: devi chiedere, ma non lo saprai mai davvero…

Immagine di copertina: Riccardo Di Segni, Riccardo Calimani e Gian Antonio Stella alla presentazione a Venezia di Degli ebrei e dell’ebraismo.

Che cos’è un ebreo? Parliamone ultima modifica: 2022-12-09T15:56:43+01:00 da PAUL ROSENBERG
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