L’Europa e i saperi umanistici

Ci sono tutte le condizioni teoriche e pratiche per far sì che l’Europa diventi il centro degli studi umanistici nel bel mezzo di un grande mutamento epistemologico che si è verificato in tutte le scienze, umanistiche e naturali. Compito delle università dovrebbe essere quello di formare individui dotati di senso critico all’altezza di questo mutamento.
ALFONSO  MAURIZIO IACONO
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Da una nostra recente conversazione con Luca Crescenzi, germanista, presidente dellIstituto Italiano di Studi Germanici, emergono tre grandi temi, tra loro collegati e interdipendenti, ognuno dei quali è da considerare meritevole di dibattito sulla nostra rivista.
1 La possibile – necessaria – centralità della cultura umanistica nell’epoca dell’impetuoso sviluppo e crescente pervasività della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella nostra società; 2 il ruolo cruciale, in questo, che può – deve – avere un paese di grande storia, tradizione, vocazione umanistica, qual è l’Italia; 3 l’Italia dentro l’Europa, e dentro l’Europa la relazione speciale con la Germania, player principale del continente, paese di solida tradizione e storia di studi umanistici e grande nazione industriale, e anche per queste diverse caratteristiche molto legato all’Italia, un legame però non adeguatamente “sfruttato”, spesso per ragioni d’incomprensione reciproca e per il permanere d’ingiustificate diffidenze reciproche.
Iniziamo con un intervento del filosofo Alfonso Maurizio Iacono.
[Sandra Paoli]

L’Europa che si è affermata finora, in pieno spirito neoliberista, è tutt’altra cosa rispetto alla possibilità, come giustamente auspica Luca Crescenzi, di diventare il centro focale del sapere umanistico in piena epoca tecnologica e comunicativa. È assolutamente vero che l’intreccio tra sapere umanistico e sapere tecnologico ha delle grandissime potenzialità per tutt’e due i campi, soprattutto se teniamo conto del fatto che, a differenza del XIX secolo, quando l’alternativa era tra la cultura positivistica che immaginava l’unità del sapere come adeguamento riduzionista delle scienze umane alle scienze naturali e la cultura storicista che praticava la separazione tra le cosiddette scienze dello spirito (leggi storico-sociali) e le scienze della natura, a partire dal XX secolo a oggi ci troviamo quasi al rovesciamento delle cosiddette due culture. Da tempo ormai l’dea dell’inclusione dell’osservatore nel sistema di osservazione, un tempo considerato caratteristico delle scienze umane in quanto non esatte e non obiettive, fa parte dell’epistemologia delle scienze fisiche e delle scienze biologiche. La nozione di complessità ci dice che noi non procediamo di certezza in certezza fino al vero, perché come ebbe a rilevare il grande biologo britannico Conrad Waddington, vi è sempre un’incognita in più rispetto al numero di equazioni in gioco. 

Carla Accardi, Integrazione colorata, 1954 (caseina su tela, 85 x 99 cm; Archivio Accardi Sanfilippo)

Con l’aumento della complessità dei mezzi di osservazione, ci siamo lentamente accorti che le dicotomie soggetto/oggetto e mente/corpo, rispondono non a ciò che in natura effettivamente è, ma ai parametri storico-culturali al cui interno esse possiedono tutti i requisiti di ciò che noi intendiamo per scienze della natura. L’osservatore va a fare parte del contesto di osservazione. 

Del resto, come ha scritto Bruno De Finetti:

Dobbiamo inventare il mondo per inquadrarvi le nostre sensazioni, ma non dovremo mai considerarlo come uno schema rigido e fisso, come una costruzione definitiva: esso non è che il risultato provvisorio di uno sforzo di sintesi. Le nostre sensazioni, i nostri concetti fondamentali, a cominciare da quelli di tempo e di spazio, non saranno mai i protagonisti di una commedia finita ove ciascuno ha la sua parte e il suo ruolo, saranno sempre i ‘sei personaggi in cerca d’autore’. 

Entriamo allora nella scena della complessità che recentemente ha modificato il modo stesso delle scienze di pensare sé stesse. La traducibilità tra i diversi saperi e le diverse discipline tende a non basarsi più sul criterio della riducibilità dell’uno all’altro. Semmai accade il contrario. I diversi saperi e le diverse discipline sono traducibili gli uni negli altri proprio in quanto non sono fra loro riducibili. Di questo le università e i centri di ricerca europei dovrebbero tenere conto, perché oggi la risposta a tale mutamento di prospettiva è invece purtroppo la divisione e la parcellizzazione dei saperi.

Carla Accardi, Materico con grigi, 1954 (Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, in comodato presso GAM Galleria d’Arte Moderna)

Si assiste a un processo di autonomizzazione dei saperi scientifici che si interrogano e che tendono non a negare l’oggettività, ma a crearne criteri diversi e soprattutto a vederne i limiti. Eppure ciò sembra scarsamente avvertito nei luoghi della formazione. Nella nostra cultura è talmente inculcata l’idea che la scienza è sinonimo di conoscenza esatta e dunque oggettiva e vera che se un fenomeno o un evento vengono presentati come scientificamente oggettivi, sono generalmente accettati quasi senza discussione. È quel che accade nei mass media e nei social specie quando vengono presentati dati statistici o sondaggi che hanno spesso il compito di influenzare l’opinione pubblica.

Per questo appare più che mai decisivo, oggi, il rapporto tra scienza e etica, tra conoscenza scientifica e responsabilità, fra sapere e critica. E qui i saperi umanistici possono avere un ruolo decisivo ritornando alla tradizionale formazione che alla cosiddetta competenza deve associare il senso critico come metodo.

L’inclusione dell’osservatore nel contesto dell’osservazione, fortemente sottolineato dai teorici che si richiamano all’idea di complessità, e un tempo considerato una caratteristica dei soli saperi umanistici, è diventato anche un momento di ripensamento critico di un’idea di scienza protesa a riconsiderare il concetto stesso di oggettività. Del resto un libro come La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, uscito nel 1962, aveva già scosso molte certezze sul modo in cui la scienza pensava se stessa.

Conrad Waddington, a proposito della possibilità di definire la nozione di complessità, scrisse:

nessuno è ancora riuscito a dare una definizione di complessità abbastanza significativa da permetterci di stabilire con esattezza il grado di complessità che caratterizza un dato sistema.

Nel caso delle scienze storico-sociali, in un certo senso, questa è la norma: dove collocare il confine tra soggetto e oggetto? Come interpretare i rapporti umani e le loro forme storiche di comunicazione e di riconoscimento? 

Uno dei più grandi maestri della fisica contemporanea, Erwin Schrödinger, ha fatto alcune importanti riflessioni a proposito del rapporto tra la fisica e le altre scienze, in particolare le scienze storiche. Egli afferma che è

difficile vedere il motivo per cui, nelle scienze fisiche, si debba considerare un’eresia ciò che nelle scienze storiche è una cosa ovvia, cioè il trattare fatti e circostanze non accessibili all’osservazione diretta. Gli storici fanno questo quasi esclusivamente. Che ciò sia in un certo senso inevitabile anche nella fisica, ognuno lo deve ammettere.

Carla Accardi, Labirinto n. 12, 1958 (Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, in comodato presso
GAM Galleria d’Arte Moderna)

Ma il problema dell’indiretto non riguarda soltanto fatti e circostanze, né il rapporto tra un soggetto osservatore e un oggetto osservato. Riguarda in primo luogo l’interazione fra soggetti e, più in generale, la complessità della comunicazione. Il modo di comunicare indiretto è patrimonio della nostra esperienza quotidiana e ordinaria. 

Trovo in conclusione che vi siano tutte le condizioni teoriche e pratiche per far sì che l’Europa diventi il centro degli studi umanistici nel bel mezzo di un grande mutamento epistemologico che si è verificato in tutte le scienze, umanistiche e naturali. Compito delle università dovrebbe essere quello di formare individui dotati di senso critico all’altezza di questo mutamento. Non sarebbe male un ritorno all’università humboldtiana ma all’altezza del Terzo Millennio, piuttosto che un’università assimilata a una azienda, dove la formazione basata sulla competition finisce con il trasformare le specializzazioni in parcellizzazioni del sapere e le competenze in mondi separati.

Immagine di copertina: Carla Accardi, Arciere su bianco, 1955 (Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, in comodato presso GAM Galleria d’Arte Moderna)

L’Europa e i saperi umanistici ultima modifica: 2023-03-02T19:11:24+01:00 da ALFONSO  MAURIZIO IACONO
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